L’acquisizione live della memoria RAM su sistemi Windows richiede una strategia che minimizzi l’alterazione dello stato del sistema, dato che il tool di acquisizione stesso deve essere eseguito sul sistema target e inevitabilmente ne modifica in parte i dati. È fondamentale non spegnere nériavviare la macchina (per evitare la perdita completa dei dati volatili) e procedere piuttosto a isolare il sistema dalla rete (es. scollegando il cavo o disabilitando il Wi-Fi) per prevenire interazioni esterne durante la raccolta. Prima di iniziare, è buona prassi preparare un supporto esterno (come una chiavetta USB) contenente l’eseguibile di acquisizione, in modo da eseguire il tool da un supportorimovibile e salvare il dump di memoria su un’unità esterna o share di rete. Ciò riduce le scritture sul disco locale del sistema in esame e limita la possibilità che malware o altri processi notino l’operazione, oltre a diminuire il rischio di sovrascrivere dati volatili critici. Ad esempio, è comune avviare WinPmem da USB e salvare l’immagine di memoria direttamente su un server remoto. Durante l’acquisizione, i tool tentano spesso di mettere in pausa altri processi o utilizzano driver kernel per accedere direttamente alla RAM, mitigando problemi di consistenza (il cosiddetto memory smear, cioè piccole discrepanze dovute al continuo cambiamento dei dati in RAM). In ogni caso, è consigliato avviare la cattura il prima possibile, prima che ulteriori attività del sistema sovrascrivano informazioni potenzialmente importanti. Nel processo di acquisizione bisogna anche documentare orario e modalità di cattura (utile per correlare in seguito gli eventi di memoria con log di sistema) e, completata l’operazione, calcolare hash crittografici (MD5/SHA) del file di dump ottenuto. Ciò garantisce l’integrità dell’evidenza e permette di attestare che l’immagine di memoria analizzata corrisponda esattamente a quella acquisita sul sistema live. L’originale va conservato in modo sicuro e l’analisi va eseguita su copie, mantenendo una chiara chain of custody qualora l’evidenza dovesse essere presentata in sede legale.
Strumenti principali per l’acquisizione di memoria volatile
In ambiente Windows esistono diversi strumenti specializzati per acquisire il contenuto della memoria fisica in modo forense. Tutti questi caricano un driver kernel per accedere alla RAM a basso livello e producono un file (tipicamente in formato raw o mem) contenente l’intera memoria volatile. Di seguito alcuni dei tool comunemente impiegati.
WinPmem – strumento open source (parte del progetto Rekall) che permette il dump completo della RAM; utilizza un driver kernel dedicato e salva l’immagine in formato raw. È un tool a riga di comando ed è apprezzato per la sua affidabilità.
FTK Imager (Memory Capture) – il noto tool di imaging forense FTK Imager include una funzione “Capture Memory” per acquisire la RAM live; tramite un’interfaccia grafica consente di specificare destinazione del file di output e offre l’opzione di includere automaticamente il pagefile di Windows.
DumpIt – utility stand-alone a riga di comando (originariamente di MoonSols, ora disponibile tramite Magnet Forensics) che esegue un dump completo con un semplice doppio click. Genera per default un file .dmp (formato crash dump di Windows) contenente la memoria fisica, opzionalmente anche in formato raw; è popolare per la sua facilità d’uso one-click, sebbene introduca un footprint in memoria molto ridotto (carica pochissimi DLL).
Mandiant Redline – strumento freeware di FireEye con interfaccia GUI che include funzionalità sia di acquisizione live (tramite un driver kernel) sia di analisi basica. Redline può essere eseguito da USB e consente di collezionare la RAM in un file di dump; internamente utilizza la componente Memoryze per l’accesso raw alla memoria.
Belkasoft Live RAM Capturer – tool gratuito orientato all’acquisizione rapida anche in presenza di tecniche anti-debug/anti-dump. Ha un’interfaccia semplice (“Capture” button) e produce un file raw; supporta sia x86 che x64 e cerca di bypassare eventuali protezioni del malware durante la lettura della RAM.
F-Response – soluzione commerciale che permette di acquisire memoria da macchine live da remoto. Consiste in un driver e connettore di rete che espone la RAM del sistema target come una periferica accessibile dall’analista, consentendo il dump anche via LAN/WAN. È usato in contesti enterprise per incident response distribuito.
Nota: Indipendentemente dallo strumento scelto per l’acquisizione, il file grezzo ottenuto (immagine di memoria) è generalmente analizzabile con i principali framework di memory forensics (Volatility, Rekall, etc.), a prescindere dal tool che lo ha generato.
L’importante è assicurarsi che il tool supporti il sistema operativo target (versione e architettura) e sia testato in anticipo, per evitare incompatibilità al momento critico.
Principali artefatti estratti da un dump di memoria
Una volta ottenuta un’immagine di memoria, l’analisi forense si concentra sull’estrazione degli artefatti volatili, ossia tutte le informazioni significative sullo stato del sistema al momento della cattura. La memoria RAM conserva tracce di quasi ogni attività del sistema; infatti, qualsiasi operazione software passa in RAM e molti dati possono persistere anche dopo la cessazione di un processo. Tra i principali artefatti estraibili da un dump di memoria (e le relative strutture di dati che li contengono) vi sono i seguenti.
Processi e thread in esecuzione: l’elenco dei processi attivi al momento della cattura può essere ricostruito attraversando la doubly-linked list dei processi in kernel mode. In Windows il kernel mantiene una lista concatenata di strutture _EPROCESS (puntata da PsActiveProcessHead), ciascuna rappresentante un processo attivo. Ogni record EPROCESS contiene vari metadata (PID, nome eseguibile, stato, ecc.) e un puntatore al PEB (Process Environment Block) in user mode, dove sono presenti ulteriori info come i parametri di avvio, le variabili d’ambiente e i moduli caricati del processo. Dal PEB si può risalire anche al tree VAD (Virtual Address Descriptors) che descrive le regioni di memoria allocate dal processo. L’analisi dell’elenco dei processi (ad es. tramite plugin Volatility pslist/pstree) consente di identificare processi sospetti – ad esempio nomi anomali o processi senza parent legittimo. Un esempio tipico: individuare un svchost.exe il cui parent process non è services.exe può indicare un processo spoofed o iniettato. Si controllano anche indicatori come processi con numero di thread/handle pari a zero o timestamp inconsueti, che suggeriscono processi terminati o nascosti (in questi casi si può incrociare con una scansione di strutture non collegate tramite plugin psscan per trovare eventuali EPROCESS orfani). In sintesi, la lista dei processi attivi fornisce una “fotografia” dello stato di esecuzione del sistema, analoga a ciò che mostrerebbe un Task Manager al momento del dump.
Moduli e DLL caricati nei processi: per ogni processo, la memoria contiene l’elenco delle DLL e librerie caricate nello spazio di indirizzamento di quel processo. Questa informazione è ottenuta leggendo le strutture di loader del PEB (lista dei moduli in memoria) o tramite scanning delle pagine di memoria alla ricerca di intestazioni PE in uso. Un’analisi dei moduli caricati (dlllist in Volatility) permette di rilevare DLL sospette, ad esempio librerie con percorsi insoliti o iniettate in modo riflessivo (presenti in RAM ma non sul disco). Un modulo in memoria senza un corrispettivo file su disco è un forte indicatore di code injection. Analogamente, driver e moduli del kernel caricati possono essere elencati tramite la struttura globale PsLoadedModuleList(o plugin Volatility modules/modscan): eventuali driver non firmati o posizionati fuori dalle directory di sistema standard potrebbero indicare rootkit in kernel space.
Connessioni di rete e socket: le informazioni sulle connessioni di rete attive (socket aperti TCP/ UDP) sono dati volatili tipicamente persi allo shutdown, ma restano presenti nel dump di RAM. Tramite strutture del driver di rete (ad es. oggetti _TCPT_OBJECT per connessioni TCP in Windows Vista+), è possibile elencare connessioni con relativi endpoint locali/remoti e processo associato. I tool forensi (es. plugin netscan di Volatility) effettuano una scansione della memoria kernel alla ricerca di queste strutture per recuperare connessioni di rete live e anche recentemente chiuse. Ciò consente di scoprire eventuali comunicazioni con server esterni (es. indirizzi IP di C2 malware, porte sospette aperte da processi che normalmente non dovrebbero avere traffico di rete). Ad esempio, se un malware era connesso a un IP esterno al momento del dump, l’analisi della memoria ne rivelerà l’IP e la porta, informazione preziosa per comprendere canali di command-and-control o esfiltrazione dati. Anche socket in ascolto (porte aperte in listening) possono essere identificate attraverso le strutture di socket in memoria (es. plugin sockets). Le connessioni individuate in RAM offrono evidenze che spesso non lasciano altre tracce persistenti (una volta chiusa la connessione, solo la memoria ne serba traccia).
File e handle aperti: la tabella degli handle di ogni processo (puntata dalla struttura EPROCESS) elenca riferimenti a risorse aperte, tra cui file, registry key, pipe, ecc., in uso da quel processo. Analizzando gli handle aperti (plugin Volatility handles o files) si possono scoprire file temporanei o nascosti utilizzati da malware. Ad esempio, se un processo malware ha aperto un file in una directory insolita o con un nome random, o ha una handle verso un file già cancellato sul disco, tali informazioni emergono dalla memoria (poiché l’handle resta in vita finché il file è aperto, anche se è stato cancellato dal filesystem). Questo tipo di analisi aiuta a identificare quali file un malware stava leggendo/scrivendo in quel momento, fornendo indizi su componenti aggiuntivi o dati esfiltrati.
Informazioni di registro e configurazione: parte del Registro di Windows risiede in memoria quando il sistema è acceso, in particolare le hive principali e le chiavi recentemente accedute. Tramite un dump di memoria è possibile estrarre intere hive di registro o singole chiavi/pair valore che erano caricate in RAM. Ad esempio, la Volatility con plugin come hivelist individua le basi di registro in memoria, e printkey può leggerne il contenuto. Ciò consente di rilevare modifiche al registro effettuate da malware solo in memoria (che non siano state ancora scaricate su disco) oppure configurazioni di persistenza: chiavi di Run/RunOnce, chiavi di servizi, ecc., che malware ha modificato per auto-avviarsi. Anche informazioni di configurazione volatile, come le chiavi di registro che mantengono le connessioni di rete recenti le ultime chiavi aperte, possono essere recuperate. In sintesi, il dump di RAM può rivelare l’ultimo stato noto di alcune parti del registro di sistema, anche meglio di un’analisi post-mortem sul disco.
Dati sensibili in memoria (credenziali, input utente): la memoria può contenere frammenti di dati in chiaro che non sono salvati altrove. Un esempio notevole sono le credenziali utente e hash conservati nei processi di sistema come lsass.exe: un dump di LSASS dal file di memoria permette spesso di estrarre hash NTLM o persino password in chiaro delle sessioni di login attive. Strumenti come Mimikatz sfruttano proprio questo. In ambito forense, analizzando la memoria si possono individuare anche testi in chiaro digitati o copiati: ad esempio, la clipboard utente (appunti) può contenere l’ultimo testo copiato, e ciò risiede in RAM; oppure buffer di console che rivelano comandi PowerShell o CLI eseguiti (spesso in Unicode/ASCII facilmente cercabile). Gli analisti utilizzano spesso il string carving sulla memoria per trovare indicatori (es. URL, indirizzi IP, chiavi di registro, nomi di file sospetti, porzioni di codice malicioso, ecc.). Inoltre, malware complessi che usano crittografia possono lasciare in memoria le chiavi di cifratura durante l’esecuzione: se catturate in tempo, queste chiavi (ad es. di ransomware) possono essere recuperate e utilizzate per decifrare i dati colpiti. Qualsiasi informazione volatile, dalle conversazioni in chat non salvate su disco fino alla cronologia dei comandi di shell, rientra tra gli artefatti analizzabili nella RAM.
Strutture del kernel e segni di rootkit: un’analisi approfondita del dump include l’esame di strutture del kernel per individuare manipolazioni malevole. Ad esempio, un rootkit in kernel mode potrebbe nascondere un processo rimuovendolo dalla lista dei processi (modificando i link ActiveProcessLinks in EPROCESS). Un analista, tuttavia, può eseguire scansioni grezze della memoria alla ricerca di pattern di EPROCESS non collegati (Volatility psscan) e scoprire così processi “nascosti” nonostante non appaiano nella lista attiva. Analogamente, si controllano le SSDT e IDT (tabelle di system call e interrupt) per rilevare eventuali hook, oppure si esaminano i puntatori a funzioni di driver per vedere se puntano a regioni non standard (segno di hooking in memoria). La presenza di moduli anomali nel kernel, di sezioni di memoria marcate come eseguibili ma non appartenenti a moduli noti (malfind plugin per individuare codice iniettato in processi), o di driver nascosti, sono tutti artefatti rilevabili solo tramite memory forensics. Queste strutture di basso livello forniscono indizi su tecniche di occultamento utilizzate da malware avanzati (DKOM – Direct Kernel Object Manipulation, hooking di funzioni, patch in-line in memoria, ecc.) e completano il quadro evidenziale individuando anche minacce che non lasciano tracce nei file system.
In sintesi, dall’analisi di un dump di memoria si possono estrarre moltissime evidenze: processi attivi e terminati, moduli e codice iniettato, connessioni di rete, attività utente recente, credenziali, chiavi crittografiche, stato di configurazioni volatili, ecc. Queste informazioni, incrociate tra loro (ad es. correlando un processo malware con le sue connessioni di rete e i file che ha aperto), permettono di ricostruire le azioni svolte da un attaccante o da un malware in un intervallo temporale vicino all’incidente, offrendo una visibilità unica che integra l’analisi dei dischi e di altri log persistenti. La memory forensics fornisce dunque uno snapshot puntuale dello stato di un sistema compromesso, fondamentale per comprendere attività altrimenti inaccessibili dopo lo shutdown.
Ruolo complementare di pagefile.sys e hiberfil.sys nell’arricchimento delle evidenze
Nel contesto Windows, oltre alla RAM fisica, esistono file di sistema su disco che catturano porzioni della memoria volatile e possono fornire evidenze aggiuntive durante un’indagine forense. In particolare pagefile.sys (file di paging) e hiberfil.sys (file di ibernazione) svolgono un ruolo complementare nell’arricchire i dati acquisiti dalla RAM.
Pagefile.sys: è il file di paging usato da Windows come estensione della RAM sul disco. Quando la memoria fisica si riempie, parti dei dati meno usati in RAM vengono “swappati” nel pagefile, per poi essere ricaricati in memoria al bisogno. Dal punto di vista forense, il pagefile.sys spesso contiene frammenti di dati che erano presenti in RAM in precedenza e che potrebbero non trovarsi nell’istantanea della memoria acquisita (perché paginati su disco al momento del dump) . Ad esempio, nel pagefile possono emergere porzioni di documenti, contenuti di pagine web, stringhe di testo, codici malevoli caricati in memoria e poi rimossi, cronologie di navigazione, immagini o altri artefatti di attività utente che non risiedono più nella RAM attiva. In un caso pratico, l’analisi del pagefile ha permesso di estrarre centinaia di URL di siti visitati dall’utente e immagini relative alla navigazione web, informazioni non presenti altrove poiché la cronologia del browser era stata cancellata ma rimasta in pagine di memoria virtuale. Tuttavia, va notato che il pagefile non mantiene la struttura allocativa della RAM bensì solo pagine isolate: di conseguenza, non è direttamente “montabile” con tool come Volatility per estrarre processi o socket. L’analisi forense del pagefile si basa su techiche di carving e ricerca stringhe nei suoi contenuti non strutturati. Ad esempio, si possono estrarre stringhe Unicode/ASCII dal pagefile alla ricerca di indicatori (URL, nomi di file, chiavi di registro, ecc.) oppure utilizzare strumenti di carving per ricostruire file o immagini frammentate al suo interno. In sintesi, il pagefile.sys funge da miniera di dati residuali: qualsiasi informazione che sia passata per la RAM potrebbe aver lasciato traccia in questo file di swap, rendendolo una fonte preziosa di evidenze supplementari (sebbene la sua interpretazione richieda più lavoro manuale e possa produrre anche falsi positivi, dato che include frammenti di pagine appartenenti anche a software di sicurezza, sistema operativo, ecc.).
Hiberfil.sys: è il file in cui Windows salva il contenuto completo della RAM quando il sistema entra in modalità ibernazione (sospensione su disco). In pratica, hiberfil.sys rappresenta un’istantanea byte-per-byte della memoria al momento in cui il sistema è stato ibernato. Questo significa che, dal punto di vista forense, esso equivale a un dump di memoria effettuato dal sistema stesso durante il processo di ibernazione. Se un computer sospetto viene trovato spento in modalità ibernata (o se si dispone del file hiberfil.sys da un’immagine disco), analizzarlo consente di recuperare uno stato della memoria di interesse. L’hiberfil.sys conserva lo stato completo del sistema al momento dell’ibernazione, inclusi tutti i processi attivi, le loro memorie, le connessioni di rete aperte, le impostazioni correnti e così via. È dunque una miniera d’oro forense che permette di sbirciare “l’ultimo respiro” del sistema prima dello stop. In termini pratici, esistono strumenti per convertire hiberfil.sys in un’immagine di RAM standard: ad esempio Volatility (v2 o v3) offre plugin imagecopy/hiberfile per trasformare il file di ibernazione in un file raw analizzabile e tool dedicati come Hibernation Recon supportano i vari formati di hiberfil (che differiscono tra Windows 7 e Windows 8+ a causa di compressione). Una volta convertito, l’analista può trattarlo come un normale dump di memoria e applicare gli stessi plugin per estrarre processi, rete, ecc., col vantaggio che spesso l’ibernazione cattura anche informazioni che un’acquisizione live potrebbe perdere (ad es. perché il sistema era troppo attivo per ottenere un snapshot coerente). Va considerato che su Windows 10/11 il file hiberfil.sys è usato anche per la funzione di Fast Startup (avvio ibrido): in tale caso il file può contenere solo una parte della memoria (kernel/sessione0), ma comunque arricchisce le evidenze con dati volatili aggiuntivi (es. record MFT e hive di registro SYSTEM recenti nel caso del Fast Startup). In conclusione, l’hiberfil.sys fornisce uno storico dellostato della RAM che può integrare un’analisi: ad esempio, se un incidente è avvenuto prima dell’ultimo ibernamento, il file conterrà ancora tracce di quel evento anche se la RAM live successiva è cambiata. È un complemento prezioso soprattutto quando non è stato possibile ottenere un dump live al momento dell’incidente – l’analisi dell’hiberfil può svelare informazioni altrimenti andate perdute.
In sintesi, pagefile.sys e hiberfil.sys arricchiscono l’indagine forense mettendo a disposizione dati della memoria volatile che altrimenti potrebbero sfuggire. Il pagefile estende l’orizzonte temporale delle evidenze volatili conservando tracce di attività passate (come uno storage ausiliario della RAM per dati paginati), mentre l’hiberfil offre un vero snapshot congelato della RAM in un momento specifico (ibernazione). Integrando l’analisi dell’immagine di memoria live con questi file, l’analista può ottenere una visione più completa e retrospettiva degli eventi, aumentando le chance di trovare indicatori utili (es. parti di malware in memoria virtuale, chiavi o password in pagine di swap, stato di sistema precedente all’incident response, ecc.). Di fatto, nelle fasi iniziali di acquisizione della memoria andrebbero sempre considerati anche questi file: ad esempio, copiando il pagefile.sys e l’hiberfil.sys dal disco del sistema target (quando presenti) per poi analizzarli assieme al dump della RAM . Questa visione integrata permette di colmare eventuali lacune e di corroborare le evidenze trovate, migliorando la robustezza delle conclusioni forensi.
Il CSIRT Italia ha segnalato la presenza online di file riservati appartenenti ai clienti di uno studio legale, presumibilmente sottratti dal file server interno dello studio. In qualità di consulente forense incaricato, l’obiettivo primario è preservare e acquisire in modo forense tutte le evidenze digitali rilevanti (server, workstation e dispositivi di rete) garantendone integrità e autenticità, in vista di una possibile indagine giudiziaria. Si seguiranno rigorosamente le best practice internazionali (es. standard ISO/IEC 27037) per identificare, raccogliere, acquisire e conservare le prove digitali. È fondamentale minimizzare qualsiasi alterazione dei dati durante la raccolta e documentare ogni attività svolta, mantenendo una catena di custodia rigorosa delle evidenze.
Assunzioni Operative: si assume che l’incidente sia recente e che i sistemi coinvolti siano ancora disponibili in sede. Il file server Linux è identificato come potenziale fonte dei dati esfiltrati; tuttavia, non si esclude il coinvolgimento di una o più delle 5 workstation Windows (ad esempio come punto d’ingresso iniziale dell’attacco). Il firewall perimetrale potrebbe contenere log utili sulle connessioni di esfiltrazione. Si dispone dell’accesso fisico a tutti i dispositivi e del consenso dello studio per procedere all’acquisizione forense. Si prevede inoltre di avere a disposizione strumenti forensi (hardware e software) adeguati, inclusi supporti di memorizzazione esterni capienti per salvare le immagini acquisite. Ogni attività verrà coordinata in modo da ridurre al minimo l’impatto sull’operatività dello studio, pur privilegiando la preservazione delle prove rispetto alla continuità di servizio.
Identificazione e preservazione delle evidenze
Come primo passo, identifichiamo tutte le potenziali fonti di evidenza digitale nell’infrastruttura compromessa. In questo caso includono:
File server Linux (contenente i dati dei clienti) – sorgente probabile dell’esfiltrazione.
Workstation Windows 10 (5 unità) – potrebbero aver subito compromissioni (ad es. tramite malware o furto credenziali) usate per accedere al server.
Firewall perimetrale – dispositivo di rete con possibili log di traffico in uscita e regole di accesso.
Copie dei file esfiltrati rinvenuti online – per confronti con i dati originali e conferma dell’effettiva violazione.
Una volta identificate, si procede alla preservazione immediata dello stato dei sistemi per evitare alterazioni o perdite di informazioni volatili. In particolare:
Isolamento dei dispositivi dalla rete: scolleghiamo il file server e le workstation dalla rete (cavo Ethernet o Wi-Fi) per impedire ulteriori comunicazioni con l’esterno o possibili azioni di copertura da parte di un eventuale attaccante ancora connesso. Anche il firewall, se compromesso, viene isolato (ad es. rimuovendo temporaneamente la connessione WAN) mantenendolo però acceso se necessario per preservare i log in memoria.
Valutazione dello stato (acceso/spento) dei sistemi: se i computer sono accesi, si considera di eseguire un’acquisizione live di dati volatili. In base all’ordine di volatilità (RFC 3227), le informazioni più volatili come il contenuto della RAM e le connessioni di rete attive vanno acquisite prima di spegnere i sistemi. La memoria RAM può contenere informazioni cruciali (password in chiaro, processi malware in esecuzione, connessioni di rete attive, ecc.) che andrebbero perse allo spegnimento. Dunque, per server e workstation accesi si pianifica di catturare un dump della memoria prima di procedere oltre.
Documentazione della scena: prima di manipolare i dispositivi, si documenta accuratamente la scena: fotografia dei cablaggi, posizione dei dispositivi, stato dei sistemi (acceso/spento, schermate visibili), etichette o seriali. Questo aiuta a ricostruire il contesto e dimostrare che ogni passaggio è stato eseguito correttamente. Ogni attività viene annotata con data, ora, luogo e persone coinvolte, pronto per essere inserita nel registro di catena di custodia.
Stabilizzazione del sistema compromesso: in caso il file server Linux sia in esecuzione e si tema la presenza di malware attivo (es. una backdoor), si valuterà se conviene spegnere immediatamente dopo la raccolta della RAM. Spesso, in incidenti gravi, l’arresto immediato (es. scollegando l’alimentazione) è consigliato dopo la raccolta dei dati volatili, per evitare che malware distruttivi cancellino tracce all’arresto ordinato. Tuttavia, questa decisione va ponderata in base alla situazione (ad esempio, la presenza di servizi critici potrebbe richiedere un arresto controllato). Nel dubbio, è preferibile privilegiare l’integrità delle prove rispetto alla continuità operativa.
Acquisizione forense dei sistemi coinvolti
Dopo aver messo in sicurezza l’ambiente, si procede con l’acquisizione forense bit-a-bit dei supporti di memoria e la raccolta dei log, utilizzando strumenti e procedure tali da garantire copie esatte e immodificabili degli originali. Tutte le acquisizioni avverranno utilizzando strumentazione forense dedicata (write blocker, software di imaging) e seguendo protocolli standard. Di seguito, il dettaglio per ciascun componente:
File server Linux (acquisizione disco e memoria)
Il file server è il principale indiziato da cui sarebbero stati esfiltrati i dati. Le attività previste sono:
Dump della memoria RAM: ce il server è ancora acceso, si esegue una copia della memoria volatile. Su sistemi Linux, si può utilizzare ad esempio Linux Memory Extractor (LiME) (modulo kernel) o strumenti come Magnet DumpIt for Linux (tool standalone) per ottenere un file dump della RAM completo. L’operazione viene svolta rapidamente, salvando l’output su un supporto esterno montato in sola lettura. Questa acquisizione live è fondamentale perché la RAM potrebbe contenere indicazioni di processi sospetti, chiavi di cifratura, o connessioni attive dell’attaccante. Si annotano orario e configurazione del sistema al momento del dump (es. elenco processi e connessioni aperte, utilizzando comandi come ps, netstat o tool forensi,se possibile, evitando però alterazioni significative).
Acquisizione forense del disco: successivamente, si procede allo shutdown del server per eseguire l’acquisizione del disco in modo sicuro. Idealmente, il disco fisso del server viene rimosso dalla macchina per evitare qualsiasi modifica dovuta all’avvio del sistema operativo. Il disco viene collegato a una workstation forense tramite un write-blocker hardware (es. un Tableau) che impedisce qualsiasi scrittura accidentale sul supporto originale. In alternativa, se non fosse possibile estrarre il disco (ad es. array RAID complesso in produzione), si potrebbe avviare il server da un bootable USB forense (es. distribuzione CAINE basata su Linux Ubuntu o Kali Linux in modalità forense) che non altera i dischi interni (automount disabilitato, accesso in sola lettura). Avviato l’ambiente forense, si può usare il tool dd o dcfldd per creare un’immagine bitstream di ogni unità logica. Ad esempio: dcfldd if=/dev/sda of=/media/esterna/server-image.img hash=sha256 log=server-img.log (dove si calcola anche l’hash durante la copia). È preferibile usare dcfldd o strumenti analoghi in quanto progettati per scopi forensi (permettono di calcolare direttamente hash MD5/SHA e suddividere l’immagine in segmenti, se necessario). In alternativa, si può impiegare Guymager (tool con interfaccia grafica su Linux) che consente di creare immagini in formato raw E01 con calcolo automatico degli hash. Durante l’acquisizione, non si deve mai salvare l’immagine sullo stesso disco oggetto dell’acquisizione ma su un dispositivo di destinazione separato (ad esempio un drive USB esterno capiente formattato exFAT/NTFS). Si raccomanda il formato E01 (EnCase Evidence File) per il disco del server, poiché comprime i dati e consente di includere metadati (es. informazioni del caso, timestamp di acquisizione, etc.) utili per la catena di custodia. Al termine, viene calcolato e registrato l’hash (tipicamente MD5 e SHA-1) dell’immagine e confrontato con quello calcolato sul disco originale, per verificare la conformità bit-a-bit. Un match degli hash conferma che la copia è identica all’originale e non alterata, garantendo l’autenticità dell’evidenza. Tutte le operazioni vengono registrate nel log di acquisizione (nome del dispositivo, orari di inizio/fine, dimensione dell’immagine, algoritmi di hash utilizzati, ecc.). Il supporto originale (disco server) viene poi sigillato e conservato come evidenza originale.
Raccolta di log e configurazioni: oltre all’immagine completa del file system (che include comunque i log di sistema), si può procedere a estrarre copie logiche di file di log chiave per un’analisi immediata. Ad esempio, i file in /var/log/ (log di autenticazione SSH, log di Samba NFS se il server fungeva da file server di rete, log di sistema) sono cruciali per ricostruire gli accessi e le operazioni avvenute. Tali log, se disponibili, vengono copiati separatamente (sempre tramite strumenti che garantiscano l’integrità, ad es. usando cp in ambiente forense o esportandoli con nc su un’altra macchina) e i loro hash calcolati, così da poterli utilizzare per un’analisi più rapida senza dover montare subito l’intera immagine del disco. Naturalmente l’integrità di questi file è garantita anche dal fatto che provengono da un’immagine forense verificata.
Workstation Windows 10 (acquisizione disco e, se opportuno, memoria)
Le cinque workstation Windows potrebbero aver giocato un ruolo nell’incidente (es. come punto di ingresso iniziale tramite phishing o malware, o come postazioni da cui è partito l’accesso non autorizzato al server). Il piano prevede:
Dump della RAM (se accese): per ogni workstation ancora accesa al momento dell’intervento, si effettua prima la cattura della memoria volatile. Su Windows, uno strumento pratico è Magnet Forensics RAM Capture (DumpIt), eseguibile da chiavetta USB: con un doppio click esegue il dump completo della RAM su un file .raw o .mem. Questo richiede pochi minuti per decine di GB di RAM e fornisce istantanee dei processi in esecuzione, connessioni di rete attive, moduli caricati, ecc. Spesso i ransomware o altri malware lasciano tracce in memoria (processi o librerie iniettate) che possono essere scoperte con analisi successive (es. con Volatility). Anche credenziali o token temporanei possono risiedere in RAM, quindi questa è un’evidenza preziosa. Si salva il dump su un disco esterno, annotando ora e macchina, e si calcola l’hash anche per questi file di memoria.
Spegnimento e rimozione dischi: subito dopo il dump (o immediatamente, se la macchina era spenta), si spengono le workstation. Idealmente, nel caso di sospetto malware attivo, è accettabile uno spegnimento improvviso (staccando l’alimentazione o la batteria) per evitare che eventuali programmi malevoli intercettino la normale procedura di shutdown (p.es. alcuni malware possono cancellare tracce al momento dello spegnimento). Dato che abbiamo già acquisito la RAM, il rischio di perdere dati volatili importanti è mitigato. Una volta spento il sistema, si procede a rimuovere il disco interno (HDD/SSD) dalla workstation.
Imaging forense dei dischi: ogni disco viene etichettato univocamente (es. WS1, WS2, … WS5) e collegato tramite write-blocker a una postazione forense. Su sistemi Windows, useremo FTK Imager (software forense gratuito di AccessData/Exterro) sulla nostra workstation forense per creare immagini bitstream dei dischi. FTK Imager permette di scegliere il formato (raw dd, E01, AFF, etc.) e di calcolare automaticamente hash MD5/SHA1 durante l’acquisizione. Prima di procedere, ci assicuriamo che Windows non effettui mount automatico delle partizioni del disco inserito: infatti Windows tende a montare qualsiasi volume riconosciuto, rischiando di alterare last access time o altri metadata. L’uso del write-blocker hardware previene questo problema, garantendo che il sistema operativo forense veda il disco come sola lettura. In FTK Imager, useremo l’opzione Create Disk Image selezionando la sorgente fisica (Physical Drive) e specificando come destinazione un percorso su un drive esterno. Scegliamo il formato E01 (EnCase Evidence) per coerenza e compressione, inserendo nei metadati dell’immagine i dettagli del caso (nome caso, numero evidenza, esaminatore, etc.). Abilitiamo l’opzione di verifica hash al termine (FTK Imager calcolerà hash MD5/SHA1 e li comparerà automaticamente). Procediamo quindi all’imaging completo. Ad acquisizione terminata, verifichiamo i log di FTK Imager che riporteranno gli hash calcolati; un confronto positivo tra hash di origine e copia conferma la bontà dell’immagine. Ripetiamo questo processo per tutti i dischi delle 5 postazioni.
Acquisizione dati di interesse dalle workstation: le immagini dei dischi Windows conterranno informazioni quali i log di Windows (eventi di sicurezza nel registro eventi), file temporanei, cronologia di navigazione, eventuali malware presenti, ecc. Sebbene l’analisi dettagliata avverrà successivamente in laboratorio, in sede di acquisizione si può già valutare di estrarre rapidamente alcuni artefatti se immediatamente utili. Ad esempio, log di Windows Event Viewer (Security.evtx) per vedere login sospetti, o la lista di utenti e gruppi locali, possono essere esportati usando strumenti come FTK Imager stesso (che consente di sfogliare il file system e salvare file singoli) prima di smontare il disco. Tuttavia, tali operazioni non sono strettamente necessarie in campo se l’obiettivo principale è acquisire tutto per analisi approfondita successiva. L’essenziale è che le immagini siano integre e complete.
Firewall perimetrale (raccolta log e configurazione)
Il firewall costituisce il punto di ingresso/uscita della rete aziendale. Anche se potrebbe non essere opportuno spegnerlo (specie se fornisce connettività Internet allo studio) prima di aver analizzato la situazione, ai fini forensi occorre acquisire i dati che possono testimoniare le connessioni di esfiltrazione. Le azioni prevedono:
Esportazione dei log di traffico: la maggior parte dei firewall di classe enterprise o SMB consente di esportare i log di sistema (ad esempio file di log di sessione, eventi di intrusion detection se integrato, log VPN, ecc.) tramite interfaccia di amministrazione o SSH. Si accede al firewall (in sola lettura) e si scaricano i log relativi al periodo sospetto dell’incidente. In particolare, interessano log di connessioni uscenti (egress) dal file server o dalle workstation verso l’esterno. Questi log possono rivelare indirizzi IP di destinazione e volumi di datitrasferiti durante l’esfiltrazione. Ad esempio, se i dati sono stati caricati su un sito web o cloud, il firewall potrebbe mostrare un flusso FTP/HTTP/HTTPS anomalo in uscita da un IP interno (quello del server) verso un IP esterno sconosciuto, magari con un volume di svariati gigabyte. Tali evidenze sono cruciali per ricostruire il canale di esfiltrazione. I log vengono salvati (in formato testo o CSV) su supporto forense e ne vengono calcolati gli hash per garantirne l’integrità.
Configurazione e regole: si acquisisce anche la configurazione del firewall (spesso esportabile come file di backup) per vedere che porte/servizi erano aperti verso l’esterno. Ad esempio, se il file server aveva porte aperte (SSH, SMB) o se esistevano regole di port forwarding, ciò può essere rilevante. La config, una volta esportata, viene sottoposta a hash e conservata.
Eventuale immagine del dispositivo: se il firewall è un appliance software (ad es. basato su Linux/BSD come pfSense) con storage interno, e se l’hardware lo permette, si può anche considerare di fare un’immagine forense del suo drive (similmente a quanto fatto per server/PC). Tuttavia, molti firewall commerciali hanno filesystem proprietari o sono crittografati; spesso è sufficiente raccogliere log e config. Nel caso di un firewall standard PC-based, si potrebbe spegnere e clonare il disco con gli stessi metodi (write-blocker, etc.), ma solo dopo aver ottenuto i log volatili se non persistenti.
Evidenze dei file esfiltrati online
Parallelamente all’acquisizione interna, recuperiamo i file trapelati sul sito Internet segnalato dal CSIRT. Questi file costituiscono prova dell’avvenuta violazione e saranno utili per confronti. Le attività sono:
Download dei file dal sito esterno: utilizzando un computer sicuro, si scaricano i file trovati online, preservandone i metadati ove possibile. Ad esempio, se disponibili via web, si può usare wget o browser, evitando di modificarli (impostando l’orario di modifica come originario se indicato). Si registra l’URL e l’ora del download e, se possibile, si fa uno screenshot della pagina web dove erano disponibili, come documentazione.
Calcolo hash e conservazione: su ogni file esfiltrato scaricato, si calcolano hash (MD5/SHA1) per poterli confrontare successivamente con gli hash dei file originali sul server. In ambito forense, il confronto degli hash permetterà di dimostrare che il file online è esattamente uguale a quello presente sul server (qualora nelle immagini acquisite del server sia rinvenuto lo stesso hash), confermando così l’origine dell’esfiltrazione. Questi file scaricati diventano anch’essi evidenze digitali e vengono inseriti nella catena di custodia.
Metadati e attributi: si analizzano brevemente i metadati di tali file (es. proprietà del documento, autore, date di creazione/modifica) poiché potrebbero rivelare informazioni sull’origine (ad es. username del sistema dal quale provengono, versione software, etc.). Tali informazioni, se trovate, saranno poi corroborate con l’analisi interna (ad esempio, se i documenti recano come autore il nome di un dipendente dello studio, ciò può suggerire da quale PC/server provenivano).
Verifica dell’integrità e documentazione della Catena di Custodia
Durante e dopo ogni acquisizione, si verifica l’integrità delle evidenze digitali e si aggiornano i documenti che compongono la Catena di Custodia:
Calcolo e verifica degli hash crittografici: come standard, per ogni immagine forense creata (dischi di server, PC) e per ogni file rilevante copiato (dump di RAM, log, file esfiltrati, ecc.), si calcola almeno un algoritmo di hash (tipicamente MD5 e SHA-1, oppure SHA-256 per maggiore sicurezza). Il valore di hash viene confrontato con quello ricalcolato all’occorrenza sulle stesse evidenze per assicurare che non vi siano alterazioni. Ad esempio, FTK Imager e altri tool riportano automaticamente hash MD5/SHA1 post-acquisizione. Questi hash vengono annotati nel verbale di acquisizione accanto all’identificativo dell’evidenza. La corrispondenza degli hash tra originale e copia forense prova formalmente che la copia è identica al bit all’originale, requisito fondamentale per la validità probatoria.
Documentazione dettagliata: si redige un verbale tecnico di acquisizione in cui per ogni dispositivo analizzato si riportano: descrizione (marca, modello, S/N), identificativo assegnato come evidenza, persona che ha eseguito l’operazione, data/ora di inizio e fine imaging, strumento usato, hash dell’immagine ottenuta, eventuali osservazioni (es. errori di lettura, settori danneggiati se presenti). Inoltre, come previsto dalle linee guida, si documenta ognioperazione svolta su ciascun reperto in ordine cronologico. La Catena di Custodia descrive l’intero ciclo di vita dell’evidenza digitale, dalla raccolta iniziale fino all’eventuale presentazione in tribunale. Ad esempio: “Evidenza E01: Disco fisso server SN… prelevato in data … ore … da Tizio, acquisito in copia forense file XYZ.E01 hash MD5=…, SHA1=…, da Caio con strumento FTK Imager vX, consegnato in custodia a Sempronio alle ore …”. Ogni trasferimento di custodia (passaggi di mano dell’evidenza, spostamento dal luogo di raccolta al laboratorio, etc.) viene parimenti registrato con data, ora, persona che consegna e persona che riceve e firma (quando possibile). Questo garantisce tracciabilità completa: in ogni momento si può stabilire chi ha avuto accesso all’evidenza e quando.
Protezione fisica delle evidenze: dopo l’acquisizione, i supporti originali (dischi rimossi, ecc.) vengono riposti in contenitori sigillati con etichette anti-manomissione (ad es. evidenziatori di apertura). Si appone un sigillo sia sull’originale sia su una delle copie forensi conservate (la seconda copia sarà utilizzata per l’analisi). Eventuali violazioni dei sigilli sarebbero evidenti e renderebbero dubbia l’integrità del reperto. Oltre ai sigilli fisici, si proteggono i dati da fattori esterni: ad esempio, i supporti vengono conservati in ambiente a temperatura e umidità controllata, lontano da campi elettromagnetici che potrebbero danneggiarli. Nel nostro caso, i dischi originali delle workstation e del server, dopo l’imaging, verranno ad esempio inseriti in sacchetti antistatici, sigillati, etichettati e messi in una cassaforte o armadio blindato. Lo stesso per eventuali USB contenenti i dump di RAM o i file scaricati: se tali dati sono salvati su supporti rimovibili (es. SSD esterno), anche questi supporti vengono sigillati e custoditi.
Conservazione delle copie forensi: le immagini forensi acquisite (file .E01, .dd, dump RAM, ecc.) verranno duplicate se possibile: una copia master immutabile, conservata come evidenza intoccabile, e una o più copie di lavoro su cui effettuare l’analisi tecnica. La copia master (ad es. su hard disk dedicato) viene anch’essa sigillata e custodita, mentre la copia di lavoro potrà essere caricata sulle workstation forensi per l’analisi senza rischiare di compromettere l’originale. In caso di contestazioni, la copia master potrà sempre essere riesaminata per verifica indipendente.
Consegna e destinazione delle evidenze
Una volta concluse le acquisizioni, le evidenze dovranno essere consegnate e/o conservate in modo appropriato in vista di procedimenti futuri:
Reportistica e verbali ufficiali: si consegna allo studio legale un rapporto forense preliminare che elenca tutte le evidenze raccolte e descrive sinteticamente le modalità di acquisizione seguite, certificando che sono stati rispettati i protocolli per assicurare conformità degli originali e immodificabilità delle copie. Questo rapporto include in allegato i verbali di cui sopra e i documenti costituenti la Catena di Custodia firmati dal consulente.
Consegna a autorità inquirenti (se previsto): se lo studio intende sporgere denuncia o se l’incidente configura reati perseguibili d’ufficio, le evidenze digitali dovranno essere messe a disposizione dell’Autorità Giudiziaria. In tal caso, si preparano i reperti secondo le regole richieste: ogni evidenza viene identificata con un numero di repertazione, descritta nel verbale di consegna e consegnata (es. alla Polizia Postale o altra forza di polizia competente). I rappresentanti dell’autorità firmano per ricevuta, entrando così loro nella catena di custodia come nuovi custodi dell’evidenza. Da quel momento, ogni accesso ai dati dovrà avvenire sotto il loro controllo o con la loro autorizzazione. È importante evidenziare che la documentazione della Catena di Custodia accompagna le evidenze: fornisce al giudice la garanzia che dal momento della raccolta alla presentazione in giudizio non vi siano state manomissioni.
Conservazione a lungo termine: sia lo studio sia l’autorità (se coinvolta) dovranno conservare le evidenze digitali in modo sicuro fino alla conclusione di ogni procedura legale, ed anche oltre se richiesto. Ciò significa storage in ambienti controllati, con accesso limitato solo a personale autorizzato. Ad esempio, i supporti sigillati possono essere custoditi in una sala prove dedicata con registro accessi, e le copie digitali possono essere conservate anche in cassaforte ignifuga (per prevenire perdita in caso di incendio). Si ricorda che anche i dati digitali soffrono il passare del tempo (bit rot, obsolescenza hardware): pertanto, per conservazioni prolungate, si potrebbero effettuare periodiche verifiche dell’integrità (ricalcolando gli hash a distanza di tempo per verificare che coincidano ancora) e migrazioni su nuovi supporti in caso di necessità, sempre documentando ogni passaggio.
Strumentazione e tecniche utilizzate
Di seguito un riepilogo degli strumenti specifici impiegati e la motivazione della loro scelta, in accordo con le best practice forensi:
Write Blocker Hardware (es. Tableau, Digital Intelligence UltraBay): dispositivo essenziale che si interpone tra il supporto originale (es. SATA/SAS/USB) e la macchina forense, consentendo solo comandi di lettura. Ciò previene modifiche accidentali ai dati originali durante l’imaging . L’uso del write blocker garantisce l’immodificabilità del reperto originale in linea con i requisiti legali (copia conforme e non alterata). Abbiamo utilizzato write blocker per tutti i dischi rimossi prima di leggerli sui nostri sistemi di acquisizione.
Software di imaging forense
FTK Imager: scelto per l’acquisizione delle workstation Windows. È uno strumento gratuito e affidabile, in grado di creare immagini forensi (raw, E01, AFF) e di calcolare hash integrati. Supporta anche la cattura della RAM su macchine Windows con pochi click. Lo abbiamo usato per comodità e per mantenere un formato standard (E01) ampiamente accettato nelle corti. Inoltre FTK Imager genera un log dettagliato utile per testimoniare la correttezza delle operazioni.
dd/dc3dd: utilizzato in ambienti Linux per la sua ubiquità e controllo. dc3dd in particolare è una variante di dd orientata al digital forensics, che permette hashing on the fly e log avanzati. È stato impiegato per duplicare il disco del server Linux in maniera forense.
Guymager: alternativa GUI su Linux per imaging, scelta nel caso di acquisizioni tramite live CD CAINE. Genera direttamente file .E01 e calcola hash, semplificando l’operatività.
Tableau TD3/TX1 Forensic Imager (opzionale): si tratta di unità hardware dedicate che clonano dischi a livello hardware senza bisogno di PC. Se disponibile, avremmo potuto usarla per velocizzare l’acquisizione dei dischi grandi (soprattutto il server) con copia diretta disk-to-disk. Tali dispositivi garantiscono velocità ottimizzata e logging automatico, con verifica hash in hardware. Nel nostro scenario, abbiamo ipotizzato l’uso prevalente di software, ma è menzionato per completezza.
Strumenti per il dump della memoria volatile
Magnet RAM Capture (DumpIt): utilizzato per dump veloci della RAM sulle macchine Windows. Scelto per la sua semplicità (eseguibile portabile) e velocità. Il dump risultante è compatibile con i più diffusi framework di analisi della memoria (Volatility, Rekall).
LiME (Linux Memory Extractor): modulo kernel per Linux usato per dump di RAM del server. Scelto perché consente di ottenere un dump consistente direttamente da kernel space, con un impatto minimo sul sistema. Richiede preparazione (compilazione modulo ad hoc per la versione di kernel), perciò si potrebbe optare in alternativa per AVML (Azure VM Memory Leaker) di Microsoft, un tool user-space che non necessita compilazione. In ogni caso, l’importante è aver ottenuto la memoria prima dello spegnimento.
Volatility Framework (analisi post acquisizione): citato come strumento che useremo successivamente per analizzare i dump di memoria e cercare indizi (processi anomali, moduli sospetti, connessioni residue, credenziali in chiaro, ecc.).
Utilities di sistema e log collection
Comandi come ifconfig/ipconfig, netstat, tasklist/ps, wmic etc., possonoessere stati eseguiti durante la fase live (se fatta) per raccogliere informazioni di stato (es. elenco connessioni di rete, processi attivi, utenti loggati). Tali informazioni sono state annotate e salvate come parte delle evidenze (es. reindirizzando l’output su file di testo).
Per il firewall, l’interfaccia di amministrazione web/SSH integrata è stata lo strumento per estrarre i log e configurazioni. In mancanza di esportazione diretta, si poteva eseguire uno script o screenshot.
Hashing tools: utilizzo di algoritmi MD5, SHA-1, SHA-256 tramite tool integrati (ad es. md5sum/sha1sum su Linux, o utilità come HashCalc su Windows) per calcolare le impronte digitali delle evidenze.
In sintesi, la combinazione di questi strumenti e tecniche è stata scelta per massimizzare l’affidabilità e la completezza della raccolta delle prove, minimizzando al contempo il rischio di alterazione dei dati originali. Ogni scelta (dall’uso del write blocker all’acquisizione della RAM) è motivata da esigenze probatorie: garantire che ogni bit di informazione utile venga conservato e possa essere presentato in giudizio con adeguato fondamento di autenticità.
Conclusione
Al termine di queste operazioni, lo studio legale disporrà di copie forensi integre di tutti i sistemi coinvolti, pronte per l’analisi approfondita. Nelle fasi successive, in laboratorio, si potranno esaminare le immagini acquisite con software di analisi forense (come Autopsy, EnCase, X-Ways o altri) per ricostruire la timeline dell’intrusione, identificare l’eventuale malware o tecnica di attacco utilizzata, e confermare quali dati sono stati esfiltrati e come. I log di firewall e di sistema aiuteranno a determinare quando everso dove sono stati trasmessi i dati rubati . Tutto questo, unito alle evidenze conservate in modo corretto, permetterà eventualmente di presentare una prova tecnica solida alle autorità competenti e in sede legale, sostenendo le azioni che lo studio legale deciderà di intraprendere a tutela dei propri clienti e contro gli autori della violazione.
Fonti e riferimenti: le procedure adottate seguono gli standard riconosciuti in ambito digital forensics e incident response, tra cui le linee guida ISO/IEC 27037:2012 per la gestione delle evidenze digitali. Strumenti come FTK Imager e write-blocker hardware sono prassi comune per garantire copie forens affidabili, così come l’uso di hash crittografici per assicurare la conformità delle copie. La catena di custodia e la sigillatura dei reperti vengono gestite secondo le indicazioni della migliore dottrina forense 19 21 , assicurando in ogni momento l’integrità e l’autenticità del materiale probatorio raccolto. Con questo approccio metodico e documentato, l’indagine potrà proseguire sapendo di avere solide basi probatorie su cui fare affidamento.
La digital forensics è una branca della Criminalistica caratterizzata dall’adozione di metodi scientificamente derivati finalizzati all’identificazione, acquisizione e/o repertamento, preservazione, validazione, verifica, analisi, l’interpretazione, documentazione e presentazione del contenuto informativo di sistemi informatici o telematici, al fine di evidenziare l’esistenza di fonti di prova digitali resistenti ad eventuali contestazioni circa la propria attendibilità e capacità probatoria sia in ambito civile che penale.
Corte di Cassazione (Sez. VI n. 3067 del 14.12.1999; Sez. V n. 31135 del 6.7.2007)
«… deve ritenersi “sistema informatico”, … , un complesso di apparecchiature destinate a compiere una qualsiasi funzione utile all’uomo, attraverso l’utilizzazione (anche parziale) di tecnologie informatiche, che sono caratterizzate – per mezzo di un’attività di “codificazione” e “decodificazione” – dalla “registrazione” o “memorizzazione”, per mezzo di impulsi elettronici, su supporti adeguati, di “dati”, cioè di rappresentazioni elementari di un fatto, effettuata attraverso simboli (bit), in combinazione diverse, e dalla elaborazione automatica di tali dati, in modo da generare “informazioni”, costituite da un insieme più o meno vasto di dati organizzati secondo una logica che consenta loro di esprimere un particolare significato per l’utente …».
«… è “sistema telematico” l’insieme di più sistemi informatici collegati tra loro per lo scambio di informazioni, purché siano connessi in modo permanente, e purché lo scambio di informazioni sia il mezzo necessario per conseguire i fini operativi del sistema. …»
Digital Investigation: si attua prima (attività preventiva volta all’acquisizione di elementi indiziari), durante il fatto reato (possono richiedere garanzie difensive);
Digital Forensics: si attua dopo il fatto reato, ossia il dispositivo scientifico arriva sempre a fatto compiuto (c.d. post-mortem) e concentra la sua azione su un specifico evento al fine di determinarne le cause. Essa può essere a sua volta in modalità:
Live: il sistema informatico non si può spegnere, quindi si è costretti ad operare sulla scena del crimine;
Dead o Static: il sistema informatico è spento, quindi cristallizzato e si può operare in laboratorio.
Ruoli e responsabilità
DEFR (Digital Evidence First Responder) ISO 27037:2012 Pt. 3.7
Definito a volte come Addetto ai Rilievi Tecnici, questi viene coinvolto nelle fasi di identificazione, repertamento e/o acquisizione e preservazione della fonte di prova digitale. Tale figura professionale non dovrebbe necessariamente svolgere un’attività di analisi.
DES (Digital Evidence Specialist) ISO 27037:2012 Pt. 3.8
Definito a volte come “Analista”, questi fornisce supporto tecnico al DEFR nelle fasi di identificazione, repertamento e/o acquisizione e preservazione delle fonti di prova digitale. Il DES deve essere caratterizzato da una formazione di tipo accademico e di comprovata esperienza nel settore tecnico-investigativo.
Il dato è la rappresentazione oggettiva di un fatto o evento che consenta la sua trasmissione oppure interpretazione da parte di un soggetto umano o di uno strumento informatico.
L’informazione è l’interpretazione e il significato assegnato a uno o più dati.
Le fasi
Identificazione (ISO 27037:2012 pt. 3.12): ricerca, riconoscimento e documentazione della fonte di prova digitale e rispettiva pertinenza (priorizzare le attività sulla base dell’ordine di volatilità dei dati, mitigare l’impatto sia sul sistema che sulle fonti di prova digitali).
Acquisizione (ISO 27037:2012 pt. 3.1): duplicazione del contenuto informativo della fonte di prova digitale. Consiste nell’adozione di misure tecniche, il più possibile riproducibili e/o verificabili, dirette alla duplicazione del contenuto informativo, o parte di esso, di sistemi informatici e/o telematici su adeguati supporti, tale che assicuri la conformità della copia all’originale.
Con il termine “duplicato informatico” (art. 1 lett. i-quinquies D. Lgs. 7 marzo 2005, n. 82 – C.A.D.) s’intende l’operazione di memorizzazione, su dispositivi diversi, della medesima sequenza di valori binari del dato informatico originario.
Affinché il dato non sia condizionato dal nuovo ambiente di lavoro, vi è la necessità che questi venga memorizzato all’interno di un c.d. “forensic container”, creando così un vero e proprio “reperto virtuale”.
Repertamento (ISO 27037:2012 pt. 3.3.): attività volta ad assicurare la fonte di prova digitale e la rispettiva pertinenza, consiste nella rimozione della fonte di prova digitale e sue pertinenze dall’ambiente originario ad uno controllato (es. un laboratorio) per la successiva acquisizione ed analisi. Non sempre è possibile repertare.
Preservazione (ISO 27037:2012 p.t. 3.15): attività volta a garantire l’integrità e/o le condizioni originali della fonte di prova digitale mediante misure tecniche dirette ad: assicurare la conservazione e l’immodificabilità (conservazione dello stato dei luoghi) e impedire l’alterazione (dolo) e l’accesso incontrollato (colpa).
Validazione (ISO 27037:2012 pt. 3.24): attività di valutazione del rapporto di “pertinenzialità” tra gli elementi assicurati ed il contesto investigativo (ISO / IEC 27004: 2016).
Verifica (ISO 27041:2015 pt. 3.20): si accerta che la fonte di prova digitale ha conservato la sua integrità (ISO / IEC 27004: 2016).
Analisi (ISO 27042:2015 pt. 3.1 and ISO 27043:2015 pt. 3.3): il processo di valutazione oggettiva delle fonte di prova digitali a finché queste possano confermare, o confutare, un tesi accusatoria.
Interpretazione (ISO 27042:2015 pt. 3.9): è il processo in cui si contestualizzano le risultanze oggettive derivate dall‘attività di analisi e le si proietta in più ampio quadro accusatorio (es. Correlazione tra risultanze di più dispositivi informatici analizzati e dati forniti da terze parti).
Documentazione (es. artt. 136, 137 e 357 c.p.p.): insieme di atti e documenti in genere volti a storicizzare le attività svolte
Presentazione (es. artt. 196-198 c.p.p.): è l’esposizione, generalmente orale, delle risultanze tecnico-investigative in ambito processuale
La Catena di Custodia (CoC – ISO 27037:2012 pt. 6.1) è un documento o una serie di questi che attesta, in un dato arco temporale, la responsabilità di un soggetto nella gestione di uno o più reperti. Essa ha inizio con l’esercizio dell’attività assicurativa e si conclude con la confisca e distruzione, ovvero la restituzione all’avente diritto del reperto.
Principi (ISO 27037):
Gli attori che intervengono sulla scena del crimine informatico, dovranno garantire i seguenti principi comuni alla maggior parte dei sistemi giurisdizionali internazionali:
Rilevanza/Pertinenza (Relevance): secondo cui bisogna dimostrare di aver acquisito e/o repertato solo elementi di pertinenza con il contesto d’indagine, avendo cura di motivarne le ragioni.
Affidabilità/Attendibilità (Reliability): secondo cui ogni processo che caratterizza la scena del crimine informatico dovrebbe essere verificabile e ripetibile. L’attuazione di tali processi dovrebbe garantire l’intera riproducibilità dell’attività tecnico-investigativa.
Sufficienza/Proporzionalità (Sufficiency): in cui il DEFR si assicura di avere a disposizione sufficiente materiale su cui svolgere le indagini.
I requisiti:
Verificabilità (Auditability): secondo cui dovrebbe essere possibile per una parte terza, indipendente alla componente di Polizia Giudiziaria ed autorizzata dall’A.G. (es. il Consulente Tecnico), poter accertare tutte le attività poste in essere sia dal DEFR che dal DES sulla scena del crimine informatico.
Ripetibilità (Repeatability): secondo cui si producono gli stessi risultati con lo stesso test nello stesso ambiente.
Riproducibilità (Riproducibility): secondo cui si producono gli stessi risultati al variare sia dell’ambiente che degli strumenti.
Giustificabilità (Justifiability): secondo cui il DEFR dovrebbe essere in grado di poter giustificare la metodologia attuata per quel particolare contesto investigativo caratterizzato da vincoli giuridici, tecnologici e logistici, oltreché di competenze tecniche dello stesso operatore.
Hashing
Nel linguaggio scientifico, l’hash (ISO/IEC 10118-3:2018) è una funzione «one way», ossia che non può essere invertita, atta alla trasformazione di un testo di lunghezza arbitraria in una stringa di lunghezza fissa, relativamente limitata.
Tale stringa rappresenta una sorta di «impronta digitale» (o «sigillo elettronico») del contenuto di un file, e viene comunemente denominata come:
codice di hash;
checksum crittografico;
message digest.
Il codice hash, riportato nel report del Forensic Container, fa riferimento al contenuto informativo del dispositivo acquisito e non al container stesso.
Tipi di acquisizione
Acquisizione manuale: consiste nella documentazione realizzata mediante rilievi descrittivi e tecnici (foto e video)
Acquisizione logica: consente di estrarre dati allocati e che sono accessibili tipicamente tramite:
API del sistema operativo (c.d. logica semplice);
File system (c.d. logica avanzata).
Sono da considerarsi dati allocati tutti quelli non cancellati ed accessibili tramite file system.
Un’eccezione a questa definizione è che alcuni file, come ad esempio un database SQLite, possono essere assegnate e ancora contengono record eliminati nel database.
Siamo in grado di eseguire due tipi di acquisizione logica:
semplice, che viene effettuata per mezzo di una acquisizione selettiva sui dati specifici dell’area utente (ad esempio contatti, agenda, registri chiamate e così via). Il risultato di questo tipo di acquisizione è simile a sistemi di backup (ad esempio iTunes, Kies, …) che usano le API specifiche e non ha bisogno di privilegi amministrativi;
avanzata (o del file system), che necessita il più delle volte di privilegi amministrativi, in quanto consente di estendere il suo raggio di azione non soltanto ad ristretto numero di file, ma ad una o più partizioni di un volume.
Acquisizione fisica: un’acquisizione c.d. «fisica» fornisce l’accesso integrale al contenuto informativo del supporto di memorizzazione, consentendo così di recuperare anche i dati non più allocati (cancellati o obsoleti) e ottenere un dump esadecimale.
Tali tecniche possono essere attuate tramite soluzioni:
software, i quali vengono eseguiti con privilegi amministrativi al fine di ottenere un’estrazione integrale dei dati presenti nella memoria di massa;
hardware, che consistono in un collegamento o estrazione fisica della memoria di massa.
La vera difficoltà di questa tipologia di acquisizione consiste nel riuscire a decodificare, e quindi ricostruire, i dati acquisiti.
In ambito di accertamenti tecnici può accadere che quella che è considerata un’attività ripetibile, spesso non lo è in termini giuridici
La disciplina normativa sugli atti non ripetibili (art. 360 c.p.p. ed art. 117 disp. att. c.p.p.) tende a:
evitare che le prove “urgenti” vengano disperse;
garantire il rispetto del principio del contraddittorio (art. 111 Cost.);
Presupposti:
indifferibilità = ora o mai più (art. 354 c.p.p.) “se non lo fai subito non lo puoi più fare”, cioè l’inerzia la prova andrebbe comunque dispersa;
non reiterabilità = ora e mai più (art. 360 c.p.p.) “se lo fai non lo puoi più fare”, cioè l’attività che si compie comporta, necessariamente o con un’elevata probabilità, l’alterazione o la distruzione della fonte di prova.
Riseup Pad (accessibile su pad.riseup.net) è un servizio di editing collaborativo in tempo reale basato sul software open source Etherpad. Consente a più utenti di creare e modificare simultaneamente documenti condivisi (“pad”) tramite un semplice link, senza necessità di registrazione. L’accesso al pad avviene esclusivamente tramite connessione HTTPS cifrata (TLS), garantendo che il traffico sia protetto durante la trasmissione. Inoltre, per maggiore sicurezza e anonimato, Riseup consiglia di utilizzare la propria VPN o la rete Tor quando si accede al servizio: è disponibile un indirizzo .onion dedicato per usare i pad attraverso Tor.
Quanto alla gestione dei contenuti inseriti dagli utenti, i pad esistono per un periodo limitato: i documenti vengono eliminati automaticamente dopo 60 giorni di inattività. In fase di creazione, è possibile scegliere una durata di vita del pad (ad esempio 1 giorno, 60 giorni o 1 anno) trascorsa la quale il contenuto viene cancellato dal server. Questa politica assicura che i testi condivisi non rimangano conservati indefinitamente. Riseup inoltre non richiede informazioni personali per utilizzare il pad (basta scegliere un nome univoco per il pad) e non associa i contenuti ad account utente, favorendo un utilizzo anonimo. Non risultano meccanismi di indicizzazione pubblica dei pad: l’URL segreto funge da unica chiave di accesso, nota solo ai partecipanti. In linea con i principi generali di Riseup, il contenuto delle comunicazioni non viene attivamente monitorato o analizzato dallo staff (analogamente a come Riseup dichiara di non leggere né controllare le email degli utenti, se non per filtri anti-spam/virus o su richiesta di supporto tecnico).
Dati raccolti: IP, cookie e log
Una caratteristica fondamentale di Riseup Pad è la minimizzazione dei dati raccolti sugli utenti. In particolare, non vengono registrati gli indirizzi IP di chi accede al pad. Questa pratica fa parte di una policy più ampia di Riseup: nessun servizio Riseup conserva indirizzi IP degli utenti, riducendo drasticamente la possibilità di tracciare l’identità o la posizione di chi utilizza i suoi strumenti.
Per quanto riguarda i cookie e identificatori di sessione, Riseup non utilizza cookie di terze parti né tracking esterno di alcun tipo. Sul browser dell’utente può essere impostato solo un identificatore di sessione temporaneo (ad esempio, quando si effettua il login ad altri servizi Riseup), ma nel contesto di pad.riseup.net – che non richiede autenticazione – l’uso di cookie è limitato al minimo necessario per la funzionalità del pad. In ogni caso, i cookie di sessione eventualmente usati non contengono dati personali e vengono eliminati alla fine della sessione.
Anche i file di log vengono gestiti con una filosofia di forte minimizzazione. Riseup afferma di non mantenere log dettagliati delle attività degli utenti, a differenza di molti provider commerciali. In generale non vengono conservate informazioni che possano identificare in modo univoco un utente o tracciarne le attività. Ad esempio, Riseup non registra nei log gli IP di connessione e non conserva impronte digitali del browser (browser fingerprint) degli utenti. Eventuali log tecnici aggiuntivi possono essere attivati temporaneamente solo per risolvere problemi (ad es. debug o troubleshooting) e vengono eliminati immediatamente dopo l’uso. L’unica forma di logging continuo menzionata nella privacy policy riguarda i server email di Riseup: per mitigare abusi di spam, i server conservano temporaneamente i metadati di routing (indirizzi mittente/destinatario) delle email, ma tali log di transito vengono cancellati ogni giorno. In sintesi, per il servizio Etherpad non risultano log applicativi persistenti a lungo termine: l’attività sui pad non è registrata in database di lungo periodo, ad eccezione della memorizzazione necessaria a tenere disponibile il contenuto del pad fino alla sua scadenza.
Politica sulla privacy di Riseup
Riseup pubblica una Privacy Policy ufficiale che si applica a tutti i servizi offerti, incluso pad.riseup.net. Tale politica enfatizza la tutela della riservatezza degli utenti e la filosofia del “data minimization”. In sintesi, Riseup raccoglie il minor numero possibile di informazioni personali sugli utenti, utilizzandole solo per fornire il servizio e mai per condividerle o monetizzarle. Viene dichiarato esplicitamente che nessuno dei dati raccolti viene venduto o condiviso con terze parti; perfino all’interno del collettivo Riseup, l’accesso a informazioni sensibili è limitato ai soli membri che ne hanno stretta necessità operativa.
Un aspetto peculiare della policy di Riseup è l’invito agli utenti a non lasciare informazioni personali sul servizio più del necessario. Ad esempio, quando un utente crea un account email Riseup (operazione che richiede di fornire qualche dato di contatto), può successivamente eliminare quei dati dal proprio profilo, e Riseup incoraggia a farlo, sottolineando che meno dati possiedono, meno dati potranno essere richiesti da terzi. Questa filosofia – “se non abbiamo i tuoi dati, non potremo essere costretti a consegnarli” – mostra l’impegno di Riseup nel limitare a monte la raccolta e conservazione di informazioni potenzialmente sensibili.
La Privacy Policy conferma inoltre altre misure di sicurezza e riservatezza importanti: tutti i dati utente memorizzati sui server Riseup vengono conservati in forma crittografata. In particolare, il contenuto delle comunicazioni (ad esempio le email salvate sul server), la rubrica contatti e i backup sono cifrati; dal 2017, le caselle di posta dei nuovi account Riseup sono cifrate end-to-end con una chiave unica per ogni utente, il che significa che nemmeno Riseup è in grado di leggere il contenuto archiviato per quegli account senza il consenso dell’utente. Questa attenzione alla crittografia potrebbe estendersi anche ad altri servizi: sebbene il contenuto dei pad Etherpad non sia legato ad un account specifico, è ragionevole assumere che i server di Riseup utilizzino dischi o database cifrati, aggiungendo un ulteriore livello di protezione ai dati temporaneamente archiviati.
Infine, Riseup ribadisce che non monitora l’attività né il contenuto delle comunicazioni degli utenti nelle sue piattaforme. Ad eccezione di controlli automatici per virus e spam sulle email in entrata/uscita, lo staff non esamina né analizza il contenuto dei messaggi o dei documenti degli utenti, a meno che non sia l’utente stesso a richiederlo per assistenza tecnica. Questo approccio vale presumibilmente anche per i pad: il collettivo non interviene né sorveglia i testi scritti nei pad, rispettando la privacy e l’anonimato dei collaboratori.
Conservazione dei dati (data retention)
La data retention presso Riseup è ridotta al minimo indispensabile per erogare il servizio. Nel caso specifico di pad.riseup.net, come già evidenziato, il contenuto dei pad viene conservato solo temporaneamente, per la durata di vita del pad stesso. Trascorso il periodo di inattività definito (massimo 60 giorni senza modifiche, se non specificato diversamente), il pad viene definitivamente eliminato dal server. Ciò implica che Riseup non mantiene archivi storici dei documenti condivisi tramite Etherpad oltre la finestra temporale di utilizzo prevista.
Anche per gli altri servizi, la politica è di non mantenere dati oltre il necessario. La privacy policy indica ad esempio che le informazioni fornite per la registrazione di un account vengono in parte rimosse dopo alcuni mesi (richieste di account eliminate dopo 4 mesi, eventuali codici di invito dopo 1 mese). Analogamente, i log delle email (limitati ai soli indirizzi mittente/destinatario per fini anti-spam) vengono cancellati quotidianamente e non vengono conservati registri di accesso comprensivi di IP o timestamp precisi degli accessi utente. Riseup conserva solo informazioni aggregate o di basso dettaglio necessarie a far funzionare i servizi o a scopi di sicurezza (ad esempio, l’ultimo trimestre dell’ultimo accesso effettuato a un account email, per poter individuare ed eliminare account dormienti), ma non l’ora o il giorno esatto dell’accesso. Tutto questo si traduce in una assenza di archivi a lungo termine sui comportamenti individuali: non esistono log che possano rivelare quali pad sono stati creati da quale IP, o chi abbia scritto cosa e quando, oltre il breve periodo di attività del pad stesso.
In sostanza, la conservazione dei dati da parte di Riseup è impostata su periodi molto brevi e con forte attenzione alla privacy. Laddove possibile, i dati vengono automaticamente cancellati dopo un certo lasso di tempo, e molti dati non vengono proprio raccolti all’origine, eliminando così il problema della conservazione.
Rapporti con autorità di polizia e governi
Riseup adotta una posizione estremamente ferma riguardo a richieste di dati da parte di autorità governative o forze dell’ordine. In base alle dichiarazioni ufficiali del collettivo, Riseup non collabora attivamente con nessuna agenzia governativa nella sorveglianza degli utenti: “We would rather stop being Riseup before we did that”, affermano, ossia preferirebbero chiudere l’attività piuttosto che collaborare con operazioni di sorveglianza di massa. Storicamente, dichiarano di non aver mai acconsentito a consegnare informazioni sugli utenti su semplice richiesta e di aver anzi contestato in sede legale ogni tentativo di ottenere dati, vincendo ogni volta queste sfide. Grazie alla loro politica di “no log”, anche in caso di una richiesta da parte dell’A.G., le informazioni identificative disponibili sarebbero molto limitate (non essendoci log di IP, cronologie di accesso o contenuti non cifrati da fornire).
Va sottolineato che i server di Riseup, pur essendo fisicamente collocati (in gran parte) negli Stati Uniti, sono gestiti direttamente dal collettivo e non in hosting cloud di terze parti. Ciò significa che Riseup mantiene il controllo fisico e amministrativo completo delle macchine, riducendo il rischio di accessi non autorizzati o imposizione di backdoor a sua insaputa. Inoltre, la situazione giuridica negli USA – per paradosso – ha aiutato Riseup a proteggere meglio i dati: diversamente da vari Paesi europei, negli Stati Uniti non esistono leggi di data retention che obblighino i provider a conservare i log delle attività degli utenti. Riseup evidenzia che questa assenza di obblighi legali, unita alla propria scelta etica, ha permesso di attuare da anni una rigorosa politica di non conservazione dei log. In sintesi, Riseup non fornisce volontariamente dati alle autorità e oppone resistenza formale a decreti o richieste, entro i limiti consentiti: la sua filosofia è privilegiare la privacy degli attivisti e utenti, anche a costo di cessare il servizio piuttosto che tradirne la fiducia.
Naturalmente, Riseup è comunque soggetta alle leggi vigenti: in caso di ordine legalmente vincolante i membri del collettivo dovrebbero valutarne il rispetto. Tuttavia, la trasparenza fornita agli utenti suggerisce che finora non si sia mai verificato un caso di consegna forzata di dati: nessun dato utente è mai stato consegnato a terzi o a autorità nei più di vent’anni di attività. Questo impegno è rafforzato da un’iniziativa significativa: la pubblicazione di un Warrant Canary.
Misure per la protezione dell’anonimato e contro la sorveglianza
Riseup adotta diverse misure concrete per tutelare l’anonimato degli utenti e contrastare la sorveglianza. Riassumendo le principali:
niente log identificativi: come visto, Riseup non registra indirizzi IP né altri dati che possano identificare gli utilizzatori dei suoi servizi. Ciò significa che, anche in caso di monitoraggio esterno, risulta più difficile collegare le azioni su pad.riseup.net a una persona o indirizzo specifico. Inoltre, l’assenza di log persistenti implica che non esiste uno “storico” delle attività utente che possa essere analizzato a posteriori per fini di sorveglianza;
accesso anonimo e cifrato: il servizio pad non richiede alcuna registrazione né inserimento di dati personali, permettendo un utilizzo anonimo di fatto. Tutte le connessioni avvengono su HTTPS obbligatorio, prevenendo intercettazioni del traffico in chiaro. Per chi desidera massimizzare la privacy, Riseup offre un endpoint sulla rete Tor (un servizio .onion), grazie al quale è possibile usare i pad in modo anonimizzato tramite Tor – nascondendo sia l’identità dell’utente sia il contenuto del traffico a potenziali sorveglianti di rete. L’organizzazione gestisce anche una propria VPN gratuita, che può essere usata per cifrare tutto il traffico internet dell’utente (incluso l’accesso ai pad) aggiungendo un ulteriore livello di protezione della provenienza della connessione;
crittografia dei dati archiviati: tutti i dati conservati sui sistemi Riseup sono memorizzati in forma crittografata. Questo significa che, anche nell’eventualità di un accesso fisico ai server o di un sequestro degli stessi, i contenuti salvati (email, file, e verosimilmente anche i dati temporanei dei pad) non sono leggibili senza le chiavi in possesso di Riseup. Per i servizi con account utente, è implementata anche la crittografia lato server per singolo account (personal storage encryption), che impedisce persino agli amministratori di Riseup di accedere ai dati sensibili memorizzati senza autorizzazione;
policy di eliminazione dei dati: la filosofia di cancellare presto ciò che non serve (pads inattivi eliminati dopo 60 giorni, log email eliminati giornalmente, ecc.) riduce la quantità di informazioni disponibili in qualsiasi momento su cui un’attività di sorveglianza potrebbe mettere le mani. In altri termini, ciò che non viene conservato non può essere analizzato. Questa è considerata una buona pratica per la privacy, seguita anche da altri collettivi affini;
resistenza attiva alla sorveglianza: Riseup dichiara espressamente che difenderà i dati degli utenti. Nella sua Privacy Policy si impegna a opporsi con tutti i mezzi legali a qualsiasi tentativo di obbligare l’azienda a divulgare informazioni o log degli utenti. Questa postura si è tradotta in azioni concrete: come menzionato, quando Riseup ha ricevuto richieste di dati in passato, ha reagito sfidandole in tribunale (riuscendo a evitare la divulgazione). Inoltre, Riseup ha affermato di non aver mai installato backdoor, strumenti di monitoraggio o accessi segreti a beneficio di forze dell’ordine sui propri sistemi. I server non sono mai stati compromessi o requisiti e tutti i componenti dell’infrastruttura rimangono sotto il controllo diretto del collettivo;
warrant canary: come ulteriore misura di trasparenza anti-sorveglianza, Riseup pubblica periodicamente un Canary Statement firmato digitalmente (PGP). In questo documento, aggiornato ogni pochi mesi, Riseup conferma che non vi sono state compromissioni della sicurezza o interferenze governative segrete. In particolare, il canary attesta che Riseup non è stata costretta a modificare i propri sistemi per consentire accessi o fughe di dati a terzi e che non ha divulgato chiavi crittografiche o informazioni sensibili sotto coercizione. Qualora Riseup ricevesse un cosiddetto gag order (un ordine con divieto di divulgazione) o altre ingiunzioni segrete, l’assenza di aggiornamenti del canary servirebbe da segnale implicito alla comunità che qualcosa non va. Nelle FAQ del canary, Riseup ribadisce che “law enforcement has not taken our servers; [it] does not, and has never had access to them”, aggiungendo ancora una volta che preferirebbe cessare di esistere piuttosto che permettere installazioni di monitoraggi forzati. Questa strategia del canary dimostra l’impegno proattivo di Riseup nell’ informare gli utenti e nel resistere alla sorveglianza statale, anche in scenari estremi.
Conclusione
Quanto in questo articolo si basa sulla documentazione e le policy pubblicate da Riseup – inclusa la pagina informativa di Riseup Pad[1], la Privacy Policy ufficiale[2] e le FAQ/dichiarazioni di Riseup riguardo ai rapporti con i governi e la sicurezza (come il loro warrant canary e comunicati correlati)[3][4]. Queste fonti confermano l’attenzione di Riseup alla privacy, l’assenza di raccolta di dati sensibili, la cancellazione a breve termine dei dati dei pad, e la volontà di opporsi strenuamente a qualunque forma di sorveglianza o richiesta coercitiva di dati.
In conclusione, pad.riseup.net appare progettato e gestito per offrire uno strumento di collaborazione il più anonimo e sicuro possibile, in linea con la missione di Riseup di proteggere le comunicazioni e la privacy degli utenti.
La digital forensics è la disciplina che si occupa di individuare, preservare ed esaminare le evidenze digitali al fine di ricostruire eventi e azioni compiute su sistemi informatici. In particolare, nel contesto della risposta agli incidenti informatici, le tecniche forensi permettono di capire cosa è accaduto durante un attacco, quali sistemi sono stati compromessi e in che modo, fornendo informazioni critiche per prevenire futuri incidenti. A livello internazionale esistono standard e linee guida che definiscono le migliori pratiche in questo campo: ad esempio lo standard ISO/IEC 27042:2015 fornisce “linee guida per l’analisi e l’interpretazione delle evidenze digitali” mentre ISO/IEC 27043:2015 definisce “principi e processi di indagine sugli incidenti”. Analogamente, la guida NIST SP 800-86 del National Institute of Standards and Technology – intitolata “Guide to Integrating Forensic Techniques into Incident Response” – descrive processi efficaci per svolgere analisi forensi su vari tipi di dati (file, sistemi operativi, traffico di rete, applicazioni) e integrare queste attività nell’ambito di un’indagine di sicurezza . Questi riferimenti enfatizzano un approccio metodico e strutturato all’analisi forense, essenziale affinché le evidenze raccolte abbiano validità e siano utili sia in ottica tecnica sia, se necessario, in sede legale.
Analisi di file system
L’analisi forense di un file system consiste nell’esaminare la struttura e il contenuto di supporti di memoria (dischi fissi, SSD, pen drive, ecc.) al fine di scoprire tracce digitali significative. Ogni file e directory su un sistema operativo è organizzato secondo un file system (come NTFS per Windows, EXT4 per Linux, APFS per macOS, ecc.), il quale mantiene metadati cruciali: nomi dei file, dimensioni, permessi e timestamp (date di creazione, modifica, accesso, ecc.). L’analista forense ispeziona queste informazioni per ricostruire le attività svolte sul sistema e individuare anomalie. Ad esempio, nei file system NTFS di Windows il Master File Table (MFT) registra record per ogni file, includendo fino a quattro timestamp principali per ciascuno (creazione, ultima modifica, ultimo accesso, ultima modifica del record MFT). Questi dati temporali consentono di costruire una timeline degli eventi sul disco. In un’analisi tipica, si cercano file sospetti (ad esempio programmi malevoli camuffati), si esaminano gli attributi e i contenuti dei file e si analizzano gli artefatti del file system (come i journal di NTFS, la $Recycle.Bin, i punti di ripristino, ecc.) alla ricerca di evidenze. Inoltre, si verifica la presenza di file nascosti o di istanze di steganografia (informazioni occultate dentro file leciti) e si controlla l’integrità dei file confrontandone gli hash crittografici con valori noti.
Un aspetto fondamentale del file system forensics è il recupero di file cancellati. Molti utenti pensano che quando un file viene eliminato dal sistema scompaia definitivamente, ma in realtà non è così: l’eliminazione rimuove il riferimento al file dalla tabella di allocazione (ad esempio la File Allocation Table su FAT o la MFT su NTFS) ma i dati binari del file restano sui settori del disco finché non vengono sovrascritti. I file (o frammenti di essi) permangono nelle aree non allocate del disco e, con gli strumenti appropriati, è difficile ma non impossibile ricostruirli. Ciò significa che è spesso possibile recuperare documenti o altri artefatti anche dopo la cancellazione, soprattutto su supporti di grande capacità dove può trascorrere molto tempo prima che i blocchi vengano riutilizzati per nuovi dati.
L’analista forense utilizza tecniche di data carving (descritte più avanti) per scandagliare queste porzioni libere alla ricerca di header e footer noti di file (come le intestazioni JPEG, PDF, ecc.) e ricostruire file eliminati o corrotti. Un altro approccio consiste nel calcolare gli hash (MD5, SHA-1, SHA-256) di tutti i file presenti e confrontarli con database di indicatori di compromissione (IOC) noti o con liste di hash di software benigni, così da individuare rapidamente malware noti o file anomali. In contesto italiano, ad esempio, il CERT-AgID (Computer Emergency Response Team dell’Agenzia per l’Italia Digitale) fornisce alle Pubbliche Amministrazioni un servizio di feed IoC contenente hash di file malevoli osservati nelle campagne di attacco più recenti. Questo feed, combinato con appositi tool, consente di identificare file compromessi nei sistemi oggetto di analisi. Hashr è uno di questi strumenti sviluppati dal CERT-AgID: permette di cercare, all’interno di un filesystem, file noti come malevoli confrontando i loro hash con una lista di impronte note. L’uso di hashr è risultato particolarmente utile sia nelle indagini di sicurezza informatica sia nell’analisi forense, ad esempio per verificare l’integrità di grandi volumi di dati e scovare rapidamente malware presenti su disco.
Figura 1: Schermata di output dello strumento hashr (open source di CERT-AGID) in azione. In questo esempio, l’utility ha analizzato la directory Downloads confrontando ogni file con una lista di hash indicanti malware noti, restituendo per ciascun file corrispondenze di hash MD5, SHA1 e SHA256. Tale strumento può velocizzarel’identificazione di file infetti all’interno di file system di grandi dimensioni, ed è utilizzabile anche a fini di verifica dell’integrità dei file.
Dal punto di vista operativo, l’analisi forense dei file system inizia con una corretta acquisizione della memoria di massa da esaminare. Si procede creando una copia forense bit-a-bit del supporto originale (disk image), operazione effettuata tipicamente a sistema spento (analisi dead) utilizzando tool come dd (in ambienti Unix) o strumenti dedicati (ad es. FTK Imager, Guymager), spesso impiegando un write-blocker hardware o software per evitare qualsiasi modifica accidentale al disco originale. L’immagine ottenuta viene poi sottoposta a hash (es. SHA-256) per calcolarne l’impronta univoca, che servirà a garantirne l’integrità: confrontando il valore hash della copia con quello calcolato sul disco originale, si verifica che la copia sia esatta e che nessuna alterazione sia avvenuta durante l’acquisizione. Solo a questo punto gli investigatori lavorano sull’immagine duplicata, lasciando intatto l’originale (principio fondamentale per assicurare la validità probatoria delle evidenze). Una volta montata o caricata l’immagine in appositi software, l’analisi può procedere: si passa in rassegna la struttura di directory, si cercano file sospetti (anche in base a nome, tipo o hash), si analizzano i contenuti con visualizzatori esadecimali o strumenti di parsing (per esempio analizzando il registro di configurazione di Windows, i file di Prefetch, i log di sistema, ecc.), e si ricostruiscono le attività avvenute sul file system. Il risultato finale è spesso una ricostruzione dettagliata (timeline) delle azioni svolte su quel supporto (creazione, modifica, cancellazione di file, installazione di programmi, collegamenti di dispositivi USB, ecc.), utile per comprendere la dinamica di un incidente e attribuire eventuali responsabilità.
Analisi di dump di memoria (memory forensics)
L’analisi forense della memoria RAM è una componente sempre più centrale nelle investigazioni digitali. La memory forensics si occupa di studiare il contenuto della memoria volatile di un sistema (dump RAM catturato da un computer o dispositivo) allo scopo di estrarre informazioni sulle attività in corso o recenti, spesso impossibili da reperire altrove. Infatti qualsiasi operazione compiuta da un sistema informatico – processi eseguiti, connessioni di rete, utilizzo di credenziali, ecc. – transita attraverso la RAM e può persistere in memoria per un certo tempo anche dopo la conclusione dell’evento. La RAM di un computer può contenere quindi una quantità enorme di dati utili: l’elenco dei processi e thread in esecuzione (con i relativi programmi e moduli caricati), le connessioni di rete attive o recentemente chiuse (comprese informazioni su indirizzi IP e porte remote), le chiavi crittografiche in uso, password in chiaro temporaneamente presenti, il contenuto della clipboard (appunti) e persino tracce di malware in esecuzione – inclusi rootkit o altri codici malevoli che potrebbero occultarsi al file system. In altri termini, la memoria è spesso il luogo migliore dove cercare le attività di un software malevolo: anche se un malware tenta di nascondersi eliminando file dal disco o operando solo in memoria (fileless malware), deve comunque essere caricato e mantenuto nella RAM per poter agire. Attraverso la memory forensics è possibile mettere in luce evidenze altrimenti invisibili, come malware residenti unicamente in memoria, sessioni di navigazione web in modalità incognita (che non lasciano cronologia su disco) o conversazioni in chat volatile, e persino modifiche apportate a chiavi di registro di Windows che risiedono solo in memoria e non ancora scritte su disco.
Le fasi di un’analisi della memoria includono innanzitutto l’acquisizione del dump: se il sistema è live, si utilizzano tool appositi (ad es. Magnet RAM Capture, FTK Imager in modalità live, Belkasoft RAM Capturer o comandi di sistema) per estrarre un’immagine completa della RAM e dei file di swap/paging, evitando per quanto possibile di alterare lo stato della macchina. Una volta ottenuto il file di dump grezzo, si passa alla fase di estrazione delle evidenze: qui entrano in gioco framework specializzati come Volatility o Rekall. Volatility, in particolare, è un framework open source scritto in Python, dotato di una collezione di plug-in che permettono di estrarre artefatti dal dump di memoria volatile. Tramite Volatility, l’analista può elencare tutti i processi attivi al momento dell’acquisizione (e quelli terminati di recente ma ancora residenti in memoria), ispezionare l’area di memoria di ciascun processo alla ricerca di stringhe o moduli caricati, ricostruire la lista delle connessioni di rete aperte (socket TCP/ UDP con relativi IP/porta), recuperare informazioni sui driver e i kernel module caricati, estrarre il contenuto della clipboard, delle cache DNS e molto altro. Si possono anche cercare firme note di malware in memoria o rilevare tecniche di offuscamento, come process injection, hooking di funzioni di sistema, presenza di eseguibili packed, ecc. Un esempio concreto: grazie all’analisi RAM è possibile recuperare credenziali o token di autenticazione temporanei che risiedono in memoria (ad esempio password di utenti o chiavi di sessione), elemento che talvolta consente di comprendere l’entità di una compromissione o di effettuare escalation controllate in laboratorio per studiare un attacco. L’analisi della memoria viene condotta preferibilmente off-line sull’immagine catturata, utilizzando i profili adeguati (profiling) per interpretare le strutture dati in base al sistema operativo target. Ad esempio, Volatility richiede di specificare il profilo (p.es. Windows 10 x64 build 19041) per poter tradurre correttamente indirizzi di memoria e simboli: un passaggio fondamentale, poiché l’uso di un profilo errato può portare a output incompleti o incoerenti.
Un aspetto importante è la correlazione delle evidenze di memoria con altre fonti. Spesso, i risultati dell’analisi RAM vanno messi in relazione con quanto emerge dall’analisi del disco e dei log di rete, al fine di costruire un quadro unificato dell’incidente. Ad esempio, processi sospetti individuati in RAM (come un powershell.exe lanciato con comandi anomali, oppure un processo senza file su disco indicativo di un malware fileless) dovrebbero poi essere cercati nelle evidenze del file system (esiste un file corrispondente su disco? Ci sono riferimenti nel Prefetch o nel registro di sistema?) e nei log (ci sono eventi che mostrano l’esecuzione di quel processo da parte di un certo utente?). Solo tramite questa visione d’insieme si può capire appieno l’accaduto. Nel contesto italiano, l’uso della memory forensics è ormai prassi sia nelle operazioni di incident response: ad esempio, per malware analysis su campioni attivi intercettati in sistemi compromessi o per identificare in tempo reale minacce come il malware Agent.Tesla o Ursnif che negli ultimi anni hanno preso di mira enti pubblici e privati.
Analisi di log di sicurezza e di rete
I log – registri degli eventi prodotti da sistemi operativi, applicazioni e dispositivi di rete – costituiscono una fonte informativa primaria nella gestione e analisi degli incidenti informatici. Ogni componente IT (e anche molti dispositivi non-IT) genera infatti una notevole quantità di informazioni sotto forma di log, che vengono tipicamente classificati per categorie e livelli di severità. Ad esempio, un server web produce log delle richieste HTTP con indicazione di timestamp, URL richiesto, indirizzo IP del client e codice di risposta; un firewall registra gli accessi consentiti o negati per ogni connessione (con dati su IP, porte, protocolli); un sistema operativo mantiene log di sicurezza (tentativi di login riusciti o falliti, cambi di privilegi, eventi del kernel) e così via. Analizzare questi log di sicurezza significa estrarre dai dati grezzi le informazioni rilevanti per un determinato incidente, identificare correlazioni tra eventi e riconoscere pattern anomali che possano indicare attività malevole o malfunzionamenti.
Un esempio concreto: in caso di sospetta intrusione su un server, l’analisi incrociata dei log potrebbe rivelare che un certo utente ha effettuato un login fuori orario (voce nel security log), subito seguito dall’esecuzione di comandi insoliti registrati nella shell history e da connessioni verso un IP esterno annotati nel log del firewall. Ciascun singolo evento, preso a sé, potrebbe passare inosservato; la correlazione temporale e funzionale tra i vari log permette invece di ricostruire la sequenzadell’attacco (es. accesso iniziale – movimenti laterali – esfiltrazione di dati) e di identificarne la sorgente. Per un responsabile CSIRT/SOC, saper orchestrare questa attività di analisi log è fondamentale: significa dover gestire potenzialmente decine di migliaia di eventi al secondo, filtrare i falsi positivi e isolare gli indicatori critici. A tal fine, ci si avvale comunemente di sistemi SIEM (Security Information and Event Management). Un SIEM è una piattaforma software che colleziona i log da sorgenti disparate, li normalizza (cioè li traduce in un formato comune), li correla in base a regole predefinite e spesso applica motori di analisi comportamentale per individuare minacce in tempo reale. In pratica, il SIEM funge da concentratore: al suo interno confluiscono log da firewall, IDS/IPS, sistemi endpoint, database, applicazioni, ecc., e l’analista può consultare da un’unica console l’andamento degli eventi. Ad esempio, il SIEM può generare un alert qualora rilevi, entro uno stesso intervallo temporale, più tentativi di accesso falliti su diversi sistemi seguiti da un accesso riuscito con un account amministrativo: segnale tipico di un possibile brute forcing andato a segno. Oppure può correlare l’apparizione di un file sospetto in un host (rilevato dall’antivirus) con una connessione uscente su porta non standard (dal log del proxy): anche qui producendo un avviso di possibile data exfiltration. I moderni SIEM integrano inoltre feed di threat intelligence (indicatori di minaccia esterni forniti da CERT e vendor) e funzionalità di orchestrazione automatica (SOAR), così da arricchire gli eventi grezzi con informazioni contestuali e, in alcuni casi, reagire automaticamente (per esempio isolando un host infetto).
Nell’analisi forense vera e propria, i log rivestono anche un ruolo chiave come evidenze: costituiscono spesso prova documentale di un’azione (si pensi ai log di autenticazione nel caso di accessi non autorizzati, o ai log di transazione di un database in caso di frodi). È importante perciò assicurarne la corretta conservazione e autenticità: un responsabile deve garantire che i log siano archiviati in forma write-once (immutabile) e con riferimenti temporali affidabili (sincronizzazione oraria via NTP, uso di timestamp in UTC, ecc.), in modo che possano essere esibiti come prova qualora necessario. Un aspetto non banale è la gestione dei tempi e della sincronizzazione: se i sistemi coinvolti in un incidente non hanno orologi allineati, la ricostruzione temporale può risultare complicata. Idealmente tutti i server e dispositivi devono sincronizzare l’ora con un time server preciso (via protocollo NTP); in pratica può capitare di trovare orologi sfasati. In fase di analisi forense occorre pertanto tener conto di eventuali offset temporali tra log diversi, effettuando opportune conversioni per costruire una timeline coerente degli eventi . Questo evidenzia ulteriormente l’importanza di un approccio sistematico e metodico nell’analisi dei log.
In Italia, il CERT-AgID e l’ACN/CSIRT Italia incoraggiano fortemente l’adozione di sistemi di logging centralizzato e di SIEM negli enti pubblici, fornendo anche indicazioni su come configurare al meglio il monitoraggio. Ad esempio, ACN ha pubblicato nel 2022 la Guida alla notifica degli incidenti al CSIRT Italia, che tra le varie cose elenca i tipi di log ed evidenze che gli enti devono raccogliere e conservare per facilitare le investigazioni post-incidente . Vi sono stati anche casi concreti in cui l’analisi dei log ha permesso di scoprire attacchi sofisticati: ad esempio, l’indagine su una serie di attacchi alle caselle PEC (Posta Elettronica Certificata) nel 2023 – coordinata da CERT-AgID in collaborazione con la Polizia Postale – ha visto come elemento chiave l’esame dei log di accesso ai server di posta e delle tracce lasciate dai malware nei log antivirus, consentendo di individuare i punti di ingresso dei criminali e di rafforzare le difese delle infrastrutture coinvolte.
Analisi del traffico di rete
L’analisi forense della rete (Network Forensics) riguarda la cattura, l’ispezione e l’interpretazione del traffico di rete con l’obiettivo di ottenere prove digitali relative a eventuali attacchi o attività malevole che si sono svolte attraverso i sistemi di comunicazione. In sostanza, mentre l’analisi dei log spesso si basa su dati già registrati dai sistemi, l’analisi del traffico va direttamente alla fonte: i pacchetti di rete scambiati tra sorgenti e destinazioni. Questa disciplina permette di determinare, ad esempio, l’origine di un attacco, le modalità di comunicazione di un malware con i server di comando e controllo (C2), o l’eventuale esfiltrazione di dati sensibili tramite canali nascosti. L’investigatore di rete inizia tipicamente con l’acquisizione del traffico: può trattarsi di file di cattura (.pcap) ottenuti mettendo in ascolto una scheda di rete in modalità promiscua (con strumenti di packet capture come tcpdump o Wireshark), oppure di flussi di log generati da sonde IDS/IPS, NetFlow, ecc. Spesso, durante un incidente, il team forense configura dei packet sniffer nei punti chiave (ad esempio sulla porta di uno switch core, o attivando port mirroring) per raccogliere tutto il traffico in transito da e verso i sistemi compromessi. I dati così acquisiti – idealmente corredati di timestamp precisi e sincronizzati – vengono poi analizzati nel dettaglio.
Nell’analisi del traffico di rete, alcuni elementi chiave da esaminare includono: i protocolli utilizzati in comunicazione (HTTP, HTTPS, DNS, SMTP, etc.), gli indirizzi IP sorgente e destinazione, i numeri di porta coinvolti, i timestamp delle connessioni, nonché il contenuto dei pacchetti stessi (payload) se in chiaro. Ad esempio, in un file PCAP catturato durante un attacco potremmo filtrare tutto il traffico HTTP non cifrato e ritrovare richieste sospette verso URL esterni, oppure osservare in un dump DNS delle richieste a domini anomali (indizi di malware che cerca il suo dominio di controllo). Strumenti come Wireshark forniscono potenti capacità di filtraggio e decodifica per ispezionare i pacchetti: l’analista può ricomporre flussi TCP, estrarre file trasferiti (ad esempio file scaricati via HTTP o FTP) e seguire la sequenza delle chiamate di rete. Esistono anche strumenti specializzati detti Network Forensic Analysis Tool (NFAT) – un esempio open source è Xplico – il cui scopo principale è estrarre e ricostruire automaticamente tutti i dati applicativi significativi da un’acquisizione di rete. Xplico, ad esempio, è in grado di ricavare da un file pcap tutto il contenuto delle email transitanti (protocolli SMTP/ POP/IMAP), le pagine web e i file scambiati via HTTP, le conversazioni VOIP (protocollo SIP/RTP) convertendole in registrazioni audio, e così via 23 24 . Ciò risulta estremamente utile per presentare le evidenze in forma comprensibile: piuttosto che sfogliare migliaia di pacchetti, l’analista può ottenere direttamente i messaggi e-mail inviati dall’attaccante o i file trafugati.
Un aspetto critico nell’analisi di rete è la presenza della crittografia. Oggi molto traffico (in primis HTTP tramite TLS, ma anche email con SMTPS/IMAPS, VPN cifrate, ecc.) è cifrato end-to-end, il che impedisce di leggere il contenuto dei pacchetti a meno di poter disporre delle chiavi private per decriptarlo. Questo ovviamente complica l’analisi forense: se l’attaccante ha usato solo canali cifrati, si dovrà fare affidamento su metadati (IP, porte, quantità di dati) e su eventuali side-channel (come l’individuazione del tipo di protocollo o l’osservazione di certificate exchange noti) per dedurre cosa sia successo. In ambienti aziendali, per mitigare il problema, talvolta si utilizzano sistemi di SSL/TLS inspection (proxy che terminano e re-instaurano le connessioni cifrate, consentendo l’ispezione del contenuto da parte del SOC) – ma ciò deve essere bilanciato con esigenze di privacy e normative. Nonostante la crittografia, alcuni indicatori di compromissione di rete possono comunque emergere: ad esempio, pattern di traffico anomalo (un host interno che fa centinaia di connessioni verso l’esterno di notte), oppure l’uso di protocolli o porte inusuali per la rete aziendale.
Un compito importante del forense di rete è anche quello di tracciare la sorgente di un attacco. I malintenzionati spesso utilizzano machine zombi o server proxy per celare la propria identità, rendendo arduo risalire all’IP originario dell’attaccante. Attraverso l’analisi incrociata dei log di diversi dispositivi (router, firewall di frontiera, server di autenticazione RADIUS/TACACS), si può tuttavia riuscire a seguire il percorso di un attacco e identificare l’ingresso iniziale. Ad esempio, se un attaccante ha sfruttato una VPN compromessa, i log VPN daranno l’IP pubblico utilizzato; correlando questo con log di altri provider o con segnalazioni di CERT internazionali, si può scoprire se quell’IP corrisponde a una nota botnet. Questo tipo di investigazione sfrutta sia le competenze tecniche che le cooperazioni inter-agenzia: CERT e forze di polizia spesso collaborano scambiandosi informazioni sugli indirizzi IP e le infrastrutture di attacco note.
A tal proposito, è utile menzionare alcuni casi concreti italiani. Le forze dell’ordine, in particolare la Polizia Postale, hanno sviluppato notevoli capacità di network forensics. Un esempio è l’uso proprio di Xplico citato in contesti operativi: in una presentazione del progetto DEFT Linux (una distribuzione forense live creata in Italia), Stefano Fratepietro mostrò come la Polizia, dopo aver catturato il traffico di rete relativo a un’attività illecita, utilizzi Xplico per analizzarlo e ricavare le prove applicative. Questo ha permesso in vari casi di “leggere” comunicazioni tra criminali che avvenivano su canali non cifrati e di raccogliere elementi probatori (e-mail, credenziali, conversazioni VoIP) direttamente dal traffico di rete salvato. Un altro caso noto è l’investigazione sulle botnet Mirai e varianti IoT in Italia: grazie al monitoraggio del traffico anomalo in uscita da dispositivi compromessi (camere IP, router), il CERT-AgID in coordinamento con l’ACN è riuscito a mappare le connessioni verso i server di comando esteri e a condividere con gli ISP le informazioni per la mitigazione, mostrando l’efficacia dell’analisi di rete su larga scala per la difesa nazionale. In sintesi, la network forensics fornisce al responsabile CSIRT uno sguardo “sul filo” delle comunicazioni, rivelando come e cosa è stato trasferito durante un attacco – informazioni imprescindibili per capire l’impatto dell’incidente (ad es. quali dati sono stati rubati) e per bloccare canali di attacco ancora attivi.
Analisi di memorie di massa
Con memorie di massa si intendono tutti i dispositivi di archiviazione persistente dei dati, come hard disk, SSD, chiavette USB, schede di memoria, e in senso lato anche i dischi virtuali di macchine virtuali o istanze cloud. L’analisi forense di queste memorie – strettamente collegata a quella dei file system – si focalizza sull’esame dell’intero supporto fisico o logico e non solo della struttura di files e cartelle. Ciò include aspetti come: l’identificazione di tutte le partizioni presenti (anche quelle nascoste o non standard), l’esame dei settori di boot (MBR o GPT) per individuare bootkit o alterazioni, la ricerca di volume shadow copies o backup nascosti, e in generale l’analisi di ogni area del disco, compresi lo spazio non allocato e lo slack space (lo spazio inutilizzato alla fine dei cluster allocati).
Operativamente, anche qui si parte dall’acquisizione forense del supporto di memoria, creando un’immagine bitstream come discusso in precedenza. Nel caso di dischi di grandi dimensioni, questa operazione può richiedere molto tempo e devono essere adottate opportune precauzioni (condizioni ambientali adeguate, UPS per evitare interruzioni di corrente, etc.). Una volta ottenuta l’immagine, l’investigatore può utilizzare software di analisi come EnCase, FTK o tool open source (ad es. The Sleuth Kit con interfaccia Autopsy) per caricarla. Questi strumenti permettono di navigare tra le partizioni individuate, montarle in sola lettura e analizzarne il contenuto. Un controllo importante è quello della consistenza tra il livello logico e fisico: per esempio, se la tabella delle partizioni indica che un certo spazio del disco non è allocato a nessuna partizione, potrebbe essere normale (spazio vuoto inutilizzato) oppure potrebbe celare una partizione nascosta contenente dati (talvolta i criminali usano partizioni con identificatori anomali o volutamente corrotte per nascondere informazioni). L’analista utilizza quindi tecniche di carving e scanning anche sull’intera immagine fisica per vedere se firme di file noti compaiono in zone altrimenti “mute” del disco.
Un altro scenario da affrontare è quello dei RAID o volumi cifrati. Nelle grandi infrastrutture, spesso i dischi sono in configurazione RAID: il forense dovrà poter ricostruire il volume logico aggregando le immagini dei singoli dischi (rispettando ordine e parametri RAID) per accedere ai dati. Se il volume è cifrato (es. tramite BitLocker, LUKS, VeraCrypt), serviranno le chiavi di decrittazione o tecniche specifiche (es. estrarre la master key dalla RAM acquisita, in caso di sistema acceso) per poter proseguire. Anche dispositivi come smartphone e tablet rientrano nelle “memorie di massa” in senso lato: qui le metodologie divergono (uso di strumenti come Cellebrite UFED o Magnet AXIOM per estrarre una immagine logica o fisica del telefono, sblocco tramite exploit, ecc.), ma per brevità ci focalizziamo sui sistemi tradizionali.
Durante l’analisi delle memorie di massa è importante mantenere la documentazione di ogni passo: ad esempio annotare i codici identificativi del supporto, i calcoli hash effettuati, l’orario di inizio e fine delle copie, le persone intervenute. Questo perché, trattandosi spesso di evidence da presentare eventualmente in tribunale, la catena di custodia deve essere chiara e ininterrotta: ogni spostamento o copia dell’evidenza dev’essere tracciato, e l’integrità deve essere costantemente verificata con hash. Gli standard internazionali (come ISO/IEC 27041 e la stessa 27042) sottolineano l’importanza di garantire l’idoneità e l’adeguatezza del metodo investigativo e la validità delle prove raccolte. In Italia, anche le linee guida del Consiglio d’Europa e del Framework Nazionale di Cybersecurity richiamano questi principi, e le forze dell’ordine (come i reparti di informatica forense dei Carabinieri e della Polizia) hanno protocolli rigorosi per l’acquisizione e la conservazione delle memorie digitali sequestrate.
In sintesi, l’analisi delle memorie di massa copre un ventaglio molto ampio di attività: dalla copia forense alla ricerca di dati nascosti, dall’individuazione di partizioni occulte al recupero di file cancellati, fino all’estrazione di informazioni residuali (ad es. nel pagefile o hibernation file di Windows potrebbero trovarsi frammenti di documenti o credenziali che vale la pena esaminare). Tutto questo richiede competenze tecniche approfondite sul funzionamento dei dispositivi di storage e dei file system, nonché padronanza degli strumenti software dedicati.
Data carving e recupero dei dati
Il data carving (o file carving) è una tecnica forense avanzata utilizzata per recuperare file o frammenti di dati direttamente dal contenuto grezzo di un supporto, senza fare affidamento sulle strutture logiche del file system. Si ricorre al carving soprattutto quando i metadati del file system – che normalmente indicano posizione e dimensione dei file – non sono più disponibili o affidabili: ad esempio, per file cancellati (le cui entry sono state rimosse dalla MFT/FAT) o in casi di file system corrotti/formattati dove la struttura directory è andata persa. Il principio base del carving è che molti tipi di file hanno una firma riconoscibile: delle sequenze specifiche di byte all’inizio (header) e talvolta alla fine (footer) del file. Ad esempio, i file JPEG iniziano tipicamente con i byte FF D8 FF E0 (o FF D8 FF E1 ), i file PDF iniziano con %PDF– , i file ZIP con PK\x03\x04 e così via. Un programma di carving scansiona l’immagine binaria del disco o della memoria alla ricerca di queste firme; quando ne trova una, cerca di estrapolare tutti i byte consecutivi fino al termine plausibile del file (spesso identificato da un footer noto, oppure da un cambio di contesto). Il risultato è l’estrazione di segmenti di dati che verosimilmente rappresentano file completi o parziali.
Ad esempio, se in uno spazio non allocato di un disco troviamo la firma di inizio di un documento Word (byte D0 CF 11 E0 per i vecchi .doc in formato OLE, o l’indicazione PK per i .docx che sono ZIP), il software tenterà di ricostruire il file Word recuperando tutti i settori successivi fino a quando i dati non hanno più senso compiuto o incontrano un’altra firma. Il carving può recuperare file interi se i cluster non sono stati ancora riutilizzati, ma può anche produrre file parziali o corrotti se parti di essi sono state sovrascritte. Tuttavia, anche frammenti di file possono contenere informazioni utili (ad esempio, un pezzo di testo in un documento, o i frame di un video). Questa tecnica è quindi fondamentale quando si analizzano supporti dove l’attaccante ha cercato di ripulire le tracce cancellando file o formattando volumi: spesso, i dati restanti sul disco raccontano ancora la storia. Va notato che il carving non garantisce che i file recuperati siano esattamente nella loro originaria integrità; è necessario validare poi tali file (ad esempio aprendo i documenti recuperati o verificandone gli hash se disponibili).
Esistono diversi strumenti per il data carving: tra gli open source noti vi sono Foremost e Scalpel, nonché PhotoRec (specializzato nel recupero di foto e multimedia). Suite forensi complete come Autopsy/TSK integrano anch’esse funzioni di carving. In ambito NIST, sono stati definiti anche test specifici per valutare l’efficacia dei carving tool (il progetto CFReDS). Il responsabile forense deve conoscere i limiti di questa tecnica: ad esempio, file frammentati (non contigui sul disco) sono difficili da ricostruire completamente via carving, perché tra un frammento e l’altro potrebbero esserci altri dati – alcuni strumenti avanzati tentano di riconoscere frammenti appartenenti allo stesso file sulla base di pattern, ma non è semplice. Inoltre il carving produce spesso falsi positivi (bytes casuali che assomigliano a una firma) – l’analista dovrà quindi verificare manualmente i risultati, soprattutto se l’evidenza estratta è critica.
In definitiva, il data carving aggiunge un tassello importante all’analisi forense, consentendo di scavare a livello di byte nel supporto alla ricerca di qualunque traccia residua. È un processo che può essere lungo e intensivo computazionalmente, ma che in indagini complesse ha portato a ritrovare, ad esempio, frammenti di email scambiate, immagini di reati, documenti eliminati poco prima di un sequestro, etc., rivelandosi spesso la chiave per incastrare i responsabili.
Timeline forense e analisi temporale
Il concetto di timeline in ambito forense si riferisce alla costruzione di una sequenza cronologica di eventi digitali che consenta di ricostruire in modo chiaro chi ha fatto cosa e quando su un sistema. La timeline forense è una delle tecniche più potenti a disposizione degli analisti, perché permette di collegare tra loro le diverse evidenze secondo l’asse temporale, fornendo una visione d’insieme dell’incidente. Come afferma un principio ben noto: “la timeline analysis consente di ricostruire gli eventi, individuare con precisione gli incidenti di sicurezza e comprendere il comportamento di un attaccante” . In pratica, creare una timeline significa prendere tutti i timestamp rilevanti – orari di modifica dei file, registrazioni di log, orari di esecuzione dei processi, etc. – e ordinarli, correlando poi ciascun evento con gli altri.
Per esempio, una timeline relativa a un attacco informatico complesso potrebbe mettere in fila: l’ora in cui un malware è stato eseguito (desunta dall’orario di creazione di un processo in memoria), subito seguita dall’ora in cui un nuovo file sospetto è comparso sul disco (timestamp di creazione del file), poi alcuni minuti dopo la connessione a un server esterno (da un log di rete), poi ancora la modifica di varie chiavi di registro (con orari registrati nel registro eventi), e infine magari l’esecuzione di un comando di cancellazione dati poco prima di un riavvio (log di shell). Vista in timeline, questa serie di azioni delinea chiaramente il modus operandi e l’impatto temporale dell’incidente, cosa che sarebbe difficile da cogliere esaminando isolatamente le singole fonti.
La costruzione di timeline forensi può essere fatta manualmente, esportando i dati temporali da varie fonti e inserendoli in un foglio cronologico, ma data l’enorme mole di informazioni spesso conviene usare strumenti specializzati. Uno dei più noti è Plaso (log2timeline), un framework open source che automaticamente estrae timestamp da un’ampia varietà di file di log e artefatti (file system, registro di Windows, cronologie browser, eventi di sistema) e crea una super timeline aggregata. Con Plaso, si può ad esempio prendere un intero disco e far generare tutti gli eventi temporali possibili in formato testuale o CSV, per poi analizzarli magari con un’interfaccia come Timesketch (piattaforma web per visualizzare e filtrare timeline). Ciò consente di effettuare ricerche veloci (es. “mostra eventi tra le 14:00 e le 15:00 del 12/05/2025” o “trova qualsiasi modifica di file .exe nella settimana precedente l’incidente”) e di applicare filtri per tipologia di evento.
Un concetto importante nella timeline analysis è quello dei pivot point: in un dataset cronologico enorme, si parte di solito da un evento chiave (ad esempio l’ora in cui è stato rilevato l’incidente, o l’orario di un alert antivirus) e si analizzano tutti gli eventi immediatamente precedenti e successivi a quello, allargando via via la finestra temporale. Questo aiuta a focalizzarsi sul periodo critico. Inoltre si distingue tra timeline completa (super timeline) e timeline mirata: la prima include tutto il possibile ed è utile per non perdere dettagli, ma può essere ridondante; la seconda invece si concentra su eventi di un certo tipo o su certe fonti (ad esempio solo la timeline dei file di un particolare directory, o solo gli eventi di login) rendendo più agevole l’analisi. In pratica l’analista forense spesso crea prima timeline parziali (ad esempio timeline del file system, timeline dei log di sicurezza) e poi le fonde assieme per l’analisi finale.
La timeline forense non è solo uno strumento tecnico, ma diventa spesso una parte integrante del report conclusivo di un’investigazione. Molti incident report contengono una sezione chiamata “Timeline of Events” in cui vengono elencati in ordine cronologico tutti gli eventi salienti scoperti, con data/ora, descrizione e fonte. Ciò fornisce ai decisori (manager, o eventualmente giudici in tribunale) una narrazione chiara di cosa è avvenuto. Per esempio: “08:42:15 – L’utente admin effettua login da remoto sull’host SERVER1; 08:45:10 – Viene creato il file malware.exe nella cartella C:\Windows\Temp; 08:45:15 – Il servizio antivirus genera un allarme (file infetto rilevato); 08:45:30 – Connessione di rete dall’host SERVER1 verso l’IP esterno 123.123.123.123 sulla porta 443 (presumibilmente HTTPS); 08:47:00 – Cancellazione di massa di file nella cartella DatiCondivisi…”, e così via. Una presentazione del genere consente di capire immediatamente la successione e l’impatto degli eventi.
Bisogna considerare, come accennato, eventuali problemi di sincronizzazione oraria: la timeline finale potrebbe includere eventi registrati da macchine con orologi non allineati, quindi l’analista deve normalizzare i tempi (ad esempio convertire tutti in UTC o applicare offset noti). Inoltre, la precisione dei timestamp può variare: alcuni log registrano l’ora al millisecondo, altri solo al secondo o al minuto. Quando si comparano eventi, queste differenze vanno tenute presenti (un evento con timestamp 10:00:00 e uno 10:00:30 potrebbero in realtà essere simultanei se il primo log è approssimato al minuto). Gli strumenti automatici spesso aiutano evidenziando potenziali correlazioni nonostante tali discrepanze.
In conclusione, il concetto di timeline rappresenta la spina dorsale dell’analisi forense: mette ordine nel caos di dati prodotti da un incidente e racconta la storia in modo lineare. Un responsabile CSIRT/ SOC deve saper sia costruire manualmente timeline (in contesti magari con pochi dati o in tempo reale) sia utilizzare tool avanzati per timeline complesse, così da poter spiegare efficacemente l’accaduto ai vari stakeholder e prendere decisioni informate sulle misure di contrasto e prevenzione da adottare.
Fondamenti di analisi dei malware
La malware analysis è il processo di esaminare un codice malevolo (malware) per capirne il funzionamento, l’origine, gli obiettivi e gli indicatori di compromissione, in modo da poter mitigare l’attacco e prevenire future infezioni. Nell’ambito della risposta agli incidenti, saper analizzare un malware trovato in un sistema compromesso è fondamentale: consente di determinare quali azioni ha compiuto (es. furto di dati, installazione di backdoor, cifratura ransomware), quali componenti ha installato e come rilevarlo/neutralizzarlo efficacemente. Si distinguono due approcci principali: analisi statica e analisi dinamica.
Analisi statica: consiste nell’esaminare il malware senza eseguirlo, studiandone il file binario e il codice. Include tecniche come: il calcolo di hash e confronto con database di minacce noti (per vedere se il malware è già catalogato), l’estrazione di stringhe testuali presenti nel file (che spesso rivelano indizi su funzionalità, URL o messaggi interni), l’uso di antivirus e strumenti di scanning per rilevare firme o packer usati, l’analisi del PE header nel caso di eseguibili Windows (per capire compilatore, librerie importate, ecc.), e soprattutto il reverse engineering tramite disassembler e decompiler (come IDA Pro, Ghidra o radare2). Con il debugging statico si può leggere il codice assembly del malware per individuare, ad esempio, routine di rete (API chiamate per fare connessioni), routine di cifratura, oppure condizioni di attivazione (date/time bomb). L’analisi statica è svolta in isolamento, dunque è sicura (il codice non viene attivato sul serio), ma può essere molto complessa se il malware è offuscato o protetto da anti-disassembling. Ad ogni modo, utilizzando debugger e altri strumenti, l’analista può ottenere molte informazioni sulle operazioni svolte dal programma dannoso e identificare eventuali punti deboli del malware stesso (ad esempio errori di implementazione che permettono di creare un decryptor per ransomware).
Analisi dinamica: complementare alla precedente, consiste nell’osservare il malware in esecuzione all’interno di un ambiente controllato e isolato (solitamente una sandbox o macchina virtuale di test). Si lancia il malware e si monitora il suo comportamento: quali processi crea, che file legge o scrive, quali chiavi di registro modifica, che traffico di rete genera, ecc… Per far ciò ci si avvale di strumenti come sandbox automatizzate (es. Cuckoo Sandbox, VMRay, Joe Sandbox) o monitor manuali (come Process Monitor, Regshot, sniffer di rete e simili) in una VM. L’analisi dinamica permette di vedere concretamente l’effetto del malware, ad esempio scoprendo l’URL di callback verso cui prova a connettersi, o vedendo che crea una copia di sé in una certa directory e stabilisce persistenza impostando una chiave di registro di run. Questo metodo può in alcuni casi essere più rapido nel fornire indicazioni (rispetto a dover leggere migliaia di righe di assembly), ma ha alcuni limiti: malware sofisticati possono rilevare l’ambiente virtuale/sandbox e cambiare comportamento (o non attivarsi proprio) in presenza di indicatori di analisi. Inoltre, se il malware è configurato per attivarsi solo in determinate condizioni (es. in un particolare giorno, o solo se rileva una certa configurazione di sistema), l’analista deve capire e soddisfare tali condizioni, altrimenti l’osservazione potrebbe non rivelare nulla di utile.
In una strategia completa di malware analysis, statica e dinamica si combinano: ad esempio, l’analisi statica preliminare può fornire IOC (hash, nomi di dominio, stringhe sospette) e indicazioni su come attivare il malware, mentre l’analisi dinamica conferma il comportamento e produce tracce di esecuzione (log delle azioni compiute). Oltre a questi approcci, esistono anche l’analisi automatizzata (utilizzo di motori AV e piattaforme cloud che già identificano la famiglia di malware e danno un report preconfezionato) e l’analisi della memoria specifica del malware (analizzare un dump di memoria del sistema infetto per estrarre parti di malware in esecuzione, utile per malware fileless o moduli iniettati).
Il fine ultimo dell’analisi malware è duplice: difensivo e conoscitivo. Dal lato difensivo, capire il funzionamento del malware consente di sviluppare contromisure mirate: ad esempio, scrivere firme per IDS/antivirus (basate su byte sequence uniche del malware), creare regole Yara per individuare varianti simili, implementare filtri su firewall/proxy per bloccare i domini di C&C emersi, o rafforzare le configurazioni di sistema contro le tecniche specifiche usate dal malware (es: se il malware sfrutta WMI per persistere, inserire controlli su WMI). Un’analisi approfondita “fornisce una comprensione delfunzionamento delle minacce, consentendo alle organizzazioni di creare rilevamenti mirati invece di affidarsia firme generiche”; in pratica, conoscere bene il malware permette di scoprirlo anche quando muta (perché si sa cosa tende a fare) e di reagire più velocemente. Inoltre gli analisti, esaminando gli Indicatori di Compromissione (IOC) del malware (indirizzi IP, hash di file, chiavi di registro modificate, ecc.), possono aggiornare i sistemi di monitoraggio: per esempio, inserendo nel SIEM gli hash in watchlist o caricando gli IP malevoli nei feed di blocco. Ciò aiuta anche a rilevare eventuali nuove infezioni da varianti analoghe (se altri host iniziano a contattare lo stesso C&C, potrebbe voler dire che il malware ha colpito anche lì). Dal lato conoscitivo, la malware analysis contribuisce a rintracciare le tattiche, tecniche e procedure (TTP) degli attaccanti e spesso a collegare un malware a una certa famiglia o gruppo (threat actor). Ad esempio, analizzando un ransomware si può scoprire che utilizza lo stesso algoritmo di cifratura e schema di riscatto di un gruppo noto, attribuendo così l’attacco e potenzialmente condividendo intel con le autorità. In alcuni casi, l’analisi porta anche a individuare eventuali zero-day exploit sfruttati dal malware: “aiutando i ricercatori di sicurezza a individuare exploitsconosciuti prima che si diffondano”. Ciò consente di avvisare i vendor software e far patchare le vulnerabilità, innalzando la sicurezza generale.
Per un analista CSIRT/SOC, non è richiesto essere un reverse engineer di livello avanzato, ma sicuramente avere i fondamenti di analisi malware: sapere come funziona un eseguibile, quali sono i metodi base per analizzarlo, quali strumenti usare e come interpretare un report tecnico di malware. Ad esempio, bisogna conoscere strumenti come VirusTotal (per un primo scan e reputazione di un file), Hybrid Analysis o ANY.RUN (sandbox online che mostrano un comportamento dinamico), debugger come OllyDbg/x64dbg (per tracciare manualmente l’esecuzione di malware a runtime), decompiler come Ghidra (per uno sguardo ad alto livello sul codice), e strumenti di dump e unpacking (poiché molti malware sono compressi o criptati). Durante un incidente grave, il responsabile potrebbe dover guidare il team nella scelta: “Abbiamo trovato questo eseguibile sospetto su un server, lo isoliamo e lo mandiamo in sandbox? oppure ne calcoliamo subito l’hash e vediamo se è noto? Quali IOC estraiamo?”. Il responsabile deve anche tradurre i risultati dell’analisi malware in azioni: ad esempio, se dall’analisi emerge che il malware si propaga via rete usando SMB exploit, andrà immediatamente disposto un controllo di tutti gli host per vedere se presentano quella vulnerabilità e applicare le patch. Oppure, se scopre che il malware ruba certi tipi di file, andranno monitorati accessi anomali a quei file su altri sistemi. Insomma, l’analisi malware fornisce la “intelligence tecnica” durante una crisi cyber, e il responsabile deve saperla sfruttare per il contenimento e la remediation dell’incidente.
Un esempio italiano di applicazione di queste competenze è il lavoro svolto dal CERT-AgID sulle campagne di malspam (email malevole) in Italia: i loro analisti analizzano quotidianamente malware come bancari (es. Ursnif, Dridex), ransomware (es. Cryptolocker, LockBit) e spyware diffusi via email di phishing, producendo report e IOC condivisi con tutte le amministrazioni. Nel Report “Le campagnemalevole del 2024” pubblicato da CERT-AgID, ad esempio, si illustrano le tecniche di offuscamento osservate nei malware giunti via PEC, mostrando come la combinazione di analisi statica (per deoffuscare macro Office e script PowerShell allegati) e analisi dinamica (per osservare i contatti verso i server di destinazione e i file drop) abbia permesso di contrastare efficacemente tali minacce. Questo tipo di conoscenza, opportunamente integrata nei processi di un SOC, consente di innalzare significativamente il livello di protezione degli enti italiani contro attacchi mirati.
Principali strumenti software per l’analisi forense
In campo forense digitale esiste un’ampia gamma di strumenti software specializzati. Un responsabile CSIRT/SOC deve conoscerne i principali – sia commerciali sia open source – per scegliere di volta in volta quelli più adatti e per comprendere i risultati prodotti dal team tecnico. Di seguito elenchiamo alcuni dei tool più diffusi e riconosciuti, suddivisi per categoria.
Suite di analisi su disco e file system: strumenti completi che permettono di esaminare immagini forensi di dischi, navigare tra file, estrarre artefatti e generare report. I più noti sono EnCase Forensic (Guidance Software/OpenText) e FTK – Forensic Toolkit (AccessData/Exterro), ampiamente usati dalle forze dell’ordine e dalle società di cybersecurity. In ambito open source, spicca Autopsy (con il motore The Sleuth Kit): interfaccia grafica che consente analisi dettagliate di file system (NTFS, FAT, EXT, HFS, ecc.), ricerca di keyword, carving, timeline e molto altro. Autopsy supporta plugin per l’analisi di specifici artifact (ad es. la cronologia di browser, i registri di sistema Windows, ecc.) e rappresenta una valida alternativa free ai prodotti commerciali. Un altro nome da citare è X-Ways Forensics (di X-Ways Software): un toolkit potentissimo e leggero molto apprezzato per la velocità e l’efficienza nell’analisi di dischi (popolare in contesti professionali europei). Queste suite includono funzioni di hashing di massa, confronto con liste di known files (hash set noti, come la NSRL), ricostruzione di RAID, esportazione di report completi per tribunale, e sono indispensabili per gestire casi complessi. Da menzionare anche software come Magnet AXIOM (della Magnet Forensics), che integra funzioni di analisi filesystem, mobile e cloud in un unico ambiente.
Strumenti per memory forensics: il già discusso Volatility Framework è il riferimento open source per l’analisi dei dump RAM. Include decine di plugin per estrarre praticamente qualsiasi informazione dalla memoria di Windows, Linux, macOS e profili Android. La sua conoscenza è fondamentale per chi fa incident response. Un altro progetto simile (nato come fork) è Rekall. In ambito commerciale, Magnet AXIOM e Belkasoft Evidence Center offrono moduli di memory analysis integrati, ma spesso si finisce per utilizzare Volatility anche in tali contesti. Per facilitare l’uso di Volatility, esistono interfacce grafiche e tool correlati – ad esempio Volatility Workbench o Autopsy Memory Modules – ma anche linee di comando avanzate come KAPE che integrano flussi di lavoro di triage memoria + timeline. Infine, nel mondo enterprise, prodotti EDR (Endpoint Detection & Response) come CrowdStrike, FireEye HX, Microsoft Defender for Endpoint, spesso dispongono di capacità di acquisizione memoria e analisi automatizzata integrata, sebbene non flessibili come un’analisi manuale con Volatility.
Strumenti per analisi di log e network forensics: per i log, oltre ai SIEM già citati (Splunk, Elastic Stack/ELK, IBM QRadar, ArcSight, etc.), in un laboratorio forense può essere utile log2timeline/Plaso per estrarre timeline come detto, oppure tool come Chainsaw (per analisi offline di Windows event logs usando regole Sigma), EVTX Explorer (visualizzazione avanzata di log Windows) e SysmonView (per tracciare eventi Sysmon). Per la parte network, l’insostituibile Wireshark permette di analizzare qualunque traccia di rete a basso livello. In aggiunta, strumenti come Zeek (ex Bro) servono a elaborare grandi moli di traffico producendo log sintetici su connessioni, file trasferiti, dns query, ecc. Utili anche NetworkMiner (che estrae in automatico elementi dal traffico, simile a Xplico ma con interfaccia diversa) e Moloch/Arkime (piattaforma di capture indexing su larga scala). Nel contesto italiano, come già accennato, la distribuzione DEFT Linux includeva Xplico e altre utility di rete, costituendo un riferimento per molti anni (ora il progetto è meno attivo, ma Xplico prosegue separatamente).
Strumenti per analisi malware: qui troviamo disassembler e debugger come IDA Pro, Ghidra (open source della NSA), OllyDbg/x64dbg, essenziali per il reversing. Sandbox come Cuckoo (open) e varie soluzioni commerciali (VMRay, JoeSandbox, Any.Run) sono utilizzate per l’automated dynamic analysis. Inoltre, tool come Radare2 o Binary Ninja possono fornire analisi alternative. L’analista malware utilizza anche unpacker (es. UPX per eseguibili compressi) e strumenti di monitoraggio come Process Monitor, RegShot, ApateDNS (per ingannare le richieste DNS dei malware). Su un piano diverso, servizi online tipo VirusTotal e database come MalwareBazaar aiutano a contestualizzare il campione (vedere se hash è noto, se esistono Yara rules, ecc.). Conoscere questi strumenti e le relative tecniche di utilizzo rientra nel bagaglio di competenze che un responsabile deve quantomeno saper indirizzare: ad esempio, decidere quando inviare un campione sospetto a un servizio cloud per un’analisi veloce e quando invece è necessario allestire un ambiente isolato e approfondire manualmente.
Piattaforme integrate e distribuzioni forensi: esistono delle vere e proprie distro o suite integrate che raccolgono decine di tool. Ad esempio CAINE (Computer Aided INvestigative Environment) è una distribuzione GNU/Linux live creata in Italia, specificamente per la digital forensics. CAINE contiene un ambiente grafico con script e interfacce che guidano attraverso le fasi classiche dell’investigazione (acquisizione, esame, report) e integra moduli software per analisi di database, memoria, rete, immagini file system NTFS/FAT/EXT, etc. 43 44 . Il tutto assicurando che le operazioni siano forensically sound (ad esempio montando le evidenze in sola lettura). Altre distro note sono SANS SIFT Workstation (Ubuntu-based, mantenuta da SANS Institute) e Kali Linux per la parte più “offensiva” e di test penetrativo ma comunque utile per alcuni strumenti forensi. Anche Tsurugi Linux è una distro recente orientata a DFIR. L’adozione di queste piattaforme consente ai team di avere un ambiente standard con tutti gli strumenti necessari pronti all’uso. Nel contesto lavorativo, spesso si usano macchine virtuali con tali distro per operare sulle evidenze in laboratorio.
In ambito CSIRT/SOC, è attesa “la conoscenza dei principali strumenti softwaredi analisi forense quali Autopsy, Volatility, Magnet Forensics, EnCase Forensic”, come esplicitato anche in annunci di lavoro del settore. Questo significa avere familiarità almeno di base con l’interfaccia e le funzionalità di ciascuno di essi: ad esempio sapere come aprire un case in Autopsy e avviare l’ingest dei moduli, oppure come lanciare i plugin di Volatility da riga di comando per estrarre i processi o le connessioni di rete da un dump RAM, o ancora conoscere l’esistenza di Magnet AXIOM (suite commerciale all-in-one usata anche da forze dell’ordine per analizzare PC e dispositivi mobili). Naturalmente nessuno strumento è “universale” o adatto a tutti gli scopi: il bravo analista sceglie di volta in volta l’utensile più idoneo. Ad esempio, per una rapida triage su 100 endpoint potrebbe usare script e tool da riga di comando (es. KAPE per raccogliere artefatti chiave e Velociraptor per query live), mentre per un’analisi in depth di un singolo server compromesso potrebbe preferire montare l’immagine in Autopsy e lavorare di fino. L’importante è conoscere le potenzialità e i limiti di ogni strumento: saper leggere tra le righe di un output, capire se ad esempio un dato mancante è dovuto a un limite del tool o alla reale assenza di quell’artefatto, ecc.
Da ultimo, vale la pena citare che gli strumenti software sono in continua evoluzione: ogni anno emergono nuovi tool o nuove versioni con funzionalità potenziate (si pensi solo all’evoluzione di Volatility per supportare Windows 11, o ai tool di cloud forensics per AWS/Azure). Un responsabile forense deve mantenersi aggiornato, partecipando magari a community specializzate (come Forensic Focus, DFIR Training, o community locali IISFA) e testando in laboratorio i nuovi strumenti per valutarne l’efficacia.
Conclusioni
L’articolo ha passato in rassegna i principali ambiti dell’analisi forense digitale rilevanti per un responsabile di cybersecurity. Dall’analisi dei file system e delle memorie di massa (con le tecniche di recupero dati e carving) all’ispezione forense della memoria volatile, dall’interpretazione dei log di sicurezza alla dissezione del traffico di rete, fino allo studio dei malware e all’uso dei tool specializzati – ogni sezione evidenzia competenze e conoscenze che risultano oggi imprescindibili per gestire efficacemente incidenti informatici complessi. Queste attività non vivono isolate, ma confluiscono in un processo unificato di digital forensics & incident response (DFIR): ad esempio, i risultati dell’analisi malware influiscono sulle azioni di containment, la timeline forense orienta le indagini ulteriori, l’analisi dei log può suggerire dove cercare evidenze aggiuntive su disco o in memoria, e così via. Il responsabile deve quindi avere una visione olistica, sapendo integrare i vari filoni di analisi in una strategia coerente.
Gli standard internazionali citati (ISO/IEC 27042, 27043, NIST SP 800-86) forniscono un quadro metodologico solido: aderiscono a principi di rigor metodologico, validità, ripetibilità e legalità delle operazioni forensi. Anche nelle procedure italiane (dalle circolari di ACN/CERT-AgID ai manuali operativi delle forze dell’ordine) si ritrova l’enfasi sulla corretta gestione delle evidenze e sulla necessità di agire tempestivamente ma senza comprometterne l’integrità. Questo equilibrio – rapidità vs. accuratezza – è spesso la sfida principale in uno scenario di incidente reale: il responsabile deve decidere quando è il caso di scollegare un sistema per preservarne lo stato, oppure quando conviene lasciarlo online per raccogliere più dati; deve prioritizzare le analisi (ad esempio, prima la memoria per cogliere dati volatili, poi il disco) e allocare le risorse giuste (personale e strumenti) ai vari task.
In termini di contesto nazionale, abbiamo visto come l’Italia si stia allineando alle migliori pratiche: la creazione dell’ACN e il potenziamento di CSIRT Italia, le attività di CERT-AgID focalizzate su prevenzione e condivisione di informazioni, nonché la crescita di competenze nelle unità di Polizia Postale e altri organi investigativi in materia di cyber forensics, testimoniano una maggiore attenzione strategica verso la resilienza cibernetica. Casi concreti gestiti con successo – dalla mitigazione di campagne malware mirate alle PA, all’attribuzione di attacchi tramite analisi delle TTP, fino alla persecuzione penale di cybercriminali grazie a prove digitali forensi – dimostrano il valore di queste capacità.
Per chi aspira a coordinare la prevenzione e gestione degli incidenti informatici, è quindi cruciale non solo conoscere la teoria, ma anche aver maturato una certa esperienza pratica con le tecniche e gli strumenti descritti. La formazione continua, i laboratori su scenari simulati (ad esempio competizioni di Digital Forensics CTF o esercitazioni nazionali di cyber crisis) e l’aggiornamento sulle minacce emergenti (tramite report come quelli CERT-AgID o dell’ENISA) completeranno il bagaglio necessario. In un campo così dinamico, la curiosità investigativa e la mentalità analitica sono qualità preziose quanto la conoscenza tecnica. Un buon responsabile forense sa fare le domande giuste e seguire gli indizi digitali con rigore scientifico, consapevole che dietro ogni byte potrebbe celarsi la chiave per sventare un attacco o attribuirne la responsabilità.
In conclusione, l’analisi forense applicata al cyber-incident response è sia un’arte che una scienza: richiede metodo, strumenti e standard – ma anche intuito, esperienza e capacità di adattamento. L’obiettivo finale è sempre quello di far luce sull’accaduto (shed light on the incident), fornendo risposte chiare al chi, cosa, quando, come e aiutando così l’organizzazione a riprendersi dall’incidente e a imparare da esso per migliorare la propria postura di sicurezza.
Nel contesto della sicurezza nazionale, l’acquisizione forense delle evidenze digitali riveste un ruolo cruciale nella gestione degli incidenti informatici. Un CSIRT/SOC (Computer Security Incident Response Team/Security Operations Center) deve assicurare che ogni fase – dalla profilazione del sistema e triage iniziale, fino alla copia forense dei dati – sia condotta in modo rigoroso e conforme agli standard. Tali pratiche garantiscono sia la continuità operativa degli enti coinvolti che la valorizzazione probatoria delle informazioni raccolte, permettendo eventuali azioni legali. In questo articolo esamineremo le principali metodologie di acquisizione forense, distinguendo tra scenari live e post-mortem, le tecniche di copia bitstream di dischi e dump di RAM, gli artefatti tipici dei sistemi Windows e Linux, nonché gli strumenti hardware/software disponibili. Faremo riferimento ai principali standard internazionali (ad es. ISO/IEC 27037, NIST SP 800-86, RFC 3227) e con esempi concreti in contesto italiano.
System Profiling e Triage
La fase di triage forense consiste nel valutare rapidamente uno scenario compromesso e dare prioritàalle evidenze digitali in base alla loro rilevanza e urgenza. In pratica, significa eseguire una profilazione del sistema coinvolto nell’incidente: identificare il tipo di host (es. server, workstation), il sistema operativo e versione, i servizi attivi, gli utenti connessi e altri elementi chiave, ancor prima di procedere all’acquisizione completa. Lo scopo del triage è individuare subito i dati più critici – ad esempio processi sospetti in esecuzione, connessioni di rete attive verso IP anomali, file di log che mostrano segni di manomissione – che richiedono azione immediata o conservazione urgente. Questa rapida valutazione permette al responsabile di decidere i passi successivi: ad esempio, se isolare il sistema dalla rete per contenere una minaccia in corso, oppure se mantenere la macchina accesa per acquisire dati volatili (RAM, processi, ecc.) prima che vadano persi.
Durante il triage, è fondamentale rispettare il principio dell’ordine di volatilità indicato dall’RFC 3227: occorre procedere raccogliendo prima i dati più volatili e soggetti a cambiamento, per poi passare a quelli meno volatili. Ciò significa, ad esempio, che su un sistema attivo si dovrebbero salvare immediatamente informazioni come il contenuto della memoria RAM, la tabella dei processi e le connessioni di rete, prima di acquisire i dati persistenti su disco. Allo stesso tempo, bisogna evitare manovre che possano alterare o distruggere le evidenze: non spegnere il sistema prematuramente (l’attaccante potrebbe aver impostato script di wipe all’arresto), e utilizzare strumenti “puliti” (da supporti esterni) invece di quelli presenti sul sistema compromesso, che potrebbero essere stati modificati dall’attaccante. Il responsabile forense deve istruire i primi soccorritori digitali (first responder) a seguire procedure codificate – spesso definite in playbook di incidente – per effettuare un triage metodico. Ad esempio, può essere prevista una checklist: identificare e fotografare la schermata attiva, annotare o esportare rapidamente la lista dei processi e delle connessioni (usando tool come netstat o PowerShell in modalità forense), verificare la presenza di dispositivi USB collegati, e controllare il clock di sistema (per future correlazioni temporali). Queste attività di profilazione iniziale forniscono un quadro dello stato del sistema utile per orientare l’indagine e decidere quali evidenze raccogliere con priorità. In sintesi, system profiling e triage rappresentano la prima linea di azione di un responsabile CSIRT nella fase di Preparation/Identification di un incidente, gettando le basi per un’acquisizione forense mirata ed efficace.
Processo di acquisizione: modalità live vs post-mortem
Una volta completato il triage, si passa al processo di acquisizione delle evidenze digitali vero e proprio, che può avvenire in due modalità principali: live (a sistema acceso) o post-mortem (a sistema spento). La scelta dipende dalla situazione: in molti casi di risposta a incidenti, è necessario operare live forensics per catturare dati volatili critici; altre volte, soprattutto in scenari di analisi forense tradizionale (es. sequestro di un computer in un’indagine giudiziaria), si opta per spegnere il sistema e lavorare su copie a freddo per minimizzare modifiche.
Acquisizione live
In questa modalità si raccolgono evidenze a sistema funzionante. I vantaggi sono evidenti: si possono preservare informazioni che altrimenti andrebbero perse con lo spegnimento – ad esempio il contenuto della RAM, le chiavi di cifratura in uso, processi e connessioni attive, ecc. Tuttavia, l’acquisizione live comporta inevitabilmente qualche alterazione dello stato del sistema (ogni comando eseguito può modificare dati, come i timestamp di ultimo accesso) e va quindi condotta con strumenti e metodologie che riducano al minimo tale impatto. Best practice in questo ambito (formalizzate in ISO 27037 e RFC 3227) includono: usare tool forensi dedicati eseguendoli da supporti in sola lettura (per non introdurre nuovi file sul disco target) e documentare ogni operazione compiuta. Un esempio tipico di acquisizione live è il dump della memoria RAM (vedi sezione dedicata) oppure l’estrazione di informazioni volatili tramite script di risposta all’incidente. In situazioni dove si sospetta la presenza di malware avanzati o tecniche anti-forensi (come il timestomping o la cancellazione dei log di evento), l’analisi live può rivelare indizi (processi anomali in esecuzione, moduli kernel caricati in memoria) che un’analisi post-mortem potrebbe non evidenziare. È importante anche valutare i rischi: ad esempio, scollegare la rete di una macchina compromessa può essere opportuno per isolarla, ma va fatto in modo controllato (un malware potrebbe monitorare la connettività e reagire cancellando tracce se “perde” la rete ). Il responsabile deve quindi decidere, caso per caso, quali step eseguire live e in che sequenza, bilanciando la conservazione massima delle prove con la stabilizzazione dell’incidente (es. evitare che l’attacco prosegua).
Acquisizione post-mortem
Consiste nell’acquisire le evidenze a sistema spento, tipicamente tramite la rimozione dei supporti di memoria (hard disk, SSD) e la successiva copia forense bitstream in laboratorio. Questo approccio ha il vantaggio di assicurare che il supporto originale non venga modificato ulteriormente dal momento del sequestro in poi. Nel momento in cui si spegne un computer, però, si perde tutto il contenuto volatile: memoria RAM, stato dei processi, informazioni non salvate su disco, ecc. Pertanto, la decisione di spegnere dovrebbe essere ponderata: ad esempio, se si ritiene che le informazioni critiche risiedano su disco (non volatile) e non vi sia particolare interesse per lo stato attuale della RAM, può essere preferibile rimuovere l’alimentazione immediatamente per congelare la situazione. Al contrario, se si sospetta che informazioni vitali (come chiavi di cifratura, malware in RAM o volumi cifrati aperti) siano presenti in memoria, è fondamentale lasciare il sistema acceso finché non si sia effettuato un dump della memoria e di eventuali dati volatili. L’ISO/IEC 27037 fornisce linee guida proprio per decidere queste priorità: “se dati volatili di rilievo sono presenti, raccoglierli prima di rimuovere l’alimentazione; se invece il focus è sui dati non volatili su disco, si può procedere allo spegnimento in sicurezza”. In modalità post-mortem, l’operatore può impiegare tecniche come il “pull the plug” (scollegare brutalmente l’alimentazione anziché seguire la normale procedura di shutdown, per evitare che eventuali routine di spegnimento dell’attaccante distruggano dati). Naturalmente ciò potrebbe generare qualche inconsistenza nei file (es. journal non “puliti”), ma si preferisce questo rischio piuttosto che perdere prove volatili preziose. Una volta spento e messo in sicurezza il sistema, si passa all’imaging forense dei supporti (illustrato nella sezione successiva). L’acquisizione post-mortem è tipica nelle operazioni di polizia giudiziaria (sequestri) e nelle analisi che non richiedono intervento immediato sul campo. Un responsabile CSIRT deve saper indicare quando è appropriato seguire l’una o l’altra modalità, spesso anche combinandole (es.: acquisizione ibrida, dove prima si esegue un dump di RAM live e poi si spegne per copiare il disco). In ogni caso, che l’acquisizione sia live o a freddo, vanno seguiti i protocolli di documentazione e catena di custodia per garantire integrità e autenticità delle evidenze raccolte.
Acquisizione bitstream di memorie di massa
La copia forense bitstream di un supporto di memoria di massa (dischi fissi, SSD, memorie esterne) è un processo centrale nell’informatica forense. A differenza di una normale copia file-per-file, l’imaging bitstream duplica bit a bit l’intero contenuto del supporto – includendo settori non allocati, spazio slack, aree nascoste – in modo da ottenere un clone esatto dell’originale . Questo è fondamentale perché file cancellati o metadata residuali, non visibili al file system attivo, possono contenere informazioni cruciali in un’indagine.
Procedura di imaging: il processo standard prevede di collegare il supporto originale a una workstation forense (o a un dispositivo duplicatore) in modalità read-only e creare un file immagine o una copia clonata su un supporto di destinazione pulito. Una misura imprescindibile è l’uso di un write-blocker, un dispositivo hardware (o software) che si interpone tra il drive di origine e il sistema di acquisizione, e impedisce qualsiasi comando di scrittura verso il dispositivo sorgente. In questo modo, si può leggere ogni settore del disco senza rischiare modifiche accidentali (ad esempio aggiornamenti di timestamp di accesso, incrementi di contatori SMART, ecc.). I write-blocker hardware sono tipicamente connessi via USB/SATA o tramite dock, e devono essere verificati prima dell’uso; molti modelli forniscono indicatori che confermano lo stato di sola lettura. È importante che il personale ricontrolli che il blocco in scrittura sia attivo per tutti i dispositivi connessi e che i blocker siano periodicamente testati (come raccomandato anche dai laboratori NIST). In alternativa o in aggiunta, su sistemi nix si può montare il supporto in modo da non scrivere journal (opzione ro,noload* per NTFS, ad es.), ma il dispositivo hardware è preferibile perché più affidabile.
Durante l’imaging, si genera di solito un hash crittografico (tipicamente MD5 e/o SHA-1/SHA-256) sia del contenuto originale che della copia, per poter verificare in ogni momento la corrispondenza (integrità) tra i due. Un responsabile deve esigere che al termine dell’acquisizione questi hash combacino e che vengano registrati nei verbali. Come sottolineato da NIST, se si prevede un possibile uso probatorio, è opportuno conservare l’originale intatto come evidenza (ad esempio sigillando il disco originale) ed effettuare tutte le analisi successive sulla copia. L’ISO 27037 e le best practice internazionali insistono molto su questo punto: l’originale diventa evidence master conservato a fini legali, mentre la copia forense (opportunamente verificata) è quella su cui gli analisti lavorano, eventualmente potendone fare ulteriori copie di lavoro. Ogni passo eseguito deve essere documentato dettagliatamente: oltre ai comandi o software utilizzati per l’imaging, vanno annotati ad esempio il modello e seriale del disco originale, la capacità, il nome e versione dello strumento impiegato (software o duplicatore hardware), l’ora di inizio e fine copia, il nome del tecnico operatore e qualsiasi anomalia riscontrata. Queste informazioni supportano la catena di custodia e servono a dimostrare che la procedura è stata eseguita correttamente e senza contaminare le prove.
Formati di output: l’acquisizione bitstream può produrre sia copie fisiche (disk-to-disk, clonazione diretta su un altro drive) che immagini logiche in un file (disk-to-image). La scelta dipende dalle esigenze e dalle risorse: una copia disk-to-disk permette, ad esempio, di montare immediatamente il clone su un’altra macchina per un’analisi rapida, ma richiede un secondo dispositivo di capacità uguale o maggiore. La copia in un file immagine (spesso con estensione .dd se raw o .E01 se compressa con formato EnCase) è più flessibile: il file può essere trasferito, copiato e montato tramite software appositi; di contro, per accedervi occorre utilizzare applicativi forensi o montarlo in un ambiente che supporti tale formato. Molti strumenti consentono anche di comprimere al volo l’immagine, salvando spazio, e di segmentarla in più file (utile per gestire file system che non supportano file di grandi dimensioni). In contesti operativi, il responsabile deve definire uno schema di nomenclatura per le immagini e un sistema di storage sicuro: ad esempio, archiviare le immagini su NAS forense isolato, con controlli di integrità periodici (ricalcolo hash) e accesso ristretto.
In conclusione, l’acquisizione bitstream è un processo dispendioso in termini di tempo e risorse (copiare centinaia di GB può richiedere ore), ma è indispensabile per garantire un’analisi completa e la validità delle prove in tribunale. Organizzazioni ben preparate adottano linee guida interne per quando e come eseguire imaging completo (ad esempio, può non essere realistico fermare immediatamente un server critico per copiarlo; vanno stabiliti criteri di impatto). Il responsabile CSIRT bilancia quindi anche l’esigenza di continuità operativa con quella probatoria, pianificando acquisizioni a freddo in orari e modi che riducano il danno, ma senza compromettere la raccolta delle prove necessarie.
Acquisizione di dump di memoria (RAM)
Le informazioni contenute nella memoria volatile (RAM) di un sistema spesso non hanno equivalentisul disco e possono rivelare dettagli cruciali di un attacco informatico. La RAM ospita infatti lo stato vivo del sistema: processi in esecuzione, moduli di kernel e driver caricati, connessioni di rete aperte, file aperti (che magari non sono mai stati salvati su disco), chiavi di cifratura in uso, password in chiaro temporaneamente in memoria, e molto altro. Tutto questo viene perso definitivamente non appena il sistema viene spento, data la natura volatile della RAM. Per tale ragione, acquisire un dump dimemoria è una fase fondamentale nella risposta agli incidenti live: consente di “congelare” lo stato runtime del sistema al momento dell’incidente per analizzarlo successivamente in laboratorio.
Dal punto di vista pratico, un dump di RAM si ottiene tramite appositi strumenti che copiano byte per byte tutto il contenuto della memoria in un file (spesso chiamato memory.dmp con estensione .raw/.bin). Su sistemi Windows, esistono utilità consolidate come Magnet RAM Capture (fornito da Magnet Forensics) o Belkasoft Live RAM Capturer, nonché tool open-source come WinPmem (facente parte del progetto Rekall) e DumpIt. Questi programmi, tipicamente eseguiti dal tecnico sul sistema target (idealmente da una chiavetta USB, per ridurre scritture su disco), producono un file immagine della RAM che può poi essere scaricato per l’analisi. Su Linux, l’operazione richiede spesso il caricamento di un modulo kernel dedicato come LiME (Linux Memory Extractor) o l’utilizzo di interfacce /dev/mem (se abilitate) e utility dd. L’immagine di memoria così ottenuta viene poi analizzata con framework di memory forensics quali Volatility o Rekall, che permettono di estrarre dalle strutture binarie informazioni intelligibili: ad esempio la lista dei processi e dei relativi segmenti di memoria, le connessioni di rete attive, le DLL/caricate nei processi, eventuale codice iniettato, e persino di ricostruire contenuti testuali (come chat, email, cronologia web) presenti in memoria. Un’analisi approfondita della RAM può rivelare malware fileless (cioè che risiedono solo in memoria), evidenze di attacchi “pass the hash” o credenziali rubate in cleartext, e tante altre informazioni essenziali per capire come è avvenuta la compromissione e cosa sta facendo l’attaccante.
Vale la pena evidenziare due aspetti: temporalità e integrità. La RAM è estremamente dinamica: anche in pochi secondi lo stato può cambiare (processi che terminano, nuovi che si avviano, allocazioni che si spostano). Pertanto, l’operatore deve eseguire il dump il prima possibile durante il triage, minimizzando ritardi. Inoltre, va considerato che il processo di dumping stesso consuma un po’ di RAM e altera alcuni contenuti (ad esempio, parte della RAM viene occupata dal buffer di copia); questo è inevitabile, ma accettabile se si utilizzano strumenti progettati per minimizzare l’impatto. Si documenta in ogni caso quale tool è stato usato e in che orario. Sul fronte integrità, benché non sia possibile calcolare un hash prima (dato che la RAM è mutevole), si calcola almeno l’hash del file di dump generato e lo si conserva per verifiche future, trattandolo poi con la stessa cura di un’immagine disco.
Un altro motivo critico per effettuare il dump di RAM è la presenza di chiavi di cifratura o altri segreti volatili. Se un sistema impiega dischi cifrati (es. BitLocker su Windows, LUKS su Linux) o connessioni VPN cifrate attive, spesso la chiave di decrittazione risiede in RAM mentre il volume è montato o la sessione attiva. Estrarre la RAM può consentire di recuperare tali chiavi – tramite specifici plugin di Volatility – e quindi di accedere a dati altrimenti indecifrabili. ISO 27037 infatti avverte di considerare l’acquisizione di dati volatili prima dello shutdown proprio perché “chiavi di cifratura e altri dati crucialipotrebbero risiedere in memoria attiva”. Un caso concreto è quello dei ransomware: alcuni memorizzano la chiave di cifratura in RAM; se si interviene rapidamente e si cattura la memoria, si potrebbe estrarre la key e decriptare i file senza pagare riscatti.
In sintesi, l’acquisizione della memoria volatile è un tassello irrinunciabile nelle indagini su incidenti moderni. Un responsabile SOC deve prevedere nel piano di risposta la raccolta di dump di RAM per ogni server o endpoint compromesso (quando fattibile in sicurezza) e garantire che il personale sia addestrato all’uso degli strumenti di memory dump. Solamente catturando questa dimensione “effimera” dell’attacco si ottiene una visione completa dell’accaduto, che combini stato dinamico e dati statici.
Artefatti di sistemi operativi Microsoft Windows
I sistemi Windows conservano una vasta gamma di artefatti forensi – file di log, voci di registro, cache di sistema – che possono fornire preziose evidenze sulle attività avvenute prima, durante e dopo un incidente informatico. Un responsabile forense deve conoscere questi artefatti e includerne la raccolta nel processo di acquisizione. Ecco i principali artefatti Windows da considerare e il loro significato:
Event Logs (registri eventi): Windows registra eventi di sistema, sicurezza e applicazione nei file di log (.evtx) situati in C:\Windows\System32\winevt\Logs\. Questi log, consultabili tramite Event Viewer, sono fondamentali per ricostruire la sequenza di eventi di un sistema. Ad esempio, il Security Log documenta tentativi di accesso (Event ID 4625 per login falliti, 4624 per login riusciti) e cambi di privilegi, permettendo di identificare eventuali accessi non autorizzati o escalation di privilegi avvenute. Il log System registra informazioni su avvii/arresti di sistema, crash, o errori di driver; il log Application contiene eventi dalle applicazioni (es. errori applicativi, servizi custom). Durante un’incidente, copiare e mettere in sicurezza questi file di log è prioritario, in quanto potrebbero venire cancellati dall’attaccante per nascondere le tracce. Un esempio concreto: grazie ai Security Log si può scoprire l’ora esatta in cui un account amministrativo sospetto ha effettuato login, o se vi sono stati tentativi massivi di password guessing.
Registry (registro di configurazione): Il registro di Windows è una banca dati centralizzata che memorizza configurazioni di sistema, applicazioni, informazioni sugli utenti, dispositivi hardware e molto altro. È suddiviso in hive principali (SAM, SYSTEM, SOFTWARE, SECURITY, oltre ai NTUSER.DAT per ogni utente) che risiedono sul disco. Dal punto di vista forense, il registry è una miniera di informazioni: ad esempio, consente di identificare periferiche USB collegate in passato (chiavi di registro USBSTOR che elencano device ID, date e serial number dei dispositivi – utile per investigare esfiltrazioni tramite chiavette); permette di vedere programmi impostati per l’esecuzione automatica (Run keys) – spesso usati da malware per persistere; contiene gli MRU (Most Recently Used), liste di file o percorsi recentemente aperti da ciascun utente, che aiutano a capire quali documenti sono stati acceduti; tracce di installazione software, configurazioni di rete, e così via. Due artefatti peculiari meritano menzione: ShimCache e AmCache. Lo ShimCache (Application Compatibility Cache) è una cache mantenuta da Windows per compatibilità applicativa, che registra ogni eseguibile avviato sul sistema con timestamp (talora anche se l’eseguibile non esiste più); fornisce quindi una storia delle esecuzioni utile a rintracciare malware eseguiti e poi cancellati. L’AmCache è un file (Amcache.hve) introdotto dalle versioni moderne di Windows, che conserva dettagli sugli eseguibili lanciati, come nome, path, hash e primo timestamp di esecuzione. Analizzando AmCache si può determinare ad esempio la prima volta in cui un malware è stato eseguito, anche se non ci sono log di altro tipo. Durante l’acquisizione forense, è buona pratica estrarre copie dei file di registro ( C:\Windows\System32\Config\* e C:\Users\{utente}\NTUSER.DAT per ogni profilo) per analizzarli con strumenti forensi (Registry viewers, RegRipper, etc.).
Prefetch files: Windows utilizza la funzionalità Prefetch per velocizzare il caricamento dei programmi usati di frequente. Ogni volta che un eseguibile viene lanciato, il sistema crea/ aggiorna un file prefetch (estensione .pf) in C:\Windows\Prefetch\ contenente il nome del programma, un hash del percorso e riferimenti ai file caricati. Dal punto di vista forense, i prefetch file tracciano l’esecuzione dei programmi e ne registrano il timestamp di ultimo avvio . Ciò è prezioso per stabilire una timeline di esecuzione: ad esempio, se un malware è stato eseguito alle 3:00 AM e poi cancellato, rimarrà comunque un file .pf (es. MALWARE.EXE-3AD3B2.pf) con ultimo esecuzione a quell’ora. I prefetch indicano anche il numero di volte di esecuzione e quali librerie o file ha caricato il processo, dando indizi su cosa abbia fatto. È importante notare che il Prefetch è abilitato di default su desktop Windows, ma su Windows Server potrebbe essere disabilitato per impostazione predefinita. Nelle analisi di incidenti su client, i prefetch sono spesso tra le prime cose da controllare per vedere quali programmi anomali sono stati eseguiti di recente. Vanno quindi raccolti durante l’acquisizione (copiando l’intera cartella Prefetch). Un caso d’uso tipico: rilevare un tool di hacking (es. mimikatz.exe) dal prefetch, anche se l’eseguibile non è più presente – evidenza che qualcuno lo ha lanciato sul sistema.
LNK (Link) files: i file di collegamento .lnk sono scorciatoie Windows che si creano quando un utente accede a file o cartelle (ad es. i collegamenti nei “Recent Items”). Ogni LNK conserva metadati dettagliati sull’elemento target: percorso completo del file/cartella, dispositivo di origine (incluso il numero di serie di volume – utile per identificare unità USB), timestamp dell’ultimo accesso, dimensione del file target, e a volte coordinate della finestra o icona. In un’indagine, analizzare i LNK consente di scoprire attività utente come aperture di documenti o esecuzione di strumenti, anche se tali file non esistono più. Ad esempio, se un dipendente ha aperto un file riservato e copiato su USB, potrebbe restare un link in %APPDATA%\Microsoft\Windows\Recent\ che svela nome e percorso di quel file, nonché identifica la pennetta USB usata (dal seriale riportato nel LNK). I LNK possono anche indicare programmi lanciati da percorsi insoliti (es. C:\Temp\hacker_tool.exe), dando tracce di esecuzioni sospette. È quindi prassi acquisire la cartella Recent di ciascun profilo utente e altri percorsi dove possono annidarsi LNK (es. collegamenti sul desktop, nel menu Start, etc.).
Altri artefatti rilevanti: ce ne sono numerosi; tra i principali citiamo: i Jump Lists (liste dei file aperti di recente per applicazioni “pinned” sulla taskbar, memorizzate in %APPDATA\Microsoft\Windows\Recent\AutomaticDestinations\), utili per vedere cronologia di utilizzo di specifici programmi; i file di paging e ibernazione (C:\pagefile.sys e C:\hiberfil.sys), che contengono porzioni di RAM e stato del sistema scritti su disco – analizzandoli si possono estrarre password o frammenti di documenti presenti in memoria; i dump di crash (MEMORY.DMP generati da Blue Screen) che talvolta sopravvivono e contengono un’istantanea della RAM al momento del crash; il MFT (Master File Table) nei volumi NTFS, che elenca tutti i file con i loro timestamp e può essere estratto per analisi timeline; i log di sistema quali Firewall di Windows (p.e. pfirewall.log se attivato) e Windows Defender (eventi antimalware) che potrebbero rivelare tentativi di connessione o malware rilevati; infine, i file di configurazione e cache applicative (ad esempio i log di navigazione web, la cache DNS, i file di Outlook PST/OST per le email, etc.) da acquisire se pertinenti al caso.
In fase di risposta a un incidente, il responsabile CSIRT deve stilare un elenco di questi artefatti Windows e assicurarsi che la squadra li raccolga sistematicamente. Spesso si utilizzano strumenti di live response (come KAPE – Kroll Artifact Parser and Extractor, di Eric Zimmerman) che automaticamente collezionano copie di molti di questi artefatti chiave per una rapida analisi. La ricchezza di informazioni fornite dagli artefatti Windows consente, una volta in laboratorio, di ricostruire la linea temporale degli eventi (tramite analisi timeline correlando log, MFT e timestamp vari) e di attribuire azioni adaccount utente specifici, distinguendo attività lecite da quelle malevole. Ad esempio, combinando i dati di registro (es. chiave USBSTOR) con i LNK file, si può provare che un certo file è stato copiato su una chiavetta a una certa ora da un determinato utente. Per garantire ciò, la fase di acquisizione deve aver preservato intatti tali artefatti.
Artefatti di sistemi operativi Linux
Anche in ambienti Linux/Unix esistono artefatti forensi fondamentali per un’analisi post-incident. Sebbene Linux non abbia un Registro unificato come Windows, mantiene moltissime informazioni in file di log testuali e file di configurazione, che se raccolti e analizzati correttamente permettono di ricostruire intrusioni e attività anomale. Ecco alcuni elementi chiave che un responsabile dovrebbe includere nel piano di acquisizione da sistemi Linux compromessi:
Log di sistema e di sicurezza: la gran parte delle distribuzioni Linux registra gli eventi in /var/log/. In particolare, il syslog o log generale di sistema (tipicamente /var/log/syslog su Debian/Ubuntu o /var/log/messages su Red Hat/CentOS) contiene messaggi su una vasta gamma di attività: avvio di servizi, messaggi del kernel, connessioni di rete, errori generici. Esaminare il syslog consente di individuare quando sono stati avviati o fermati servizi (utile per vedere ad esempio se un servizio critico è andato in crash in concomitanza con l’attacco) e messaggi anomali del kernel che potrebbero indicare exploit (es. oops o segfault sospetti). Ancora più importanti spesso sono i log di autenticazione, come /var/log/auth.log (su sistemi Debian-like) o /var/log/secure (Red Hat-like), dove vengono tracciati tutti i tentativi di login, sia locali che remoti, con indicazione di utente, origine e successo/fallimento. In questi file si trovano anche i log di uso del comando sudo (elevazione di privilegi), gli accessi via SSH, eventuali cambi di password, ecc. Durante un’incidente, analizzare auth.log può rivelare ad esempio un attacco brute-force in atto (molti tentativi di login falliti in sequenza) o se un utente in particolare ha ottenuto accesso root via sudo in orari non autorizzati. Altri log utili sono quelli di servizi specifici: ad esempio, log di Apache/Nginx in /var/log/apache2/ o /var/log/nginx/ (per investigare compromissioni di web server), log di database (MySQL, PostgreSQL) se si sospetta un SQL injection, log di firewall/iptables, ecc. Il responsabile deve stilare una lista dei percorsi di log da prelevare in base ai servizi in esecuzione sul sistema bersaglio. È buona pratica includere sempre i log lastlog, wtmp, btmp: sono file binari (tipicamente in /var/log/ che registrano rispettivamente l’ultimo login di ogni utente, la cronologia di tutti i login (wtmp) e quella dei login falliti (btmp). Questi file, analizzabili con comandi come last e lastb, possono integrare le informazioni di auth.log riguardo gli accessi utente nel tempo.
Cronologia dei comandi e configurazioni utente: su Linux, ogni utente shell tipicamente ha un file di history (es. ~/.bash_history per Bash) in cui vengono salvati i comandi digitati in passato. Questa cronologia, se non cancellata dall’attaccante, è un artefatto estremamente prezioso: consente di vedere quali comandi sono stati eseguiti – ad esempio, un aggressore che abbia ottenuto accesso shell potrebbe aver lanciato comandi per creare nuovi utenti, modificare configurazioni o estrarre dati, e spesso tali comandi rimangono nella bash_history. Va notato che la history di solito si salva solo alla chiusura della sessione; se l’attaccante non ha terminato la sessione o ha disabilitato la logging della history, il file potrebbe non contenere tutto. In ogni caso, acquisire i file di history di tutti gli utenti (bash, zsh, etc.) è doveroso. Oltre ai comandi, le configurazioni utente come ~/.ssh/authorized_keys devono essere raccolte: questo file indica eventuali chiavi pubbliche autorizzate per login SSH senza password – spesso gli attaccanti ne aggiungono una per garantirsi l’accesso persistente. Anche i file ~/.ssh/known_hosts possono dare indizi su da quali macchine ci si è collegati. Il filesystem home degli utenti, in generale, può contenere script di persistenza (es. aggiunte in ~/.bashrc o ~/.profile che eseguono malware all’avvio della shell). Durante l’acquisizione forense, se non si effettua un’immagine completa del disco, almeno le home directory rilevanti dovrebbero essere copiate integralmente per preservare questi artefatti.
Configurazioni di sistema e job pianificati: un vettore comune di persistenza su Linux è l’uso di cron job maligni. I cron job si trovano in /etc/crontab, /etc/cron.hourly/cron.daily/... o nelle crontab per utente (/var/spool/cron/crontabs/). Analizzandoli, si potrebbe scoprire, ad esempio, che è stato inserito un job che esegue periodicamente un certo script (magari per ricollegarsi a una botnet o mantenere l’accesso). Durante l’incidente, si estraggono quindi tutte le configurazioni di cron. Un altro punto chiave sono le configurazioni di SSH in /etc/ssh/sshd_config : se un attaccante ha abilitato opzioni deboli o cambiato la porta del servizio potrebbe aver modificato questo file. Inoltre, i log di SSH (che in realtà confluiscono in auth.log) dovrebbero essere già considerati, ma è bene filtrarli per evidenziare, ad esempio, da quali IP sono avvenuti accessi SSH riusciti. Anche la configurazione di altri servizi (VPN, servizi cloud, Docker containers in /var/lib/docker/ etc.) può essere rilevante se l’incidente li coinvolge – la regola generale è collezionare tutto ciò che potrebbe aver registrato attività dell’attaccante.
Log di pacchetti e sistema: un aspetto peculiare di Linux è la presenza dei packagemanagement logs. Su Debian/Ubuntu c’è /var/log/dpkg.log che tiene traccia di ogni installazione/aggiornamento/rimozione di pacchetti, con timestamp. Su RedHat/CentOS analoghi sono i log di yum o dnf. Questi log sono utilissimi per vedere se durante l’intrusione l’attaccante ha installato nuovi software (es. un server web, uno strumento di hacking) oppure se il sistema ha aggiornato qualcosa di critico di recente. Ad esempio, se dpkg.log mostra l’installazione di netcat o nmap, è un red flag di attività sospetta. Altri log degni di nota: /var/log/lastlog (ultimi accessi utenti), /var/log/faillog (errori di login), /var/log/mail.log (attività del server mail, se presente, per vedere possibili esfiltrazioni via email) e i log di eventuali IDS/IPS installati. Se il sistema utilizza systemd, molti log tradizionali potrebbero essere nel journal binario (/var/log/journal/) accessibile con journalctl : in tal caso, è opportuno esportare l’intero journal (usando journalctl --since con un range temporale, oppure copiando i file journal) per l’analisi.
In fase di acquisizione, spesso la via più semplice è eseguire un package di raccolta (ad esempio uno script che copia tutto /var/log e alcune directory chiave di /etc e home utenti). Tuttavia, un responsabile attento specificherà quali sono gli “essential artifacts” Linux da non tralasciare. Magnet Forensics elenca 7 artefatti essenziali: history bash, syslog, auth.log, sudo logs, cron, SSH, package logs tutti punti che abbiamo toccato. Raccogliendo questi, un analista potrà: ricostruire latimeline di un attacco (dall’intrusione iniziale visibile in auth.log, alle azioni compiute visibili nella history e nei log di sistema, fino alla persistenza via cron), attribuire azioni a utenti/ip (log di autenticazione), e scoprire eventuali manomissioni (servizi disabilitati, configurazioni cambiate). Un esempio: tramite auth.log si individua che l’attaccante ha ottenuto accesso con l’utente “webadmin” via SSH; guardando nella bash_history di webadmin si vede che ha eseguito un certo script e aperto una connessione reverse shell; controllando crontab si trova un job aggiunto da webadmin che ogni ora tentava di riconnettersi ad un certo host (persistenza). Inoltre dpkg.log rivela che l’attaccante ha installato un pacchetto socat per facilitare le proxy. Tutto ciò costruisce una narrazione completa dell’incidente. È compito del responsabile assicurare che tali tasselli informativi non vadano perduti: ad esempio, evitando la rotazione o cancellazione dei log (in casi estremi, potrebbe decidere di spegnere subito un server Linux se teme che l’attaccante possa “ripulire” i log tramite rootkit, e acquisire a freddo).
In conclusione, gli artefatti Linux, sebbene sparsi in file diversi, coprono molti aspetti dell’attività di sistema e, se acquisiti integralmente, forniscono un quadro molto dettagliato agli investigatori. La sfida è sapere dove guardare: per questo esistono anche cheat-sheet e liste preparate (ad esempio Seven Linux Artefacts to Collect di SANS) che guidano i primi responder su cosa prendere. Un responsabile dovrebbe prevedere tali linee guida e aggiornarsi continuamente, dato che i percorsi e formati dei log possono variare con le versioni (es. il passaggio a systemd-journald). Garantire la raccolta coerente e completa di questi artefatti in ogni incidente significa accelerare l’analisi forense e migliorare l’efficacia della risposta.
Strumenti hardware e software per l’acquisizione forense
Per eseguire le operazioni sopra descritte, il responsabile deve assicurarsi che il team disponga dei giusti strumenti hardware e software di acquisizione forense, nonché delle competenze per usarli correttamente. Vediamo i principali.
Strumenti hardware
Write-blocker: come già menzionato, sono dispositivi (talora in forma di piccoli box USB/SATA o bay da laboratorio) che assicurano l’accesso in sola lettura ai supporti di memoria originali . Sono uno standard de-facto in qualsiasi acquisizione di dischi: marchi noti includono Tableau (ad es. Tableau T8u USB 3.0 Forensic Bridge), Logicube, Digital Intelligence UltraBlock, ecc. Esistono write-blocker per diverse interfacce: SATA/PATA, USB, NVMe, SCSI, ecc. Il loro impiego consente di collegare un hard disk sequestrato alla macchina forense senza rischio di contaminare i dati – condizione essenziale per mantenere l’integrità probatoria. Alcuni modelli hanno funzionalità avanzate come il logging interno delle operazioni o la possibilità di attivare/disattivare il blocco (ma in forense deve restare attivo!). Il NIST CFTT (Computer Forensic Tool Testing) conduce test periodici sui write-blocker per certificarne l’affidabilità; un responsabile può consultare tali risultati per scegliere dispositivi adeguati.
Duplicatori e unità di imaging hardware: si tratta di apparecchi dedicati che possono copiare un disco di origine verso uno o più dischi di destinazione senza bisogno di un computer intermedio. Spesso sono dispositivi portatili, alimentati a parte, con schermo integrato, usati sul campo dalle forze dell’ordine. Esempi: Tableau Forensic Duplicator, Logicube Falcon, Atola Insight. Questi strumenti eseguono copie bitstream con verifica hash incorporata e spesso supportano il cloning multi-target (una sorgente verso due copie identiche contemporaneamente). Il vantaggio è la velocità e il fatto che sono costruiti per non alterare l’originale (incorporano essi stessi funzioni di write-block). Inoltre, supportano formati di output multipli (raw, E01, ecc.) e generano report dettagliati. Secondo NIST SP 800-86, i tool hardware di imaging forniscono in genere log di audit trail e funzioni per garantire consistenza e ripetibilità dei risultati. L’uso di duplicatori è frequente nelle acquisizioni di numerosi supporti in poco tempo (es. per copiare velocemente decine di hard disk durante un sequestro contemporaneo).
Altri tool hardware: include adattatori e accessori, ad esempio: kit di cavi e adattatori per collegare dischi di laptop, telefoni o dispositivi proprietari; dispositivi per estrarre chip di memoria (nell’ambito mobile forensics, eMMC reader); strumenti per acquisire SIM card o smart card, ecc. Nel contesto specifico di incidenti informatici in enti, alcuni di questi sono meno rilevanti, ma un responsabile dovrebbe avere pronte soluzioni per connettere qualsiasi supporto si trovi (dai vecchi dischi IDE agli ultimi M.2 NVMe). Da citare anche i blocchi di rete (sebbene non hardware in senso stretto): quando si prende un computer acceso come evidenza, un’opzione è inserirlo in una “faraday bag” o scollegarlo da rete e Wi-Fi per isolarlo – questo più per preservare da modifiche remote che per acquisizione, ma fa parte dell’equipaggiamento di scena.
Strumenti software
Utility di imaging forense: sul lato software, un arsenale classico comprende tool come dd (il tool Unix per copie bitstream), con varianti forensi quali dcfldd o Guymager (GUI Linux) che aggiungono funzioni di hashing e log. Questi consentono di creare immagini raw bit-a-bit. In ambiente Windows, il popolare FTK Imager permette di acquisire dischi, cartelle o anche singoli file di memoria e di rete, generando immagini in diversi formati (incluso il compresso E01) e calcolando hash in automatico. Software commerciali come EnCase e X-Ways integrano funzioni di imaging: ad esempio EnCase permette di creare direttamente un case con immagini E01 e verifica integrità. Molti di questi software supportano sia l’acquisizione fisica (del disco intero) che logica (ad es. solo una partizione o solo certi file). La scelta dello strumento dipende dallo scenario: dd e affini sono ottimi per ambienti Linux e situazioni scriptabili; FTK Imager è spesso usato su postazioni Windows per copie “ad hoc” (ad esempio di pendrive o di piccoli volumi) grazie alla sua semplicità d’uso grafica. È importante che i tecnici verifichino i checksum generati e alleghino i log prodotti dallo strumento (ad es. FTK Imager produce un file di output con tutti i dettagli dell’operazione). Da ricordare: prima dell’imaging, il disco di destinazione va azzerato o comunque pulito, per evitare contaminazione (principio del “forensically clean media”).
Strumenti per acquisizione live e triage: in contesti di incidente, esistono suite pensate per automatizzare la raccolta di evidenze volatili e semi-volatili. Ad esempio, KAPE (Kroll Artifact Parser and Extractor) consente di definire “target” (artefatti noti di Windows) e raccoglierli rapidamente da un sistema live in un output centralizzato. Volatility (framework di memory forensics) ha moduli per dumping live memory su Windows (WinPmem) e ora anche su Linux. Belkasoft Evidence Center e Magnet AXIOM dispongono di agent da deployare su macchine live per estrarre dati chiave (RAM, registro eventi, ecc.) con un minimo impatto. Un altro strumento pratico è CyLR (Cyber Logos Rapid Response) – un leggero collector open source – o lo script Livessp (SANS SIFT). Questi tool aiutano il first responder a non dimenticare elementi importanti durante la concitazione di un incidente. Per il triage rapido di supporti spenti (es. decine di PC da controllare), esistono anche soluzioni come Paladin (distro live basata su Ubuntu con toolkit forense) o CAINE (Computer Aided Investigative Environment), che permettono di bootare la macchina da USB/DVD in un ambiente forense e copiare selettivamente evidenze (con write-block software attivo sul disco originale).
Tool per acquisizione della memoria: già evidenziati in parte, meritano un focus. Oltre a DumpIt e Magnet RAM Capture citati, c’è Microsoft LiveKd (Sysinternals) che consente di ottenere dump di memoria di macchine Windows partendo da un kernel debug; LiME su Linux è ormai standard per memdump su Android e server headless; AVML (Acquire Volatile Memory for Linux) è uno strumento più recente di Microsoft per estrarre RAM da VM Linux (utile in cloud). Qualunque strumento si usi, deve essere testato e validato prima in laboratorio. Ad esempio, si può verificare che il dump prodotto sia apribile in Volatility e che corrisponda (nel caso Windows) alla versione OS corretta. Il responsabile dovrebbe predisporre procedure e ambienti di prova per garantire la familiarità del team con tali strumenti: un errore nell’uso (es. dimenticare di eseguire come Administrator un RAM capture tool) potrebbe rendere nullo il dump.
In generale, la dotazione strumentale di un responsabile SOC/CSIRT deve essere allineata alle best practice internazionali. Gli standard NIST elencano dozzine di tool sia commerciali che open source, e raccomandano di avere politiche per l’uso corretto degli strumenti (ad esempio, mantenere una copia di ciascun software usato, con versioni, hash, in modo da poter dimostrare in tribunale esattamente cosa è stato usato e che non contiene backdoor). È inoltre importante monitorare il panorama: strumenti nuovi emergono (ad es. per acquisire dati da cloud, o dall’IoT), e un responsabile deve valutarne l’adozione. Nel kit non dovrebbero mancare anche strumenti di verifica: ad esempio, software per calcolare hash (md5deep, sha256sum), per confrontare file, per estrarre metadata. Anche se non direttamente di “acquisizione”, essi supportano la fase di accertamento dell’integrità dei dati acquisiti.
In conclusione, strumenti hardware e software ben selezionati sono il braccio armato dell’analista forense. La loro efficacia dipende dalla competenza d’uso e da procedure appropriate. Un responsabile deve assicurare formazione continua e magari predisporre ambienti di simulazione dove testare periodicamente l’intera catena (ad esempio, simulare un attacco e far eseguire ai tecnici l’acquisizione con i loro tool, verificando poi che tutto – hash, log, tempi – sia conforme). Questa preparazione fa la differenza tra un’acquisizione improvvisata e una condotta professionalmente, come richiesto in un contesto di sicurezza nazionale.
Standard e linee guida internazionali
Nel campo della digital forensics applicata agli incidenti informatici esistono standard e linee guida internazionali che definiscono principi, terminologie e procedure riconosciute. Un candidato al ruolo di responsabile CSIRT deve non solo conoscerli, ma saperli mettere in pratica e farvi aderire le operazioni del team. Di seguito, i riferimenti principali.
ISO/IEC 27037:2012 – “Information technology – Security techniques – Guidelines for identification, collection, acquisition and preservation of digital evidence”. È lo standard ISO specifico per la prima fase della gestione delle evidenze digitali. Esso stabilisce le linee guida per l’identificazione delle potenziali fonti di prova, la raccolta (intesa come acquisizione sul campo dei dispositivi/ evidenze), l’acquisizione forense vera e propria (creazione di copie bitstream) e la preservazione delle stesse. Vengono definiti i principi generali (ad es. minimizzare la contaminazione, assicurare la documentazione completa, mantenere la chain of custody) e identificati i ruoli chiave, in particolare il Digital Evidence First Responder (DEFR), ossia l’operatore iniziale che interviene sulla scena. L’ISO 27037 fornisce indicazioni su come valutare la volatilità delle evidenze e come dare priorità in base ad essa (ad esempio, suggerendo di acquisire per prima i dati che “scomparirebbero” se il dispositivo fosse spento). Inoltre, dedica sezioni alla corretta custodia, etichettatura e trasporto delle evidenze digitali, sottolineando l’uso di contenitori appropriati (es. buste antistatiche, custodie sigillabili) e precauzioni contro fattori ambientali che possano danneggiare i dispositivi raccolti. Questo standard – pur non essendo una procedura operativa dettagliata – costituisce un framework di riferimento ampiamente adottato da forze di polizia e team di risposta in tutto il mondo per garantire che fin dai primi istanti le evidenze siano trattate “as ISO compliant as possible”. In Italia, i principi di ISO 27037 sono stati recepiti in molte linee guida interne di Forze dell’Ordine e CERT aziendali.
NIST Special Publication 800-86 – “Guide to Integrating Forensic Techniques into Incident Response”. Pubblicata dal National Institute of Standards and Technology (USA), questa guida colma il gap tra digital forensics tradizionale e incident response. Il suo scopo è fornire un processo strutturato per utilizzare tecniche forensi durante la risposta a incidenti di sicurezza . NIST 800-86 descrive un modello di processo forense composto da quattro fasi: Collection (raccolta) – dove si acquisiscono i dati rilevanti dall’ambiente target (dischi, memorie, log di rete, ecc); Examination (esame) – che implica il filtro e l’estrazione preliminare di informazioni dai dati grezzi (ad es. parsing di log, carving di file dalla memoria); Analysis (analisi) – la fase interpretativa in cui gli analisti traggono conclusioni su cosa è successo, correlando le evidenze; Reporting (reportistica) – documentare i risultati e magari fornire raccomandazioni. Questa struttura viene integrata nel ciclo di vita di incident response (Preparation, Detection & Analysis, Containment, Eradication & Recovery, Lessons Learned) delineato da un altro noto documento NIST (SP 800-61). La SP 800-86 fornisce anche practical tips: ad esempio suggerisce fonti di evidenze per vari tipi di incidenti, tecniche di collezione specifiche (come fare imaging, come raccogliere dati di rete), considerazioni legali da tenere presenti (negli USA, aspetti di privacy, Fourth Amendment, ecc.), e importanza di policy e procedure interne per la forensics. In sostanza, questo documento aiuta un responsabile a capire come inserire le attività forensi in un piano di risposta senza improvvisarle. Ad esempio, se c’è un sospetto worm in rete, la guida consiglia di raccogliere non solo i sistemi infetti ma anche traffico di rete, memory dump per analizzare il malware, e di farlo in tempi rapidi dati i dati volatili. Fornisce quindi un utile complemento operativo agli standard ISO.
RFC 3227 – “Guidelines for Evidence Collection and Archiving” (IETF). Questo RFC (Request for Comments) del 2002, pur datato, è ancora citatissimo per il concetto di order of volatility che introduce. In poche pagine, fornisce una serie di raccomandazioni pratiche per chi raccoglie evidenze digitali in ambiente live. Oltre a ribadire l’importanza di partire dai dati più volatili (CPU, cache, RAM, processi) per poi passare a quelli meno volatili come dischi e infine backup e media esterni, include una lista di cose da non fare: ad esempio non spegnere il sistemaprematuramente, pena perdita di dati importanti; non fidarsi dei tool presenti sulsistema compromesso, ma usare software di raccolta su supporti protetti; non usarecomandi che possano alterare massivamente i file (come tool che cambiano tutti gli ultimi accessi); attenzione a “trappole” di rete (disconnecting la rete può attivare meccanismi distruttivi se il malware li prevede). Il documento tratta anche aspetti di privacy (invita a rispettare le policy aziendali e leggi durante la raccolta, minimizzando dati non necessari) e considerazioni legali generali sulla validità delle prove (ad esempio, ricorda che le prove devono essere autentiche, affidabili, complete e ottenute in modo lecito per essere ammissibili). Un altro punto fondamentale è la definizione di Chain of Custody (catena di custodia): RFC 3227 specifica che bisogna poter descrivere chiaramente quando, dove, da chi ogni evidenza è stata scoperta, raccolta, maneggiata, trasferita. Suggerisce di documentare tutti i passaggi, includendo date, nomi e persino numeri di tracking delle spedizioni se un supporto viene trasferito. Questo è pienamente in linea con le prassi forensi e in Italia corrisponde all’obbligo di verbale di sequestro e custodia delle copie forensi. In sintesi, l’RFC 3227 è una lettura obbligata per i first responder e rimane attuale: i suoi consigli vengono spesso citati nei corsi forensi e implementati nei manuali operativi.
Altri standard e guide rilevanti: oltre ai sopra citati, possiamo menzionare il NIST SP 800-101 (Guide to Mobile Forensics) per la parte di dispositivi mobili – utile se l’incidente coinvolge smartphone aziendali; lo standard ISO/IEC 27035 per la gestione degli incidenti di sicurezza, che include la fase di Incident Response e accenna alla preservazione delle evidenze come parte del processo di mitigazione; la serie ISO/IEC 27041, 27042, 27043 che forniscono rispettivamente guide sulla gestione delle attività forensi (assicurazione di processo), sull’analisi di evidenze digitali e sugli step per investigazioni digitali – evoluzioni post-27037 che entrano più nel dettaglio delle fasi successive all’acquisizione. In ambito law enforcement europeo, il Manuale di Valencia (European cybercrime training manual) e le linee guida dell’ENFSI (European Network of Forensic Science Institutes) replicano concetti simili per armonizzare le pratiche. Nel Regno Unito, la famosa ACPO Good Practice Guide for Digital Evidence enuncia 4 principi, tra cui il principio 1: non alterare i dati su un dispositivo a meno che non sia inevitabile; principio 2: chiunque acceda a dati digitali deve essere competente e tenere traccia di tutto; principio 3: va tenuta documentazione completa di tutti i processi; principio 4: la persona responsabile dell’indagine ha la responsabilità generale di assicurare conformità legale. Questi rispecchiano molto quanto detto in ISO 27037 e RFC 3227, enfatizzando integrità e documentazione. Infine, val la pena ricordare che in Italia anche la giurisprudenza ha affrontato il tema: la Corte di Cassazione (Sez. VI, sentenza n. 26887/2019) ha delineato un vero e proprio vademecum su come devono essere eseguiti i sequestri di dati informatici, richiamando la necessità di adottare cautele tecniche per garantire che la copia forense sia fedele e che gli originali siano conservati senza alterazioni, pena l’inutilizzabilità degli elementi raccolti. Ciò rafforza l’importanza per un responsabile di seguire standard riconosciuti, così che l’operato del team sia non solo efficace tecnicamente ma anche solido a livello legale.
In sintesi, standard e linee guida forniscono il quadro teorico e pratico entro cui muoversi: adottarli garantisce consistenza delle operazioni forensi e facilita la cooperazione con altri team (nazionali e internazionali) parlando lo stesso “linguaggio” procedurale. Un responsabile informato farà riferimento a questi documenti nella stesura delle procedure interne, nell’addestramento del personale e nella giustificazione delle scelte operative durante un incidente.
Casi d’uso in contesto nazionale
Per contestualizzare quanto esposto, consideriamo alcuni scenari nel panorama italiano dove le pratiche di acquisizione forense sono state – o potrebbero essere – determinanti. L’obiettivo è mostrare come un responsabile CSIRT/SOC applica tali conoscenze in situazioni reali, spesso in collaborazione con enti pubblici e forze dell’ordine.
1. Attacco ransomware a un ente pubblico (Regione Lazio, 2021): un caso emblematico è l’attacco ransomware che ha colpito la Regione Lazio nell’agosto 2021, paralizzando il portale vaccinale COVID-19 e numerosi servizi online per giorni. In un evento del genere, il responsabile della risposta (in sinergia con l’ACN/CERT nazionale e i tecnici regionali) ha dovuto immediatamente predisporre un triage su decine di server e sistemi: identificare quali erano criptati e fuori uso, isolare la rete per prevenire ulteriore propagazione, ma anche acquisire copie forensi dei sistemi colpiti per analizzare il malware e verificarne l’impatto. Nel caso Lazio, ad esempio, è stata effettuata l’acquisizione bitstream dei server critici, inclusi i controller di dominio e i server di gestione del portale sanitario, al fine di consegnare tali immagini agli esperti (anche stranieri) per l’analisi del ransomware e la ricerca di eventuali decryptor. Parallelamente, è probabile sia stato eseguito il dump della memoria su almeno uno dei server infetti ancora in esecuzione, per catturare la chiave di cifratura o tracce dell’attaccante in RAM. Questo incidente ha evidenziato l’importanza di avere procedure pronte: nonostante la gravità, il team forense doveva agire tempestivamente senza compromettere i servizi di ripristino. La raccolta dei log di sicurezza Windows e dei domain controller logs è stata fondamentale per ricostruire la dinamica: ad esempio, capire quale account iniziale è stato compromesso (si parlò di credenziali VPN rubate) e quando il malware ha iniziato a diffondersi. L’analisi forense, condotta sulle immagini acquisite, ha permesso di individuare i file di persistence creati dal ransomware e i movimenti laterali effettuati, dati con cui il responsabile ha potuto informare gli amministratori su come bonificare completamente la rete prima di rimetterla in produzione. Inoltre, queste evidenze sono state girate alla Polizia Postale per le indagini penali. Il lesson learned di Lazio 2021 ha probabilmente portato a migliorare ancora le pratiche di incident response italiane, ad esempio enfatizzando la necessità di separare le reti di backup e verificare che le copie di sicurezza non fossero cifrate (in quell’occasione, fortunatamente i backup erano salvi, ma in altri casi non è stato così). Un responsabile, da questo esempio, trae l’indicazione che avere un piano di acquisizione forense predefinito per scenari di ransomware massivi è essenziale: chi fa cosa, quali sistemi si copiano per primi, dove si stoccano le immagini in sicurezza, come coordinare più squadre sul territorio (nel Lazio intervenne anche il CNAIPIC e team di sicurezza privati). In definitiva, il caso Regione Lazio ha mostrato come l’acquisizione forense non sia una fase “postuma”, ma integrata nella gestione della crisi: mentre si lavora al ripristino, in parallelo si portano avanti imaging e raccolta evidenze, poiché attendere la fine dell’emergenza per iniziare l’acquisizione significherebbe perdere dati chiave o trovare sistemi completamente ripristinati (quindi privati delle tracce dell’attacco).
2. Compromissione di account email governativi: immaginiamo uno scenario in cui un Ministero o un’agenzia governativa rileva accessi sospetti a caselle di posta istituzionali (PEC o email interne). Questo potrebbe derivare da un attacco mirato (es. phishing avanzato) volto a carpire informazioni sensibili. Il responsabile CSIRT nazionale verrebbe allertato per supportare l’ente nell’indagine. In un caso del genere, una delle prime mosse sarebbe raccogliere in maniera forense i log del server di posta (ad esempio i log IMAP/POP/SMTP, o i log di accesso alla Webmail) per identificare da quali IP e quando si sono verificati gli accessi abusivi. Poi, si procederebbe all’acquisizione delle caselle di posta compromesse – ad esempio esportando i file .pst/.ost nel caso di Exchange/Outlook, o effettuando un dump delle caselle dal server – per analizzare quali email sono state lette o esfiltrate dall’attaccante. Se si sospetta che l’attaccante abbia usato una postazione interna compromessa, quel PC verrebbe sequestrato per un’analisi: in tal caso la squadra forense eseguirebbe un’acquisizione post-mortem completa del disco e della RAM (se la macchina è accesa) di tale computer. Dall’immagine del PC si cercherebbero artefatti come browser history (per vedere se l’attaccante ha navigato la webmail), eventuali keylogger o malware installati, e tracce di movimenti laterali. Un esempio reale simile è accaduto con attacchi APT a Ministeri esteri: in passato, malware come Remote Control System o Ursnif hanno infettato PC di dipendenti pubblici per rubare credenziali PEC e documenti riservati. In queste indagini, la collaborazione con Polizia Postale è stretta: il responsabile deve garantire che ogni acquisizione segua procedure ineccepibili così che le prove (log di accesso, immagini dei PC) siano valide per identificare gli autori e perseguirli. Un aspetto critico qui è la catena di custodia condivisa: ad esempio, i log del server mail potrebbero essere forniti dall’ente al CSIRT e poi da questo alla Polizia; bisogna documentare ogni passaggio, magari apponendo firme digitali ai file per garantirne l’immodificabilità durante il trasferimento. Questo scenario evidenzia l’importanza della normativa nazionale (es. obblighi di notifica incidenti secondo NIS/DORA) che impone tempi stretti: entro 24 ore l’ente deve informare l’ACN, e nei giorni seguenti fornire risultati preliminari. Un responsabile quindi attiverebbe subito le procedure di acquisizione forense parallelamente alla mitigazione (es. reset password account, blocco di IoC a firewall), per poter fornire rapidamente un quadro d’impatto. Il risultato tangibile sarebbe un rapporto forense con elenco delle caselle violate, l’analisi di come (es. malware su PC X che ha fatto da pivot), e le azioni raccomandate per evitare futuri attacchi (es. 2FA obbligatoria sulle caselle, campagne anti-phishing).
3. Indagine su dipendente infedele in un ente pubblico: un contesto diverso, ma non raro, è quello di un abuso interno – ad esempio un funzionario di un’amministrazione che sottrae dati riservati (liste di cittadini, documenti interni) per fini personali o per rivenderli. In tal caso, l’incidente può non essere un “attacco esterno” ma una violazione di policy interna. Tuttavia, le tecniche di acquisizione forense sono analoghe: supponiamo che si sospetti che il dipendente abbia copiato file su una USB personale. Il responsabile della sicurezza dell’ente, con supporto forense) disporrà il sequestro del PC aziendale dell’individuo e di eventuali supporti nel suo ufficio. Su quel PC si effettuerà un imaging completo del disco. Dall’analisi emergeranno ad esempio artefatti USB nel registro di Windows con l’identificativo di una pen drive non autorizzata e date di utilizzo. I log di accesso potrebbero mostrare che il soggetto ha lavorato fuori orario su quei file (Event Log con login serali, oppure timeline di $MFT che indica accessi in orari anomali). Anche i LNK files e la shellbag del registro potrebbero confermare che ha aperto cartelle contenenti i dati riservati e magari copiato file su un percorso esterno. Tutte queste prove, opportunamente raccolte e documentate, costituiranno materiale per un eventuale procedimento disciplinare o penale. In un caso simile è fondamentale che la copia forense del disco del dipendente sia effettuata in maniera impeccabile e che l’originale venga custodito in cassaforte: la difesa potrebbe contestare la manomissione dei dati, quindi poter esibire hash corrispondenti e documentazione di catena di custodia completa tutela l’ente e la validità probatoria. Inoltre, se coinvolto un sindacato o autorità, sapere di aver seguito standard ISO/NIST (dunque di non aver violato la privacy di altri dati se non quelli pertinenti, ecc.) mette al riparo da contestazioni sulla metodologia. Un esempio reale avvenne qualche anno fa in un comune italiano, dove un amministratore di sistema fu scoperto a curiosare nei dati anagrafici senza motivo: grazie alla analisi forense dei log applicativi e del suo computer, si individuò l’illecito. Il responsabile deve essere sensibile anche a questi scenari “interni”, predisponendo magari procedure semplificate di acquisizione (non sempre servirà un intervento della Polizia, a volte è un audit interno) ma ugualmente rigorose.
4. Coordinamento multi-ente in incidenti su infrastrutture critiche: In ambito nazionale, il responsabile per la prevenzione incidenti potrebbe trovarsi a gestire situazioni che coinvolgono più enti contemporaneamente – ad esempio una campagna di attacchi ransomware a vari ospedali o comuni. In queste situazioni, l’acquisizione forense deve scalare su più fronti: occorre inviare squadre locali (o guidare da remoto i tecnici sul posto) per raccogliere evidenze in ciascun luogo. Un caso ipotetico: una variante di ransomware colpisce simultaneamente 5 ospedali italiani. Il CSIRT nazionale emette allerta e invia digital forensics kits alle squadre IT locali con istruzioni su cosa fare: eseguire subito dump di RAM delle macchine critiche (server di cartelle cliniche) e poi spegnerle per imaging, raccogliere log di sicurezza e una copia dei malware trovati su disco. Ogni squadra segue lo stesso protocollo (magari fornito sotto forma di checklist derivata da ISO 27037). I dati raccolti vengono poi centralizzati al CSIRT per l’analisi aggregata – questo ha senso perché confrontando i dump di memoria o gli artefatti del malware, si può capire se gli attacchi sono correlati (stessa variante) e quindi fornire early warning agli altri. Un responsabile deve quindi saper orchestrare acquisizioni forensi in parallelo, mantenendo la qualità. Ciò comporta anche aspetti logistici, come assicurarsi che ogni ente abbia almeno un personale formato DEFR o che possa dare accesso rapido alle stanze server per le copie. La cooperazione con forze di polizia qui è doppiamente importante: incidenti su infrastrutture critiche vengono seguiti anche dall’autorità giudiziaria, quindi polizia scientifica e Postale lavoreranno con il CSIRT. Uniformare gli standard (ad es. concordare l’uso di determinate tipologie di supporti di custodia sigillati, condividere gli hash via canali sicuri) è qualcosa che va preparato prima dell’incidente, tramite accordi e protocolli tra ACN e forze dell’ordine. In Italia, il modello di intervento cooperativo è in evoluzione, ma eventi come quelli di Luglio 2023 (attacco ransomware a vari comuni toscani) hanno visto CERT-AgID e CNAIPIC lavorare fianco a fianco. Il risultato è duplice: mitigare l’incidente e raccogliere prove per perseguire i criminali. Il responsabile deve assicurarsi che nessuno dei due obiettivi comprometta l’altro (ad es. non ripristinare macchine senza prima averle acquisite, a costo di tenere giù un servizio un’ora in più – decisione spesso difficile ma necessaria in ottica strategica).
Questi esempi mostrano che, nel contesto italiano, l’acquisizione forense è ormai parte integrante della gestione degli incidenti informatici, sia che essi siano causati da hacker esterni sia da minacce interne. Adottare standard internazionali offre un linguaggio comune e una qualità garantita delle operazioni, mentre declinare tali standard nelle procedure specifiche nazionali (considerando normative locali e struttura organizzativa italiana) è il compito del responsabile. In ogni caso, le evidenze digitali raccolte – dai log di Windows alle memorie RAM – si sono rivelate l’elemento chiave per chiarire gli incidenti e trarne lezioni: ad esempio, l’analisi forense post-mortem dei sistemi di un comune colpito da ransomware può evidenziare come l’attaccante è entrato (RDP esposto, credenziali deboli), fornendo indicazioni per mettere in sicurezza tutti gli altri enti con configurazioni simili. Così, il ciclo prevenzione-incidenti-miglioramento si chiude, con la forensica digitale a fare da ponte tra reazione all’emergenza e strategia di sicurezza proattiva.
Conclusioni
L’acquisizione forense di sistemi informatici – con tutte le sue sfaccettature di triage, imaging e raccolta artefatti – rappresenta una pietra angolare della moderna risposta agli incidenti. Nel ruolo di responsabile per la prevenzione e gestione di incidenti informatici, queste competenze non sono solo tecniche, ma strategiche: bisogna saper orientare il team verso le azioni giuste nei momenti critici, garantendo che nessuna prova vada perduta e che l’integrità delle evidenze rimanga intatta. Come evidenziato dai principali standard (ISO/IEC 27037, NIST 800-86) e linee guida (RFC 3227), seguire metodologie strutturate assicura che l’indagine digitale sia condotta con rigore scientifico e validità legale.
Un buon responsabile CSIRT deve quindi agire su più fronti: prevenire – formando il personale e predisponendo procedure e toolkit per essere pronti all’acquisizione; gestire – durante l’incidente decidere rapidamente cosa acquisire live e cosa post-mortem, bilanciando la necessità di contenere la minaccia con quella di conservare le prove; analizzare – assicurarsi che i dati raccolti vengano esaminati a fondo (se non dal proprio team, passando il testimone a team forensi dedicati), traendo conclusioni solide; e comunicare – redigendo report post-incidente chiari che documentino l’accaduto e reggano a eventuali scrutini giudiziari.
In ambito nazionale, queste responsabilità si amplificano: il responsabile diventa l’anello di congiunzione tra diverse entità (enti colpiti, agenzie di sicurezza, forze dell’ordine, talvolta partner internazionali per attacchi globali), dovendo garantire un approccio unificato e conforme agli standard. Solo un processo di acquisizione forense ben gestito può fornire le risposte alle domande chiave dopo un incidente: come è successo? cosa è stato colpito? c’è ancora presenza dell’attaccante? quali dati sono stati compromessi? – e queste risposte informano tanto le azioni di recovery immediato quanto le strategie di miglioramento a lungo termine.
Concludendo, l’acquisizione forense non è una mera operazione tecnica ma un’attività dal forte impatto organizzativo e legale. Operare secondo le best practice internazionali, mantenere un alto livello di professionalità e documentazione, e sapersi adattare ai contesti concreti (tecnologici e normativi) italiani, sono caratteristiche imprescindibili per il responsabile CSIRT/SOC. Così facendo, ogni incidente informatico, per quanto grave, diventa anche un’opportunità di apprendimento e di rafforzamento della postura di sicurezza nazionale, trasformando l’esperienza sul campo in nuove misure preventive e in una resilienza cyber sempre maggiore. La sfida è elevata, ma come recita un principio forense: “le prove digitali non mentono” – sta a noi saperle preservare e interpretare correttamente, a tutela della sicurezza collettiva e della giustizia.
Molte telecamere di fascia consumer/prosumer adottano meccanismi P2P via cloud (UID + STUN/TURN/relay) per fornire accesso “zero-configurazione”. Questa convenienza introduce rischi strutturali: dipendenza da terze parti, esposizione a credential stuffing, aperture automatiche di porte tramite UPnP, ritardi o assenza di aggiornamenti firmware, applicazioni mobili invasive e scarsa trasparenza dei vendor. Il presente articolo propone un modello local-first con segmentazione (VLAN IoT), registrazione/visualizzazione in locale, accesso remoto esclusivamente via VPN, pratiche di hardening, logging e monitoraggio. Inoltre:
un playbook operativo completabile in ~90 minuti;
checklist per la valutazione dei fornitori;
errori ricorrenti da evitare;
indicazioni forensi in caso di incidente.
Introduzione
L’adozione massiva di telecamere “plug-and-play” ha ridotto la complessità di installazione, spostando però il baricentro della sicurezza verso infrastrutture cloud proprietarie. Questo paper affronta, con taglio tecnico-accademico, come funziona il P2P “magico”, perché è rischioso, e quali architetture e controlli consentono di mitigare i rischi con oneri limitati.
P2P “magico”: funzionamento e impatti
Meccanismo tecnico
UID: ogni camera espone un identificativo univoco associato al tuo account/app.
NAT traversal: la camera apre connessioni in uscita verso server del vendor (STUN/TURN) per superare NAT/firewall; in caso di fallimento si usa relay completo lato cloud.
Effetto: fruizione video senza configurazioni manuali (port-forward), al prezzo di un terzo attore—il vendor—nel percorso di segnalazione e talvolta nel trasporto.
Superfici d’attacco e criticità
Dipendenza dal cloud: indisponibilità, compromissioni o scarsa trasparenza impattano disponibilità e riservatezza.
Credential stuffing: l’account applicativo del vendor è un bersaglio distinto dall’infrastruttura domestica/aziendale.
UPnP: alcuni dispositivi richiedono aperture automatiche di porte; pratica rischiosa e spesso non tracciata.
Supply-chain & firmware: cicli di patch lenti/assenti; stack P2P proprietari difficili da auditare.
App mobili: permessi e telemetria eccessivi, potenziale esfiltrazione metadati.
Architetture di riferimento (ordine decrescente di sicurezza)
Solo locale (massima privacy)
VLAN IoT dedicata (es. VLAN20 192.168.20.0/24) senza accesso Internet.
NVR/NAS con RTSP/ONVIF nella stessa VLAN.
Visualizzazione da LAN amministrativa tramite jump host o ACL selettive.
Locale + VPN (equilibrio sicurezza/usabilità)
Come sopra, ma nessun port-forward pubblico.
Accesso remoto solo tramite VPN (WireGuard/OpenVPN) al router/firewall.
Notifiche push veicolate attraverso la VPN o bridge on-prem sicuro.
Cloud minimale e controllato (solo se indispensabile)
Abilitare funzioni cloud solo per notifiche, non per streaming continuativo.
Preferire vendor con E2E documentata; disabilitare UPnP, applicare ACL in uscita.
Controlli di sicurezza: rete, accesso, gestione
Segmentazione e policy
VLAN IoT (telecamere), VLAN Admin (NVR/management), VLAN User (PC/smartphone).
Regole firewall minimali: IoT → NVR (RTSP/ONVIF) solo, deny all per il resto.
Bloccare IoT → Internet, salvo finestre di update strettamente controllate.
Accesso remoto
VPN con MFA (WireGuard/OpenVPN). Evitare esposizioni dirette su Internet di NVR/telecamere.
Disabilitare UPnP su router e dispositivi; opzionale: bloccare domini cloud vendor se non utilizzati.
Autenticazione e cifratura
Password uniche e robuste; 2FA ovunque disponibile.
TLS per pannelli web interni; preferire E2E tra client e NVR quando possibile.
Patch management, inventario, backup
Inventariare modelli/seriali/firmware; pianificare finestre di patch mensili con changelog.
Backup configurazioni (router/firewall/NVR) e snapshot delle policy.
Logging e monitoraggio
NTP coerente; invio log a Syslog/SIEM (accessi, motion, riavvii).
Allarmi su autenticazioni fallite, cambi IP/MAC, variazioni di profilo stream.
Playbook operativo “90 minuti di hardening” (SOHO/PMI)
Prerequisiti: privilegi sul router/firewall, switch gestibile, NVR/NAS compatibile RTSP/ONVIF.
Router/Firewall (≈15′)
Disabilita UPnP.
Crea VLAN20 (IoT) e VLAN10 (Admin).
Regola: VLAN20 → solo NVR: 554 (RTSP), 80/443 se indispensabili; deny all per il resto.
Blocca VLAN20 → Internet; in alternativa, whitelist temporanea per update.
Switch/Access Point (≈10′)
SSID “IoT” ancorato a VLAN20.
Port isolation per ridurre movimento laterale intra-VLAN.
NVR/NAS (≈20′)
Cambia credenziali di default, abilita 2FA (se presente).
Crea utenti per ruolo (viewer/admin); invia log a syslog.
Abilita solo protocolli necessari (RTSP/ONVIF); disabilita il cloud.
Telecamere (≈20′)
Aggiorna firmware.
Disabilita P2P/cloud nelle impostazioni.
Configura stream RTSP verso NVR (H.265 se supportato, bitrate adeguato).
Configura WireGuard sul gateway; genera profili per smartphone/PC.
Verifica che la visualizzazione funzioni solo con VPN attiva.
Verifica finale (≈10′)
Da rete esterna: nessuna porta esposta su IP pubblico.
Dalla VLAN IoT: traffico verso Internet bloccato (se policy locale-only).
Verifiche tecniche: comandi esemplificativi
# Scansione porte esposte su IP pubblico (da rete esterna)
nmap -Pn -p- --min-rate 1000 <IP_PUBBLICO>
# Verifica outreach delle telecamere (dalla VLAN IoT)
tcpdump -i ethX host <IP_CAMERA> and not host <IP_NVR>
# Controllo stato UPnP (OpenWrt)
uci show upnpd
È possibile disabilitare completamente P2P/cloud e usare RTSP/ONVIF solo in LAN?
Esiste una politica di aggiornamento con changelog e tempi di remediation (CVE)?
L’app funziona in LAN senza Internet?
Sono disponibili 2FA, ruoli granulari e log esportabili (syslog/API)?
È documentata l’end-to-end encryption (ambito, limiti, gestione chiavi)? Come avviene l’eventuale relay?
Errori ricorrenti da evitare
Lasciare UPnP attivo “per comodità”.
Esporre NVR/telecamere con port-forward (80/554/8000) confidando solo nella password.
Riutilizzare le stesse credenziali e rinunciare al 2FA.
Trascurare la segmentazione (reti piatte ⇒ movimento laterale facilitato).
Aggiornare l’app ma non il firmware dei dispositivi.
Considerazioni forensi (DFIR)
Preservazione: esportare configurazioni NVR; acquisire log di accesso/motion/riavvii.
Timeline: correlare eventi di motion con autenticazioni remote, geolocalizzazione IP, modifiche impostazioni.
Acquisizioni: – Bitstream del disco NVR/NAS (per analisi di metadati, cancellazioni, rotazioni); – PCAP della VLAN IoT (24–48 h) per pattern anomali, DNS rari, cambi di bitrate/codec.
Indicatori: accessi fuori orario, up/down ricorrenti, variazioni di stream non programmate, contatti verso domini non standard.
Conclusioni
La sicurezza dei sistemi di videosorveglianza non dipende dalla “smartness” del dispositivo, ma dalla prevedibilità dell’architettura: isolamento di rete, minimizzazione della dipendenza dal cloud, aggiornamenti regolari, e accesso mediato da VPN. Un’impostazione local-first con policy chiare riduce drasticamente il profilo di rischio senza penalizzare la fruibilità. Le linee guida e il playbook proposti forniscono un percorso pratico e ripetibile per ambienti domestici evoluti e PMI.
Un dump della memoria è un file contenente un’istantanea della memoria di sistema o di un’applicazione in un preciso momento. Viene utilizzato principalmente per il debug e la risoluzione dei problemi, fornendo a sviluppatori e tecnici informazioni preziose sull’esatto stato del sistema o del processo quando si è verificato un crash o un errore.
In informatica forense, un dump di memoria è l’estrazione e la copia completa del contenuto volatile della memoria RAM (o memoria di sistema) di un dispositivo in un momento specifico, tipicamente in risposta a un malfunzionamento o durante un’indagine. Questo file dump contiene dati preziosi per l’analisi, come processi attivi, connessioni di rete, informazioni sulla memoria del sistema e artefatti di sistema, che possono essere analizzati con strumenti forensi come Volatility per identificare attività dannose o cause di errori.
In DFIR la sequenza tipica è dump della RAM → triage veloce → imaging del disco:
lancia gli strumenti da supporto esterno (USB forense) e registra ogni comando;
scrivi su un disco esterno dedicato (/mnt/usb/CASE123/memory/);
calcola SUBITO l’hash del dump e salvalo accanto al file;
se puoi, spegni servizi rumorosi (sync cloud, AV invadenti) ma non disconnettere bruscamente la macchina se ti serve il contesto live (processi, rete).
Windows (consigliato: WinPMem o DumpIt)
WinPMem (open-source, RAW)
Esegui come amministratore dalla tua chiavetta:
# crea cartella caso
mkdir E:\CASE123\memory
# dump in RAW
E:\tools\winpmem\winpmem_mini_x64.exe E:\CASE123\memory\CASE123_mem.raw
# hash
CertUtil -hashfile E:\CASE123\memory\CASE123_mem.raw SHA256 > E:\CASE123\memory\CASE123_mem.sha256.txt
Note: winpmem_mini_x64.exe produce RAW ed auto-scarica il driver a fine acquisizione:
il programma winpmem_mini_x64.exe è la versione “minimal” del tool WinPmem, un’utility open source per l’acquisizione della memoria fisica (RAM) su sistemi Windows a 64 bit. La denominazione “mini” indica che questa versione genera esclusivamente immagini di memoria in formato RAW e non in formati più complessi come AFF4, che erano supportati da versioni precedenti;
per accedere alla memoria fisica, WinPmem richiede un driver in modalità kernel, necessario per leggere direttamente dallo spazio di memoria a basso livello. L’eseguibile winpmem_mini_x64.exe è autosufficiente: contiene internamente sia il codice dell’applicazione utente sia i driver sia a 32 che a 64 bit. Durante l’esecuzione, carica automaticamente il driver appropriato nel sistema. Al termine dell’acquisizione, il driver viene automaticamente scaricato (unloaded), liberando le risorse kernel e riducendo le tracce residue dell’operazione, come confermato nella documentazione ufficiale del progetto Velocidex e nelle guide tecniche di RedPacket Security.
DumpIt (Magnet Forensics, GUI/CLI rapidissima)
Esegui DumpIt.exe (x64/ARM64 disponibili) → produce un crash dump della RAM, velocissimo per incident response, è considerato uno dei tool di riferimento per la live acquisition forense della memoria RAM su Windows per la facilità d’uso, rapidità e compatibilità con i principali strumenti di analisi.
Caratteristiche principali
Semplicità d’uso: basta avviare il programma (ad esempio da una chiavetta USB); una finestra chiede conferma e acquisisce in automatico un’immagine (dump) della memoria fisica, salvandola nella stessa cartella dell’eseguibile oppure dove indicato tramite parametro CLI (/O percorso).
Rapidità: può acquisire dump completi anche da macchine con molta RAM (una memoria da 32GB viene acquisita in circa 6 minuti, dati di test).
Portabilità: non necessita di installazione né di software aggiuntivo; è eseguibile direttamente da dispositivi rimovibili—utile in scenari incident response e analisi su macchine compromesse.
Compatibilità: genera dump compatibili con framework di analisi come Volatility, Rekall, Comae Platform e WinDbg.
Affidabilità: evita di causare Blue Screen (BSOD) durante la cattura, conservando lo stato della macchina.
Output: oltre al file .dmp della memoria, può generare un file di testo con dettagli come nome macchina, timestamp UTC e SHA256 del dump.
Linux (consigliato: AVML oppure LiME)
AVML (Microsoft) – zero build sul target
AVML (Azure Virtual Machine Local) è uno strumento open source sviluppato da Microsoft per l’acquisizione forense della memoria volatile (RAM) su sistemi Linux, con capacità di operare anche su macchine virtuali Azure e ambienti fisici o cloud. La memoria catturata include informazioni su processi, connessioni di rete, credenziali temporanee, chiavi di cifratura e codice eseguibile in RAM, rendendo AVML fondamentale per la memory forensics moderna.
sudo mkdir -p /mnt/usb/CASE123/memory
cd /mnt/usb/CASE123/memory
# dump completo
sudo /media/usb/tools/avml CASE123_mem.lime
# immagine compressa (snappy) – comoda se spazio limitato
sudo /media/usb/tools/avml --compress CASE123_mem.lime.compressed
# opzionale: converti a LiME non compresso per alcuni workflow
sudo /media/usb/tools/avml-convert CASE123_mem.lime.compressed CASE123_mem.lime
# hash
sha256sum CASE123_mem.lime* | tee CASE123_mem.sha256.txt
Caratteristiche principali
Open Source: distribuito pubblicamente da Microsoft su GitHub, accessibile e verificabile in ambiente forense.
Compatibilità: funziona su distribuzioni Linux a 64 bit, incluse macchine virtuali in Azure, server fisici e container.
Acquisizione sicura: utilizza API di basso livello del kernel per leggere la memoria fisica in maniera controllata, riducendo il rischio di crash del sistema o di modifiche alle evidenze.
Formato output: genera file di dump in formato LiME-compatible (Linux Memory Extractor) o RAW, permettendo l’analisi successiva in strumenti come Volatility o Rekall.
Uso flessibile: può essere eseguito localmente o da remoto nel contesto di investigazioni cloud attraverso script automatizzati o orchestrazioni Azure Monitor.
Note: AVML usa /dev/crash / /dev/mem / /proc/kcore automaticamente; supporta LiME come formato e fornisce avml-convert. Se è attivo kernel_lockdown l’acquisizione può fallire.
LiME (kernel module) – massima compatibilità
LiME (Linux Memory Extractor) è un modulo kernel caricabile (Loadable Kernel Module, LKM) progettato per l’acquisizione forense della memoria volatile su sistemi Linux e dispositivi basati su Linux, come Android.
sudo mkdir -p /mnt/usb/CASE123/memory
cd /path/to/LiME # dove hai il lime.ko compilato per quel kernel# dump completo
sudo insmod ./lime.ko "path=/mnt/usb/CASE123/memory/CASE123_mem.lime format=lime"
# hash
sha256sum /mnt/usb/CASE123/memory/CASE123_mem.lime | tee /mnt/usb/CASE123/memory/CASE123_mem.sha256.txt
# In alternativa, per il trasferimento remoto:
sudo insmod ./lime.ko "path=tcp:192.168.1.10:4444 format=lime"
Note:
installare i pacchetti kernel-headers e build-essential;
clonare il repository ufficiale:
git clone https://github.com/504ensicsLabs/LiME.git
cd LiME/src && make
parametri chiave: path=... e format=<raw|padded|lime> sono obbligatori; su alcune distro servono le virgolette.
macOS (attenzione a SIP/Apple Silicon)
Su Intel mac con impostazioni di sicurezza “allentate” si può usare OSXPMem/osxpmem (suite pmem) da supporto esterno.
Contesto tecnico
Intel Mac: ovvero Mac con processori Intel (non Apple Silicon), offrono una compatibilità più ampia con strumenti software tradizionali sviluppati per sistemi Unix-like o Windows, soprattutto per operazioni di forensics.
Impostazioni di sicurezza “allentate”: per eseguire tool come OSXPMem che devono accedere a risorse kernel o hardware, è necessario disabilitare alcune protezioni di sicurezza native di macOS (ad esempio: disattivazione di System Integrity Protection (SIP), permessi di accesso ai driver di basso livello, possibile disabilitazione protezioni come FileVault o protezioni firmware. Queste modifiche sono spesso necessarie per permettere la scrittura o il caricamento di driver esterni da supporto esterno – ad esempio una chiavetta USB – e l’accesso a memoria fisica in modo non standard.
Uso da supporto esterno: OSXPMem può essere eseguito da dispositivo esterno (es. USB/CD bootabile o recovery environment) senza obbligo di installarlo sul sistema host, riducendo l’impatto e possibilità di alterare dati.
Esempio (Intel, dove supportato):
sudo /Volumes/TOOLS/osxpmem --format raw /Volumes/CASE/CASE123/memory/CASE123_mem.raw
shasum -a 256 /Volumes/CASE/CASE123/memory/CASE123_mem.raw > /Volumes/CASE/CASE123/memory/CASE123_mem.sha256.txt
Su Mac con chip Apple T2 e Apple Silicon (M1, M2 e successivi), l’acquisizione diretta della memoria RAM è generalmente impossibile senza modifiche alle protezioni di sicurezza come SIP (System Integrity Protection) e AVB (Apple Verified Boot):
i chip T2 e Apple Silicon integrano un secure enclave e un sistema di avvio sicuro (AVB) che criptano e proteggono molte aree critiche della memoria e gestiscono il controllo dell’integrità del sistema operativo;
SIP è progettato per impedire il caricamento di driver non firmati o modifiche al kernel, bloccando tool forensi che tentano di accedere direttamente alla RAM;
AVB verifica la catena di avvio e blocca sistemi con firmware modificato, essendo un ulteriore livello che impedisce alterazioni e accessi non autorizzati alla memoria fisica.
Dopo il dump: triage espresso (Volatility 3)
Usa la working machine (non il target) per una verifica rapida.
Volatility 3 legge AVML (anche compresso, via layer dedicato), oltre a LiME/RAW.
Nota: Pagefile/hiberfil? Se poi fai il full disk image, li avrai comunque. In attività live senza imaging completo puoi copiarli (con tool forense) e calcolarne l’hash a parte.
Un “prontuario” pratico su dd, dcfldd e dc3dd per l’uso in digital forensics: differenze, buone prassi e comandi pronti all’uso.
Cos’è e cosa cambia
dd (GNU coreutils)
Strumento standard Unix/Linux per copiare e convertire file, ma privo di funzionalità avanzate come il calcolo di checksum multipli, più file di output o una modalità di verifica. In pratica:
copia byte-per-byte da/un device o file (immagini “raw” .dd);
è ovunque (Linux, macOS, molti live-CD);
fa poche cose, bene: per hashing, split, log ecc. bisogna usare altri tool (es. sha256sum, split, pv).
dcfldd (forensic dd)
dcfldd è un fork avanzato di dd, sviluppato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per scopi di informatica forense. Le differenze chiave sono che dcfldd offre la possibilità di specificare più file di output, calcola checksum multipli simultaneamente, include una modalità di verifica per confrontare file e visualizza una percentuale di avanzamento del processo, tutte funzionalità non disponibili in dd. Quindi, in pratica:
hashing on-the-fly (hash=sha256/sha1/md5/sha512) con salvataggio automatico (hashlog=);
log degli errori e dei settori danneggiati (errlog=);
progress/stato periodico (statusinterval=);
split automatico in chunk forensi (ofsplit=) e output multipli (più of= nella stessa acquisizione);
verifica post-acquisizione contro l’originale (vf=/verifyfile=);
pattern write (es. bonifica con pattern=00) — utile per sanificare dischi di destinazione, non per l’evidenza.
In breve: dd è minimale e universalmente disponibile; dcfldd riduce gli errori operativi e velocizza le procedure forensi (hash, log, split, verifica) in un solo passaggio.
Buone prassi prima di acquisire
Write-blocker hardware (preferibile). Se non disponibile, montare read-only:
# 1) Elenca dischi con flag RO
lsblk -o NAME,RO,SIZE,TYPE,MODEL,SERIAL
# 2) Imposta sola lettura (sul device intero, non sulla partizione)
sudo blockdev --setro /dev/sdX
# 3) Verifica che sia in sola lettura (1 = RO abilitato)
sudo blockdev --getro /dev/sdX
# 4) Rivedi lo stato
lsblk -d -o NAME,RO,SIZE,MODEL,SERIAL
----
Per tornare R/W:
sudo blockdev --setrw /dev/sdX
Identifica il device giusto e fotografa lo stato: sudo fdisk -l /dev/sdX
Prepara la cartella di caso con naming coerente (case ID, data ISO, operatore).
Registra in un log: modello/seriale supporto, hash pre/post, tool/parametri, orari, errori e contromisure.
Esempi con dd (baseline)
1) Acquisizione raw con gestione errori e progresso
Con bs=512 ottieni il dettaglio settore-per-settore (più lento ma più preciso per i bad blocks).
Note operative e suggerimenti
Dimensione blocco (bs): 4M è un buon compromesso prestazioni/affidabilità. Per supporti instabili puoi scendere (1M o 512B) per aumentare la granularità dei retry/riempimenti;
cache OS: in alcuni contesti si usa oflag=direct/iflag=direct per bypassare la cache. Verifica che il tuo dd li supporti e valuta l’impatto sulle performance;
formati: dd/dcfldd producono RAW. Se il tuo flusso richiede E01/Ex01 (metadata + compressione + segmentazione nativa), usa gli strumenti libewf (ewfacquire) in alternativa;
conservazione: mantieni master immodificato; lavora sempre su una working copy verificata e documenta ogni passaggio;
sanificazione dei dischi di destinazione prima del riuso (non dell’evidenza!): # Esempio: azzera un disco di DESTINAZIONE sudo dcfldd if=/dev/zero of=/dev/sdY bs=4M pattern=00 statusinterval=30
ambienti non Linux: su Windows è comune operare da live Linux o appliance forense. In alternativa, considera tool dedicati (FTK Imager, ecc.) quando la policy lo consente.
dc3dd è una versione di dd patchata dal DoD Cyber Crime Center (DC3) pensata per la forensics. Aggiunge funzioni native come hashing on-the-fly (MD5/SHA-1/SHA-256/SHA-512), log dettagliati (anche machine-readable), split in segmenti, progress, error-logging raggruppato e funzioni di wipe/verify.
In più, a differenza di dcfldd (che è un fork), dc3dd è una patch di dd: in linea di massima segue gli aggiornamenti di dd e ha un set di opzioni diverso (non 1:1 con dcfldd).
Differenze chiave (dd vs dcfldd vs dc3dd)
dd (baseline): minimale e ovunque; per hash/split/log serve combinarlo con altri tool.
dcfldd (fork): pensato per DFIR; hash=… + hashlog=…, errlog=…, ofsplit=…, vf= per verifica contro l’originale; output multipli ripetendo of=.
dc3dd (patch): comandi e nomi opzioni propri:
Hashing: hash=md5|sha1|sha256|sha512; log in log= e/o hlog= (totali e piecewise), mlog= per log “machine-readable”.
Split: usa set di file con ofs=BASE.FMT + ofsz=BYTES (es. estensioni 0000, 0001, …); diverso da ofsplit= di dcfldd.
Output multipli & verifica: oltre a of= puoi usare hof=/hofs=: l’output viene hashato e verificato confrontando gli hash in/out; fhod= estende l’hash a tutto il device.
Error handling: di default, se l’input è un device, riempie di zeri i settori illeggibili; con rec=off si ferma al primo errore. (In dd/dcfldd l’equivalente pratico è conv=noerror,sync.)
Wipe/sanitize: wipe=/dev/sdY (zerofill o pattern), hwipe= con verifica post-wipe; puoi impostare pattern con pat=/tpat=.
Tuning: ssz= forza la sector size; bufsz= regola il buffer I/O per performance; verb=on per report verboso.
Il presente articolo vuole fornire una panoramica strutturata dei fondamenti di informatica e reti di calcolatori, con un focus sull’applicazione pratica di tali conoscenze nel contesto della sicurezza informatica. Ciascuna sezione approfondisce un argomento chiave – dalla rappresentazione dei dati ai sistemi operativi, dalle basi di dati alle reti e protocolli – evidenziando i concetti teorici essenziali e collegandoli alle best practice per la prevenzione e gestione di incidenti informatici.
La trattazione è pensata per il responsabile della sicurezza informatica impegnato nella prevenzione e gestione di incidenti informatici.
Vengono inclusi esempi pratici, riferimenti a standard riconosciuti e citazioni da fonti autorevoli, il tutto organizzato in sezioni chiare per facilitare la consultazione e l’apprendimento.
Rappresentazione delle informazioni
Nella scienza dei calcolatori, rappresentare le informazioni significa tradurre qualsiasi tipo di dato (numeri, testo, immagini, audio, ecc.) in una forma binaria comprensibile e manipolabile dalle macchine digitali. In pratica, ogni informazione viene codificata come sequenze di bit (binary digits), ossia 0 e 1, che sono le unità elementari di dati. Un insieme di 8 bit forma un byte, che costituisce la minima unità indirizzabile di memoria. Usando sequenze di bit e byte, un computer può rappresentare qualsiasi tipo di contenuto: caratteri testuali, valori numerici, immagini, suoni, video, ecc. La conversione dei dati in sequenze di 0 e 1 prende il nome di codifica e risponde al requisito fondamentale per cui un computer elabora solo informazioni in formato binario.
Unità di misura e codifiche: poiché i bit da soli sarebbero poco maneggevoli, si utilizzano multipli come Kilobyte (KB), Megabyte (MB), Gigabyte (GB), tenendo presente che in informatica per ragioni storiche spesso 1 KB = 1024 byte (2^10) invece di 1000 (si parla più precisamente di Kibibyte). Sul versante delle codifiche, per rappresentare testi alfanumerici si impiegano sistemi standardizzati di mappatura tra numeri e caratteri. Uno dei più importanti è il codice ASCII, che associa a ogni simbolo (lettera, cifra, segno di punteggiatura, caratteri di controllo, ecc.) un valore numerico tra 0 e 127, rappresentabile con 7 bit. Ad esempio, il carattere ‘A’ in ASCII è codificato come 65 (in decimale), mentre ‘a’ è 97 e così via. Estensioni di ASCII utilizzano 8 bit (256 valori possibili) per supportare caratteri accentati e simboli aggiuntivi, sebbene queste estensioni non fossero unificate a livello internazionale. Oggi si utilizza ampiamente Unicode, un sistema di codifica che, nelle sue varianti come UTF-8 e UTF-16, può rappresentare decine di migliaia di caratteri (oltre i caratteri latini, anche alfabeti non latini, ideogrammi, emoji, ecc.). Unicode in UTF-8 è retro-compatibile con ASCII per i primi 128 valori e consente di codificare caratteri usando sequenze di 1-4 byte. Grazie a Unicode, applicazioni e sistemi possono gestire testi multilingue e simboli emoji in modo unificato.
Numeri e formati numerici: i numeri interi vengono rappresentati in binario utilizzando un certo numero di bit fissato (es. 32 bit o 64 bit). Per i numeri con segno (positivi/negativi) l’approccio più diffuso è la rappresentazione in complemento a due, in cui il bit più significativo indica il segno e l’operazione di inversione dei bit più aggiunta di 1 permette di ottenere il negativo di un valore. Il complemento a due è lo schema standard adottato nei moderni calcolatori per i numeri interi con segno, poiché facilita la progettazione dei circuiti aritmetici (addizione e sottrazione possono essere eseguite con lo stesso circuito sommatorio). Ad esempio, con 8 bit si possono rappresentare gli interi da -128 a +127 in complemento a due. Per i numeri reali (con virgola decimale), si utilizza la rappresentazione in virgola mobile secondo lo standard IEEE 754, che definisce formati a 32 bit (precisione singola) e 64 bit (precisione doppia), tra gli altri. Questo standard specifica come suddividere i bit di un numero reale in segno, esponente e mantissa, permettendo di rappresentare un ampio intervallo di valori (inclusi zero, infiniti e valori NaN per indicare risultati non numerici). La conformità allo standard IEEE 754 garantisce che diversi processori e linguaggi interpretino i numeri in virgola mobile nello stesso modo, importante per la consistenza dei calcoli (ad esempio in crittografia o analisi scientifiche).
Rappresentazione di immagini, audio e altri dati: oltre a testo e numeri, i computer rappresentano anche dati multimediali in forma binaria. Un’immagine digitale ad esempio è modellata come una griglia di elementi chiamati pixel, ciascuno associato a valori binari che ne determinano il colore. In una immagine raster (bitmap), ogni pixel ha componenti di colore (ad esempio rosso, verde, blu in RGB) codificate tipicamente su 8 bit ciascuna, per un totale di 24 bit per pixel (True Color). Ciò significa che un singolo pixel può assumere circa 16,7 milioni di combinazioni di colore. Immagini con palette più ridotte possono usare meno bit per pixel (ad esempio 8 bit/pixel in modalità 256 colori). Allo stesso modo, un’immagine in bianco e nero può essere codificata con 1 bit per pixel (0 = bianco, 1 = nero), eventualmente con livelli di grigio se si usano più bit. Per i suoni, la rappresentazione avviene mediante campionamento: l’onda sonora analogica viene misurata (campionata) a intervalli regolari e ogni campione viene quantizzato in formato digitale (ad esempio, audio CD utilizza 44.100 campioni al secondo, ciascuno rappresentato da 16 bit per canale). Il risultato è una sequenza binaria che descrive l’andamento dell’audio nel tempo. Video e altri tipi di dati sono combinazioni o estensioni di questi principi (sequenze di immagini per il video, eventualmente compresse; flussi di campioni audio, ecc.), sempre riconducibili a stringhe di bit.
Implicazioni per la sicurezza informatica: la corretta comprensione della rappresentazione dei dati è fondamentale nella sicurezza informatica per diversi motivi. In primo luogo, molte vulnerabilità di basso livello (come buffer overflow o integer overflow) derivano da limiti nella rappresentazione binaria: ad esempio un intero a 32 bit ha un massimo e se un calcolo eccede quel massimo si verifica un overflow con possibili esiti imprevisti. Conoscere come i numeri sono codificati (complemento a due, IEEE 754 per i float, ecc.) aiuta a prevenire errori di programmazione sfruttabili da attaccanti. Inoltre, la rappresentazione binaria è alla base della crittografia: bit e byte vengono manipolati con operazioni booleane e aritmetiche per cifrare/decifrare informazioni. Un esperto di sicurezza deve conoscere, ad esempio, come lavorano gli algoritmi bit-a-bit e come interpretare dumps binari o esadecimali di file e pacchetti di rete durante un’analisi forense. Anche l’encoding dei caratteri è rilevante: attacchi come Unicode spoofing (ingannare sistemi di autenticazione usando caratteri Unicode simili a quelli latini) o bypass di filtri basati su codifiche differenti (ad esempio doppia codifica in attacchi XSS) sfruttano dettagli della rappresentazione dei testi. Infine, la capacità di tradurre rapidamente dati binari in forme comprensibili (come visualizzare un file eseguibile in esadecimale, o un indirizzo IP nella notazione dotted-decimal) è una competenza pratica quotidiana per chi gestisce incidenti: consente di identificare payload malevoli nascosti, firme di file e altri indicatori di compromissione.
Architettura degli elaboratori
Un elaboratore (computer) moderno si basa sul modello concettuale di architettura di von Neumann, che prevede la suddivisione in componenti fondamentali: una Unità Centrale di Elaborazione (CPU), una memoria centrale, dispositivi di input/output (I/O) e interconnessioni dette bus. In tale architettura, sia i dati che le istruzioni di un programma sono memorizzati nella medesima memoria e la CPU li preleva ed esegue sequenzialmente. Di seguito esaminiamo ciascun componente e le implicazioni relative alla sicurezza.
CPU (Central Processing Unit): è il “cervello” del computer, responsabile dell’esecuzione delle istruzioni macchina. La CPU è internamente composta da un’unità di controllo (Control Unit, CU) che dirige l’esecuzione delle istruzioni, da un’unità aritmetico-logica (ALU) che effettua calcoli e operazioni logiche e da una serie di registri interni per l’immagazzinamento temporaneo di dati e indirizzi. La CPU esegue le istruzioni in un ciclo di fetch-decode-execute: preleva un’istruzione dalla memoria, la decodifica e la esegue, aggiornando eventualmente registri e memoria. Le istruzioni stesse costituiscono il cosiddetto linguaggio macchina specifico della famiglia di CPU in uso (ad esempio x86-64, ARMv8, etc.). La maggior parte delle CPU moderne supporta funzionalità come pipeling (esecuzione parallela sovrapposta di parti di istruzioni diverse) e multithreading (gestione di più flussi di istruzioni) per migliorare le prestazioni. Dal punto di vista della sicurezza, la CPU implementa meccanismi hardware essenziali, come i livelli di privilegio (es. modalità kernel vs user): le moderne CPU possono operare in almeno due modalità, in cui le istruzioni cosiddette privilegiate (che accedono a risorse critiche o configurazioni hardware) possono essere eseguite solo in modalità kernel (dove risiede il sistema operativo), ma non in modalità utente. Questo isolamento hardware garantisce che un programma in esecuzione applicativa non possa, ad esempio, modificare direttamente la memoria del kernel o interagire col dispositivo disco senza passare per il sistema operativo – prevenendo una vasta gamma di abusi. Tuttavia, sono noti attacchi (Meltdown, Spectre) che sfruttano caratteristiche delle CPU (esecuzione speculativa, branch prediction) per aggirare tali protezioni, sottolineando come l’architettura hardware sia anch’essa un fronte di sicurezza da curare.
Memoria centrale: è il luogo in cui risiedono i programmi in esecuzione e i dati su cui operano. La memoria centrale (di solito RAM, Random Access Memory, volatile) contiene sia le istruzioni macchina caricate dal disco sia le strutture dati necessarie alle applicazioni. La caratteristica è l’accesso diretto rapido agli indirizzi di memoria (a differenza delle memorie di massa più lente). La memoria centrale memorizza sia i dati da elaborare (o già elaborati) sia le istruzioni eseguibili. Tipicamente è organizzata in una sequenza di celle indirizzabili (parole di memoria) tutte della stessa dimensione (es. 8 byte), ognuna identificata da un indirizzo numerico univoco. La memoria è spesso distinta in RAM (lettura/scrittura, volatile) e ROM/EPROM (Read-Only Memory, memorie non volatili contenenti ad esempio il firmware di bootstrap). Un aspetto cruciale dell’architettura è la gerarchia di memoria: piccole memorie velocissime (registri nella CPU, cache L1/L2/L3) mitigano la differenza di velocità tra CPU e RAM; più in basso vi sono memorie di massa (SSD, HDD) e archivi esterni. Ai fini della sicurezza, la gestione della memoria è un terreno fertile di vulnerabilità: buffer overflow (scrittura oltre i limiti di un buffer), use-afterfree (uso di memoria già deallocata) e memory corruption in genere sono alla radice di exploit. Negli ultimi decenni, sono stati introdotti contromisure hardware come il bit NX (No-eXecute, che marca le pagine di memoria dati come non eseguibili per prevenire l’iniezione di shellcode) e tecniche come ASLR (Address Space Layout Randomization, implementata a livello di sistema operativo ma dipendente dal supporto CPU per la segmentazione/paginazione) per rendere più difficile sfruttare i bug di memoria. Un responsabile alla sicurezza deve comprendere come funzionano queste protezioni hardware/memory e i limiti che possono avere, per esempio sapere che buffer overflow su architetture moderne possono essere mitigati ma non eliminati (es. return-oriented programming è nato proprio come tecnica per bypassare NX-bit e ASLR sfruttando frammenti di codice legittimo in memoria).
Bus e dispositivi I/O: i vari componenti sono collegati da bus di sistema (insieme di linee di comunicazione). Esistono tipicamente bus separati o logici distinti per indirizzi, dati e controllo, che coordinano il flusso delle informazioni tra CPU, memoria e periferiche. Le periferiche di I/O (dispositivi di input/output come tastiera, mouse, schermo, disco, scheda di rete, ecc.) interagiscono col processore attraverso controller specifici collegati sul bus. Da una prospettiva di sicurezza, i dispositivi I/O possono rappresentare vettori di attacco se non gestiti correttamente: ad esempio, dispositivi esterni USB possono iniettare comandi (si pensi a Rubber Ducky che si presenta come tastiera HID); le schede di rete possono essere bersaglio di DMA attacks (accesso diretto alla memoria) se l’IOMMU non isola adeguatamente le periferiche. Inoltre, dal bus passano anche dati sensibili (ad esempio password digitate da tastiera o chiavi crittografiche in RAM) e attacchi di tipo side-channel hanno dimostrato che è possibile captare informazioni sul bus o analizzare i tempi di risposta del sistema per dedurre segreti.
Set di istruzioni e architetture: ogni CPU implementa un Instruction Set Architecture (ISA), l’insieme di istruzioni macchina che è in grado di eseguire. Architetture diverse (x86, ARM, MIPS, RISC-V, ecc.) hanno ISA differenti e anche modalità operative differenti (32-bit, 64-bit, little endian vs big endian nell’ordinamento dei byte in memoria, ecc.). Nello sviluppo di exploit o nella risposta a incidenti, è spesso necessario comprendere l’architettura bersaglio: ad esempio, malware scritto per ARM non girerà su un server x86 a meno di emulazione e viceversa. Inoltre, la sicurezza del software è strettamente legata all’architettura: un binario compilato per x86-64 con protezioni come stack canaries (canarini sullo stack) e Control Flow Guard sfrutta funzionalità specifiche dell’ISA e del compilatore; un analista deve sapere come riconoscerle ed eventualmente disattivarle in ambiente controllato per effettuare reverse engineering. Parimenti, alcune istruzioni privilegiate (come la gestione della tabella delle pagine di memoria) sono sfruttate nei rootkit in modalità kernel: conoscere il funzionamento interno della MMU (Memory Management Unit) e delle istruzioni correlate può aiutare a individuare manipolazioni malevole a basso livello.
In sintesi, l’architettura degli elaboratori fornisce il substrato hardware su cui operano i sistemi software. Un responsabile della sicurezza informatica deve padroneggiare almeno i concetti fondamentali (ciclo macchina, gestione memoria, modelli architetturali) per comprendere sia come prevenire incidenti (es. configurare correttamente protezioni hardware, scegliere architetture sicure per certi servizi critici) sia come analizzare incidenti avvenuti (es. dump di memoria, istruzioni eseguire da un malware, log di errori CPU come kernel panic o machine check exception). Inoltre, la cooperazione tra hardware e software in termini di sicurezza è sancita da standard e best practice: ad esempio, l’UEFI Secure Boot sfrutta funzionalità firmware/hardware per garantire che all’accensione vengano eseguiti solo bootloader firmati e tecnologie come TPM (Trusted Platform Module) offrono radici hardware di fiducia utilizzate dai sistemi operativi per funzionalità come BitLocker (crittografia disco) o l’attestazione di integrità. Tutti questi aspetti richiedono una conoscenza delle basi architetturali per essere implementati e gestiti con successo.
Sistemi operativi
Un sistema operativo (SO) è il software di base che funge da intermediario tra l’hardware del computer e i programmi applicativi, gestendo le risorse del sistema e fornendo servizi essenziali agli utenti e alle applicazioni. In altre parole, il sistema operativo è composto da vari componenti integrati (kernel, gestore dei processi, gestore della memoria, file system, driver di periferica, interfaccia utente, ecc.) che insieme assicurano il funzionamento coordinato del computer. Esempi comuni di sistemi operativi sono Windows, Linux, macOS per desktop/server e Android, iOS per dispositivi mobili. Di seguito analizziamo le principali funzioni di un SO, evidenziando la loro importanza nella sicurezza informatica.
Gestione dei processi e multitasking: il sistema operativo consente di eseguire più programmi in (pseudo)parallelismo attraverso la gestione dei processi e dei thread. Un processo è un’istanza in esecuzione di un programma, con un proprio spazio di indirizzamento in memoria, mentre un thread è un flusso di esecuzione all’interno di un processo (i thread di uno stesso processo condividono memoria e risorse). Il kernel (nocciolo del sistema operativo) include uno scheduler che assegna la CPU ai vari processi/thread attivi, implementando politiche di scheduling (round-robin, priorità, ecc.) per garantire reattività e far avanzare tutti i carichi di lavoro. In ambito sicurezza, la corretta separazione dei processi è cruciale: il sistema operativo deve isolare gli spazi di memoria in modo che un processo non possa leggere/scrivere la memoria di un altro (violando la confidenzialità o integrità). Ciò è realizzato tramite l’MMU (unità di gestione memoria) e meccanismi come la traduzione di indirizzi (paginazione) che il SO controlla. Un attaccante spesso cerca di rompere questo isolamento (es. tramite local privilege escalation exploits che da un processo utente permettono di eseguire codice in contesto kernel). Pertanto, funzioni come il caricamento di moduli kernel firmati, l’implementazione di sandbox (che confinano processi potenzialmente pericolosi in ambienti limitati) e la gestione attenta delle API di interprocess communication (pipe, socket, shared memory) sono aspetti di sicurezza legati alla gestione dei processi.
Gestione della memoria: il sistema operativo fornisce astrazioni di memoria ai processi, tipicamente sotto forma di memoria virtuale. Ogni processo vede uno spazio di indirizzi virtuali che il kernel mappa sulla memoria fisica reale, garantendo che processi diversi non interferiscano. Il gestore della memoria del SO si occupa di allocare e liberare memoria su richiesta dei programmi (tramite chiamate di sistema come malloc/free in C, o automaticamente tramite garbage collector in linguaggi gestiti), di swappare porzioni di memoria su disco se la RAM scarseggia (memoria virtuale paginata) e di proteggere regioni critiche (ad esempio lo spazio di indirizzi del kernel è reso non accessibile ai processi utente, solitamente). Tecniche come ASLR – Address Space Layout Randomization (randomizzazione dello spazio degli indirizzi) sono abilitate dal sistema operativo per rendere meno prevedibili gli indirizzi di librerie, stack e heap, mitigando gli exploit basati su buffer overflow. Il responsabile alla sicurezza deve conoscere queste tecniche e assicurarsi che siano abilitate (ad esempio, DEP/NX e ASLR attivi, stack guard pages, ecc.), nonché essere in grado di analizzare core dump o tracce di crash per capire se un incidente è dovuto a corruzione di memoria. Inoltre, la gestione della memoria comprende i permessi di accesso alle pagine (read/write/execute): un sistema operativo robusto segrega scrupolosamente codice ed esegue dati non eseguibili, sfruttando l’hardware (bit NX) e marcando anche regioni di memoria come non accessibili quando opportuno (es. mappe null pointer per catturare dereferenziazioni errate). Da un punto di vista offensivo, molti malware tentano di aggirare queste protezioni, ad esempio tramite Return-Oriented Programming (ROP) per eseguire codice malizioso pur in assenza di pagine eseguibili in user-space: analizzare un attacco del genere richiede padronanza di come il SO organizza la memoria di un processo.
File system e gestione delle risorse persistenti: un altro compito cardine del sistema operativo è la gestione dei file system, ovvero l’organizzazione dei dati su memoria di massa (dischi, SSD) in file e directory, con meccanismi di autorizzazione (permessi di lettura/scrittura/esecuzione per utenti e gruppi) e di protezione. Per esempio, sistemi POSIX (Linux, UNIX) adottano permessi rwx e proprietà utente/gruppo, oltre a meccanismi più avanzati come ACL (Access Control List) o selinux context per definire in modo granulare chi può accedere a cosa. Un responsabile della sicurezza deve assicurarsi che le politiche di permesso siano configurate secondo il principio del privilegio minimo (ad esempio, file di configurazione critici accessibili solo all’utente di sistema appropriato, directory con dati sensibili non eseguibili, ecc.). Inoltre, il file system registra metadati come timestamp (utili nelle analisi forensi per capire la timeline di un incidente) e, in alcuni sistemi, supporta cifratura trasparente (es. BitLocker su NTFS, LUKS su ext4) per proteggere i dati a riposo. Il sistema operativo è anche responsabile della gestione delle periferiche tramite driver – piccoli moduli software che fungono da traduttori tra il kernel e l’hardware. Driver vulnerabili possono introdurre gravi falle di sicurezza (poiché eseguono in kernel mode), quindi l’OS e i suoi aggiornamenti vanno monitorati per patch critiche relative ai driver (come ad esempio stuxnet, che sfruttò un driver malevolo con firma digitale rubata). Il sistema operativo implementa anche politiche di controllo degli accessi non solo a file ma a tutte le risorse (dispositivi, porte di rete, chiamate di sistema sensibili). Ad esempio, su sistemi UNIX esiste la distinzione tra utente normale e superutente (root): solo quest’ultimo può eseguire certe operazioni (binding di socket su porte <1024, caricamento di moduli kernel, modifiche alle tabelle di routing, ecc.). Meccanismi di sudo o capabilities permettono di limitare o delegare privilegi in modo controllato. La corretta configurazione di questi meccanismi è spesso l’ultima linea di difesa per prevenire che un attacco su un servizio in esecuzione con utente limitato comprometta tutto il sistema.
Interfaccia utente e modalità utente/kernel: il sistema operativo fornisce infine all’utente (e alle applicazioni) un’interfaccia per utilizzare il computer. Questa può essere una GUI (interfaccia grafica) con desktop, finestre e pulsanti, o una shell a riga di comando per lanciare comandi testuali. Indipendentemente dall’interfaccia, quando un’applicazione necessita di compiere operazioni privilegiate (es. accedere al disco, aprire una connessione di rete, allocare memoria), deve effettuare una chiamata di sistema (system call) al kernel. Le system call rappresentano il punto di controllo tra la modalità utente e la modalità kernel: l’OS espone una serie di servizi di sistema (come “open file”, “send packet”, “create process”) e gli unici modi per un programma di utente di ottenere questi servizi è invocare le relative chiamate, che comportano un trap in modalità privilegiata. Il sistema operativo verifica i parametri e i permessi ad ogni system call, garantendo che l’operazione sia lecita. Ad esempio, se un processo chiede di aprire un file, il kernel controlla che quel processo (identificato dal suo UID/GID di appartenenza) abbia i diritti necessari sul file. Questo meccanismo è fondamentale per la sicurezza: previene che un processo malevolo possa arbitrariamente manipolare risorse senza passare per controlli. D’altra parte, se esistono vulnerabilità nelle implementazioni delle system call (bug nel kernel), un attaccante potrebbe ottenere privilegi elevati – questi sono i famosi exploit local root che sfruttano race condition, buffer overflow o errori logici nel kernel. Un buon responsabile della sicurezza deve tenere i sistemi operativi aggiornati (patch management) proprio per correggere tali vulnerabilità non appena note.
In conclusione, il sistema operativo è il componente software più critico da un punto di vista di sicurezza, perché orchestra l’uso di tutte le risorse e applica le politiche di isolamento e controllo. Le best practice come la separazione dei privilegi (account utente vs amministratore), la riduzione della superficie d’attacco (disabilitare servizi di sistema non necessari, rimuovere driver inutilizzati), l’uso di meccanismi di logging e monitoraggio (Syslog, Event Viewer) e l’applicazione tempestiva di aggiornamenti di sicurezza, sono tutti ambiti afferenti al sistema operativo. Inoltre, standard e linee guida come quelle di CIS (Center for Internet Security) forniscono benchmark di hardening specifici per i vari sistemi operativi (ad esempio, CIS Controls e CIS Benchmarks per Windows Server, Red Hat, etc.), che il responsabile dovrebbe adottare per assicurare una configurazione robusta delle macchine. Un sistema operativo correttamente configurato e mantenuto è in grado di prevenire la maggior parte degli incidenti informatici comuni (attacchi malware, escalation di privilegi, esfiltrazione di dati), o quantomeno di registrare eventi utili a rilevare tempestivamente attività anomale.
Basi di dati relazionali e NoSQL
Le basi di dati (database) sono infrastrutture fondamentali per archiviare, organizzare e recuperare grandi quantità di informazioni in modo efficiente. Esistono vari modelli di database; i più diffusi si dividono in database relazionali (SQL) e database NoSQL (non relazionali). In questa sezione esamineremo entrambi, delineando caratteristiche, differenze e rilevanza per la sicurezza.
Database relazionali (modello SQL)
Un database relazionale organizza i dati in tabelle composte da righe e colonne, secondo il modello introdotto da Edgar F. Codd negli anni ‘70. Ogni tabella rappresenta un’entità, ogni riga (o record) rappresenta un’istanza dell’entità e ogni colonna rappresenta un attributo (campo) del record. Ad esempio, potremmo avere una tabella Utenti con colonne ID, Nome, Email, Ruolo dove ciascuna riga è un utente specifico con i suoi dati e una tabella Accessi con colonne UtenteID, DataOra, Esito per tracciare i login: le due tabelle sarebbero collegate attraverso il campo UtenteID (chiave esterna nella tabella Accessi che rimanda alla chiave primaria ID nella tabella Utenti). Le relazioni tra tabelle (one-to-one, one-to-many, many-to-many) vengono realizzate tramite queste chiavi: chiave primaria (un identificatore unico per ogni riga di una tabella) e chiavi esterne (valori che collegano una riga a una riga in un’altra tabella). Il modello relazionale è accompagnato da un linguaggio standard di interrogazione e manipolazione dei dati: SQL (Structured Query Language), che permette di definire lo schema (DDL – Data Definition Language), inserire/modificare/cancellare dati (DML – Data Manipulation Language) e effettuare query di ricerca e aggregazione (con SELECT, JOIN tra tabelle, ecc.).
Caratteristiche chiave dei database relazionali sono le cosiddette proprietà ACID delle transazioni, fondamentali in ambiti critici (bancari, gestionali, etc.): Atomicità (ogni transazione è un’unità indivisibile, o tutti gli step vengono applicati o nessuno), Coerenza (la transazione porta il database da uno stato consistente a un altro, non viola vincoli di integrità ), Isolamento (transazioni concorrenti non interferiscono tra loro, i risultati sono come se fossero state eseguite in sequenza) e Durabilità (una volta completata con successo, un’operazione diventa persistente anche in caso di guasti successivi). I DB relazionali sono tipicamente gestiti da un RDBMS (Relational Database Management System) – ad esempio Oracle, Microsoft SQL Server, MySQL/MariaDB, PostgreSQL – che si occupa di implementare queste garanzie e ottimizzare l’accesso ai dati (attraverso indici, piani di esecuzione delle query, caching, etc.).
Rilevanza per la sicurezza: i database relazionali spesso custodiscono informazioni sensibili (dati personali, credenziali, registri di attività) e sono bersagli appetibili per gli attaccanti. Due aspetti fondamentali vanno considerati: la sicurezza interna del DB e le vulnerabilità delle applicazioni che lo utilizzano. Sul primo fronte, un RDBMS deve essere configurato con opportune misure di sicurezza: controlli di accesso robusti (account separati con privilegi minimi per le applicazioni, ruoli e privilegi SQL assegnati con granularità), cifratura dei dati a riposo (molti DB supportano tablespace criptati o cifratura trasparente delle colonne), audit e logging delle operazioni (tracciare chi ha eseguito cosa e quando, per individuare accessi sospetti) e hardening generale (disabilitare funzionalità non utilizzate, applicare patch di sicurezza del motore DB). Ad esempio, esistono standard come lo SQL Server Security Guide o linee guida CIS Benchmarks per MySQL/PostgreSQL che elencano best practice: dal forzare l’autenticazione con password complesse, all’abilitare la cifratura TLS nelle connessioni client-DB, fino a restringere l’uso di stored procedure o comandi pericolosi solo ad account fidati.
Sul secondo fronte, il rischio più noto è la SQL Injection, una tecnica d’attacco applicativa in cui input malevoli forniti a un’applicazione web (o altro software) finiscono per alterare l’istruzione SQL eseguita sul database. Se l’applicazione non “sanitizza” correttamente gli input (ad esempio non usando query parametrizzate/preparate), un attaccante può inserire frammenti di SQL arbitrario nelle query, ottenendo potenzialmente accesso o manipolazione non autorizzata dei dati. Un classico incidente è quando un campo di login viene usato direttamente in una query tipo SELECT * FROM utenti WHERE user='${utente}' AND pass='${password}' : fornendo come utente qualcosa come ' OR '1'='1' , la query diventa sempre vera permettendo bypass di autenticazione. Dal punto di vista di un responsabile alla sicurezza, mitigare le SQL injection è prioritario: significa formare gli sviluppatori all’uso di parametri bindati, ORMs, stored procedure sicure e al filtraggio/escape degli input in ultima istanza. In aggiunta, predisporre Web Application Firewall (WAF) con regole per intercettare pattern di SQL injection può aggiungere un livello di difesa. Un altro esempio di attacco è il privilege escalation interno al DB: se un account di applicazione con pochi privilegi riesce a eseguire un comando di sistema attraverso una funzionalità di SQL estesa (ad esempio le xp_cmdshell di SQL Server, se abilitate impropriamente, consentono di eseguire comandi sul sistema operativo), l’attaccante potrebbe passare dal database al pieno controllo del server. Ciò evidenzia l’importanza di limitare al minimo i privilegi degli account DB usati dalle applicazioni e di disabilitare funzionalità di estensione (come esecuzione di codice esterno) se non necessarie.
In termini di standard, normative come il GDPR richiedono protezione rigorosa dei dati personali spesso contenuti nei database, includendo principi di data protection by design (ad esempio minimizzazione dei dati raccolti, pseudonimizzazione). Standard industriali come il PCI-DSS per i dati di carte di credito impongono cifratura degli storage e segmentazione di rete per i sistemi di database, oltre a monitoraggio continuo degli accessi.
Database NoSQL (non relazionali)
Negli ultimi anni, accanto ai sistemi relazionali tradizionali, si sono diffusi i database NoSQL, termine che sta per “Not Only SQL” ad indicare database non basati sul modello relazionale e spesso privi di schema fisso. I database NoSQL abbracciano diverse categorie: database documentali (che memorizzano dati in documenti strutturati tipicamente in formato JSON/BSON, es. MongoDB, CouchDB), database a colonne distribuite (simili a tabelle sparse con colonne flessibili, es. Cassandra, HBase), database a chiave-valore (memorizzano coppie key-value senza struttura interna, es. Redis, Riak) e database a grafo (ottimizzati per rappresentare entità e relazioni complesse come nodi e archi, es. Neo4j). Questi sistemi rinunciano alle rigide tabelle relazionali in favore di una struttura dati più flessibile e spesso distribuita su cluster di macchine.
Nei database NoSQL, i dati vengono spesso memorizzati nel loro formato nativo o “denormalizzato”. Ad esempio, un documento JSON può contenere in un unico record tutte le informazioni di un utente, compresa una lista dei suoi ordini, evitando di fare JOIN tra tabelle separate come accadrebbe in un modello relazionale. Questo porta vantaggi in termini di prestazioni e scalabilità su grandi volumi di dati o dati eterogenei: il sistema scala orizzontalmente, replicando e partizionando i dati su più nodi (sharding), ed è in grado di gestire variazioni di struttura tra diversi record (schema flessibile).
Tuttavia, spesso i database NoSQL sacrificano la coerenza immediata delle transazioni in favore della disponibilità e della partition tolerance, secondo i principi del teorema CAP. In ambienti distribuiti, garantire simultaneamente Coerenza, Disponibilità e Tolleranza alle partizioni è impossibile; molti database NoSQL scelgono di essere AP (available, partition-tolerant) sacrificando la consistenza forte: i dati possono essere eventualmente consistenti, ovvero gli aggiornamenti si propagano con tempo breve ma non istantaneo su tutte le repliche. In termini pratici, ciò significa che una lettura potrebbe restituire un dato lievemente obsoleto se appena modificato altrove, privilegiando però la reattività del sistema anche in caso di rete con latenze. Questo è spesso accettabile per scenari come social network (ad esempio, vedere per qualche secondo la vecchia foto profilo di un utente prima che arrivi la nuova non è critico), ma sarebbe inaccettabile in un’applicazione bancaria (dove i conti correnti richiedono consistenza forte). In compenso, le architetture NoSQL sono progettate per alta disponibilità e scalabilità: aggiungendo nodi al cluster, le performance di throughput aumentano linearmente in molti casi e la ridondanza dei dati su nodi multipli evita singoli punti di guasto.
Rilevanza per la sicurezza: i database NoSQL presentano sfide di sicurezza in parte analoghe a quelle dei relazionali, ma con alcune peculiarità. Innanzitutto, l’assenza di schema fisso significa che non ci sono vincoli intrinseci di tipo/forma dei dati: ciò può rendere più difficile validare l’input e più facile commettere errori logici (ad esempio, se un campo previsto come numero intero viene memorizzato come stringa in alcuni documenti, il comportamento dell’applicazione potrebbe essere imprevedibile). Dal punto di vista degli attacchi, esistono varianti di injection anche per NoSQL – le cosiddette NoSQL Injection – dove input malevoli manipolano le query di ricerca su database non relazionali. Ad esempio, in MongoDB una query è spesso costruita passando un JSON di filtro: se un’applicazione web inserisce direttamente parametri utente in questo JSON senza controlli, un attaccante potrebbe aggiungere operatori come $gt (greater than) o $ne (not equal) per alterare la logica della query. Pur meno note delle SQL injection, vulnerabilità analoghe sono state riscontrate (ad es. su applicazioni con backend MongoDB, Redis injection sfruttando comandi craftati, ecc.).
In termini di controlli di accesso, alcuni database NoSQL nelle prime versioni erano pensati per funzionare in ambienti fidati e mancavano di robusti sistemi di autenticazione/autorizzazione. Ci sono stati casi clamorosi di database NoSQL esposti online senza password (es. istanze di MongoDB o Elasticsearch lasciate aperte) che hanno portato a massivi furti di dati o attacchi ransomware (dove gli attaccanti esfiltravano e cancellavano i dati chiedendo un riscatto). Dunque, una prima regola di sicurezza è assicurarsi che l’accesso di rete ai database sia segregato (solo dagli application server, non dal pubblico internet) e che i meccanismi di autenticazione siano attivi e con credenziali robuste. Oggi i principali prodotti NoSQL (MongoDB, Cassandra, etc.) offrono meccanismi di autenticazione, cifratura in transito (SSL/TLS) e a riposo, controlli di autorizzazione basati su ruoli – ma sta ai configuratori abilitarli. In un contesto di sicurezza nazionale, dove si trattano dati sensibili, è imperativo che anche i database NoSQL rispettino standard di hardening: ad esempio, MongoDB Security Checklist suggerisce di abilitare l’autenticazione SCRAM-SHA, definire ruoli con minimo privilegio (lettura/scrittura su specifici database), usare IP binding solo su interfacce interne, abilitare auditing, ecc.
Dal punto di vista della consistenza dei dati, bisogna inoltre considerare la resilienza: in caso di incidenti (es. guasto di nodi, partizioni di rete), i database NoSQL possono entrare in stati degradati (consistenza ridotta) che, se non gestiti, potrebbero causare perdite o duplicazioni di dati. Un piano di sicurezza deve includere backup regolari anche per database NoSQL e test di ripristino, dato che la natura distribuita a volte complica le procedure di recovery (bisogna tenere conto di replica set, quorum di consenso per riottenere un primario in sistemi tipo MongoDB, etc.). Inoltre, la eventuale consistenza implica che nel monitoraggio degli incidenti bisogna tener conto di possibili discrepanze temporanee: ad esempio, analizzando i log di un sistema distribuito, un responsabile alla sicurezza deve sapere che l’ordine esatto delle operazioni potrebbe differire leggermente tra nodi – il che può complicare l’analisi forense e la ricostruzione esatta degli eventi. Strumenti specializzati per logging centralizzato (spesso basati essi stessi su stack NoSQL, come ELK – Elasticsearch, Logstash, Kibana) vanno configurati per correlare correttamente eventi multi-nodo.
Integrazione SQL/NoSQL e best practice: molte organizzazioni adottano architetture ibride dove convivono database relazionali per dati transazionali e database NoSQL per big data, analytics in tempo reale, cache in-memory, etc. Un coordinatore di sicurezza deve avere familiarità con entrambi e con le tecniche per proteggerli. Ad esempio, assicurarsi che i dati sensibili presenti in un cluster Hadoop/NoSQL siano cifrati (usando magari librerie come Google Tink o servizi KMS per gestire le chiavi) e segregati con tokenization o pseudonymization per minimizzare l’impatto di un breach. Allo stesso tempo, mantenere aggiornati i sistemi (le piattaforme NoSQL sono in continuo sviluppo, patch di sicurezza escono di frequente) e utilizzare strumenti di monitoraggio delle anomalie sulle query (Database Activity Monitoring) anche su NoSQL, dove possibile, per rilevare pattern inconsueti (es. un’esplosione di letture anomale alle 3 di notte da un certo IP potrebbe indicare un exfiltration in corso).
Riassumendo, la scelta tra database relazionali e NoSQL dipende dai requisiti di consistenza, scalabilità e struttura dei dati. Dal punto di vista della sicurezza, entrambi richiedono robuste misure di protezione, consapevoli delle rispettive architetture. I database relazionali brillano per maturità di strumenti di sicurezza integrati e transazioni ACID, mentre i NoSQL offrono flessibilità e prestazioni su scala, ma il professionista deve compensare eventuali mancanze (es. consistenza) a livello applicativo e prestare attenzione a configurazioni sicure che non sono sempre default. Conoscere standard come OWASP Top 10 (A03:2021 – Injection) per le injection o il NIST SP 800-123 (guide to general server security, applicabile anche ai server DB) aiuta a costruire un ambiente database – relazionale o no – robusto contro incidenti informatici.
Networking e principali protocolli di rete (TCP/IP, DNS, BGP)
Le reti di calcolatori permettono a sistemi differenti di comunicare e scambiarsi informazioni. La sicurezza informatica moderna è strettamente legata alle reti, poiché gran parte degli incidenti avviene attraverso connessioni di rete (attacchi remoti, malware che si propagano, esfiltrazioni di dati). In questa sezione esaminiamo i fondamenti del networking e tre protocolli chiave: la suite TCP/IP (base di Internet), il sistema dei nomi a dominio DNS e il protocollo di routing BGP. Comprendere questi protocolli è essenziale per prevenire e gestire incidenti che vanno dagli attacchi DDoS alla manipolazione del traffico internet.
Suite TCP/IP (Livelli di trasporto e rete)
TCP/IP non è un singolo protocollo ma una famiglia di protocolli organizzati in un modello di rete pratico (spesso semplificato in 4 livelli: Link, Internet, Trasporto, Applicazione) che corrisponde in parte al modello OSI (vedi sezione successiva). I due pilastri di questa suite sono il Protocollo IP (Internet Protocol) e il Protocollo TCP (Transmission Control Protocol), da cui prende nome.
IP (Internet Protocol): IP opera al livello di rete ed è il protocollo fondamentale che si occupa di indirizzamento e instradamento dei pacchetti attraverso reti differenti. IP fornisce un servizio di consegna di pacchetti non affidabile e senza connessione: ciò significa che invia i pacchetti dal mittente al destinatario secondo le informazioni di routing, ma non garantisce né che arrivino (possono perdersi) né che arrivino in ordine. Ogni dispositivo collegato in rete ha almeno un indirizzo IP univoco (32 bit per IPv4, rappresentati come quattro numeri es. 192.168.10.5, oppure 128 bit per IPv6, rappresentati in esadecimale). IP provvede a incapsulare i dati in un pacchetto IP contenente header (con mittente, destinatario, TTL, ecc.) e payload (i dati da trasportare, ad esempio un segmento TCP). Il protocollo IP è progettato per collegare reti eterogenee: è un protocollo di interconnessione di reti (internetworking) di livello 3 OSI, nato per far comunicare sottoreti differenti unificandole in un’unica rete logica (da cui “Internet”). IP compie l’instradamento: i router analizzano l’indirizzo di destinazione IP di ciascun pacchetto e lo inoltrano verso il router successivo più vicino alla destinazione, sulla base di tabelle di routing. Gli algoritmi di routing (OSPF, BGP, ecc. visti più avanti per BGP) costruiscono queste tabelle. Sul piano sicurezza, IP di per sé non prevede autenticazione né confidenzialità: i pacchetti possono essere falsificati (IP spoofing) e letti da intermediari. Per ovviare a ciò esistono estensioni come IPsec (una suite per la cifratura e autenticazione a livello IP) usata in VPN sicure. Inoltre, la natura non affidabile di IP significa che spetta ai livelli superiori occuparsi di ritrasmissioni e controllo di flusso (è qui che interviene TCP). Va citato che IPv4 soffre di spazio di indirizzi limitato e problemi di sicurezza (frammentazione IP usata in certi attacchi DoS, ad esempio Teardrop attack), mentre IPv6 migliora alcuni aspetti (spazio vastissimo, meccanismi di autoconfigurazione) ma porta nuove considerazioni di sicurezza (ad esempio, la presenza obbligatoria di ICMPv6 e multicast di rete locale richiede filtri specifici per evitare scansioni e attacchi di discovery non autorizzati).
TCP (Transmission Control Protocol): TCP opera a livello di trasporto e fornisce un canale di comunicazione affidabile e orientato alla connessione tra due host. In termini pratici, TCP si occupa di instaurare una connessione virtuale tra client e server (tramite la celebre stretta di mano 3-way handshake: SYN, SYN-ACK, ACK), di suddividere i dati da inviare in segmenti adeguati, di numerare i segmenti e ritrasmettere quelli non riconosciuti e di riordinare i segmenti al ricevente per presentare un flusso di byte continuo all’applicazione. Grazie a TCP, le applicazioni non devono preoccuparsi di perdita o disordine di pacchetti: TCP garantisce che i dati arrivino integri e nell’ordine corretto, o notifica un errore se la connessione si interrompe. Questo è essenziale per protocolli applicativi come HTTP, SMTP, FTP, in cui ricevere dati incompleti o scombinati equivarrebbe a corruzione dell’informazione. Tecnicamente, TCP identifica le connessioni tramite le porte: ogni segmento TCP ha una porta sorgente e una destinazione, permettendo a un singolo host di gestire più connessioni simultanee su porte diverse (es. 80 per HTTP, 443 per HTTPS, 25 per SMTP, ecc.). Dal punto di vista della sicurezza, il protocollo TCP è stato bersaglio di attacchi sin dai primordi di Internet. Un esempio classico è il TCP SYN flood: attaccando l’handshake di TCP, un aggressore invia una valanga di pacchetti SYN senza completare mai il 3° passo, lasciando il server con molte connessioni “mezze aperte” (in stato SYN_RECV) e esaurendo le risorse dedicate (la backlog queue). Ciò provoca un Denial of Service. Contromisure come SYN cookies o limiti sulla half-open queue aiutano a mitigare. Un altro attacco è il TCP reset (RST): inviando un pacchetto falsificato con bit RST si può forzare la chiusura di una connessione TCP esistente; se l’attaccante riesce a indovinare gli identificatori corretti (IP/porta e numero di sequenza), può interrompere comunicazioni di altri. Questo fu sfruttato in passato per bloccare traffico BGP (il cui trasporto è su TCP, vedi dopo) o per censura (come RST injection nel grande firewall cinese). Per integrità e confidenzialità, TCP da solo non offre nulla: la protezione dei dati deve avvenire a livello applicativo (ad es. TLS sopra TCP per cifrare la sessione). Tuttavia, dentro la suite TCP/IP esistono protocolli complementari come UDP (User Datagram Protocol, non affidabile e senza connessione, usato per streaming, DNS, etc.) che il responsabile sicurezza deve ugualmente conoscere: ad esempio, UDP è più soggetto a spoofing (essendo connectionless) e viene sfruttato in attacchi DDoS di riflessione/amplificazione (come DNS amplification, SSDP amplification), dunque vanno predisposti filtri (e.g. anti-spoofing con BCP 38, rate limiting su servizi UDP pubblici). In generale, la comprensione profonda di TCP/IP consente di analizzare i log di rete e i dump di pacchetto (es. con Wireshark) per rilevare attività sospette: sequenze anomale di flag TCP, tentativi su port scanning (che si evidenziano come connessioni SYN brevissime su molte porte), pacchetti malformati, etc. Standard come gli RFC (es. RFC 793 per TCP, RFC 791 per IP) definiscono il funzionamento lecito: molti attacchi inviano traffico che devia dallo standard (es. pacchetti con flag inconsuete come Xmas scan con FIN-PSH-URG) e sistemi IDS/IPS (Snort, Suricata, Zeek) sono in grado di rilevarlo se ben configurati.
In sintesi, TCP/IP è la colonna portante delle comunicazioni di rete. Un coordinatore di prevenzione incidenti deve: assicurare che le configurazioni di rete seguano le best practice (filtri su pacchetti ingressi/uscita, disabilitare protocolli legacy insicuri – es. Telnet, FTP – a favore di versioni cifrate – SSH, FTPS/SFTP), conoscere gli attacchi di rete comuni e le contromisure (firewall stateful per gestire SYN flood, IDS per rilevare scansioni e anomalie TCP/IP, IPsec per proteggere canali critici) e in caso di incidente saper leggere il traffico (analisi PCAP) per capire cosa è successo. Ad esempio, in un sospetto data breach, potrebbe trovarsi traffico TCP sulla porta 443 di volume insolitamente alto verso un IP esterno non riconosciuto: sapere che 443 è solitamente HTTPS e che l’esfiltrazione potrebbe avvenire cifrata fa sì che si debba guardare a meta-dati (SNI, quantità, pattern) e non al contenuto impossibile da decifrare senza la chiave. Allo stesso modo, la padronanza di TCP/IP è fondamentale per gestire incidenti come DDoS: riconoscere un flood TCP SYN o UDP, distinguere un traffico legittimo da uno malevolo in base a parametri di basso livello e interfacciarsi con ISP/CDN per attivare filtri o scrubbing.
DNS (Domain Name System)
DNS è il “servizio di nomi” di Internet, spesso paragonato a un “elenco telefonico” o a un servizio di rubrica per la rete globale. Il suo scopo principale è tradurre i nomi di dominio leggibili dagli umani (ad es. www.esempio.gov) nei corrispondenti indirizzi IP numerici che le macchine utilizzano per instradare il traffico. Senza DNS, dovremmo ricordare e digitare indirizzi come 93.184.216.34 per visitare un sito, cosa impraticabile su larga scala. Il DNS è dunque fondamentale per l’usabilità di Internet.
Il sistema DNS è gerarchico e distribuito. I nomi di dominio sono organizzati in una struttura ad albero rovesciato: al vertice ci sono i root server (indicati da un dominio radice vuoto, spesso rappresentato da un punto . ), subito sotto ci sono i domini di primo livello (TLD) come .com , .org , .it , .gov, ecc., poi i secondi livelli (es. esempio in esempio.gov ) e così via con possibili sottodomini aggiuntivi. L’operazione di risoluzione DNS consiste nel trovare l’indirizzo IP associato a un nome (risoluzione diretta) o viceversa trovare il nome dato un IP (risoluzione inversa). Quando un client (tipicamente tramite un resolver stub integrato nel sistema operativo) deve risolvere un nome, contatta un DNS resolver ricorsivo (spesso fornito dall’ISP o configurato manualmente come 8.8.8.8 di Google) il quale interroga a sua volta la gerarchia: parte dai root server (ce ne sono 13 indirizzi logici root disseminati globalmente) per sapere chi è autoritativo per il TLD richiesto, poi contatta il server autoritativo di quel TLD per sapere chi gestisce il dominio di secondo livello e così via fino ad ottenere dal server DNS autoritativo finale (gestito dal proprietario del dominio o dal suo provider) il record richiesto. Il DNS memorizza le risposte in cache per un certo periodo (TTL) per accelerare richieste future.
I record DNS più comuni includono: A/AAAA (indirizzo IPv4 o IPv6 associato a un nome), CNAME (nome canonico, alias verso un altro nome), MX (mail exchanger, indirizzo dei server di posta per il dominio), TXT (testo libero, usato anche per record SPF/DKIM nei contesti mail), SRV (service locator, utilizzato da alcuni protocolli), PTR (pointer per risoluzione inversa da IP a nome).
Minacce e sicurezza DNS: il DNS in origine è stato progettato senza meccanismi di autenticazione, il che l’ha reso vulnerabile a vari attacchi. Il più classico è il DNS cache poisoning: un attaccante induce un resolver a memorizzare una risposta falsa, cosicché gli utenti successivi vengano indirizzati all’IP sbagliato (ad esempio, credono di visitare bancopopolare.it ma in realtà il DNS avvelenato gli dà l’IP di un server dell’attaccante). Prima di correttivi, era possibile inviare risposte DNS fasulle con una certa facilità, approfittando del fatto che la porta UDP 53 e l’ID di transazione DNS erano prevedibili e non c’era verifica di origine. Ora i resolver usano porte effimere random e ID random a 16 bit, riducendo la fattibilità del poisoning, ma il rischio resta se l’attaccante può intralciare la comunicazione col vero server (ad es. tramite un man-in-the-middle). La risposta dell’industria è DNSSEC, un’estensione di sicurezza che aggiunge firme digitali alle risposte DNS: i domini firmati DNSSEC pubblicano chiavi pubbliche nei record DNSKEY e usano record RRSIG per firmare le mapping nome->IP. Un resolver con DNSSEC abilitato verifica che la firma sia valida e ancorata a una catena di fiducia (dal root in giù) evitando di accettare dati manomessi. DNSSEC, però, non è ancora ovunque adottato e introduce la complessità della gestione chiavi/rollover.
Un altro problema di sicurezza DNS è il DNS tunneling: usando richieste DNS (che spesso sono permesse anche quando altro traffico è bloccato) per incapsulare dati arbitrari, degli attaccanti possono esfiltrare informazioni o comandare malware (comandi e controllo) attraverso query DNS apparentemente legittime. Ad esempio, un malware potrebbe fare query a sottodomini come <data>.esempio-attaccante.com, dove <data> è un blocco di dati rubati codificato in base32; il server DNS sotto il controllo dell’attaccante riceve queste query e decodifica i dati dal nome richiesto. Dal punto di vista di un analista, è importante monitorare il traffico DNS verso domini insoliti o con nomi molto lunghi/strani, segnale tipico di tunneling o data exfiltration. Strumenti di sicurezza avanzata (DNS firewall, soluzioni di exfiltration detection) possono rilevare e bloccare questi abusi.
C’è poi il DNS hijacking o DNS spoofing: se un attaccante compromette un server DNS autoritativo o modifica i riferimenti (ad esempio alterando i record di un registrar DNS), può dirottare un dominio intero su altri IP. Questo è successo, ad esempio, in attacchi a provider DNS o in scenari di censura statale (dove i resolver ISP sono modificati per restituire IP “fake” per certi domini). Contromisure includono l’uso di registrar con protezioni robuste (2FA, lock) e monitoraggio continuo dei record DNS critici.
Best practice relative al DNS per un responsabile alla sicurezza includono: utilizzare resolver DNS ricorsivi sicuri (magari in-house o servizi con filtro malware), abilitare DNSSEC validation sui resolver interni per i propri utenti, implementare DNSSEC per i domini gestiti dall’organizzazione in modo da prevenire impersonificazioni, isolare e proteggere i server DNS autoritativi (pochi servizi devono contattarli, quindi regole firewall restrittive e monitoraggio). Inoltre, configurare correttamente i record per proteggere email e servizi (DNS è utilizzato in meccanismi di sicurezza come SPF, DKIM, DMARC per l’email authentication). Un altro aspetto è la privacy: le query DNS tradizionali sono in chiaro, quindi un attaccante che sniffa la rete vede tutti i nomi richiesti (che possono rivelare i siti visitati, ecc.). In risposta, si stanno diffondendo protocolli come DNS over HTTPS (DoH) o DNS over TLS (DoT) che cifrano il traffico DNS tra client e resolver. Questo migliora la riservatezza, ma pone sfide per i controlli aziendali (non si può più facilmente ispezionare il contenuto DNS). Un coordinatore dovrà quindi bilanciare privacy e capacità di monitoraggio, magari attivando DoT/DoH con server fidati ma anche usando sistemi di split-horizon DNS per risolvere internamente i nomi aziendali e avere visibilità.
BGP (Border Gateway Protocol)
BGP è il protocollo di routing globale che tiene unita Internet. Mentre protocolli come OSPF, EIGRP, IS-IS gestiscono il routing interno a una singola organizzazione o sistema autonomo (IGP – Interior Gateway Protocols), BGP è l’Exterior Gateway Protocol che connette tra loro i diversi Autonomous System (AS) – essenzialmente le reti di proprietà di fornitori di connettività (ISP, dorsali, grandi organizzazioni) identificate da un numero AS univoco. In parole semplici, BGP è il metodo con cui le reti annunciano ad altre reti quali prefissi IP possono raggiungere attraverso di loro, permettendo così di instradare pacchetti da un capo all’altro del mondo, passando per molte reti intermedie. BGP è dunque il “sistema di comunicazione tra router di confine” che consente a Internet di funzionare come un’unica grande rete. Senza BGP, i pacchetti oltre la propria rete locale non saprebbero dove andare.
Dal punto di vista tecnico, BGP è un protocollo di routing di tipo path-vector: ogni annuncio BGP informa su un prefisso IP raggiungibile e include l’AS-PATH, ovvero la sequenza di AS che bisogna attraversare per raggiungere quel prefisso. I router BGP (detti spesso Route Reflector o router di bordo) scambiano messaggi su connessioni TCP (porta 179). BGP è incrementale: invece di scambiare periodicamente l’intera tabella come alcuni IGP, dopo l’iniziale full routing table exchange, invia solo aggiornamenti quando cambia qualcosa (annuncio di nuova rotta o ritiro di una esistente). Questo lo rende scalabile per Internet dove esistono oltre 900k prefissi IPv4 annunciati. BGP permette politiche: ogni operatore può definire preferenze su quali rotte usare o annunciare (ad esempio preferire percorsi più corti in termini di AS-PATH, o quelli ricevuti da clienti su quelli ricevuti da provider per motivi economici).
Vulnerabilità e incidenti BGP: BGP si basa in gran parte sulla fiducia tra operatori e fino a tempi recenti non incorporava meccanismi crittografici robusti. Ciò lo rende vulnerabile al cosiddetto BGP hijacking: un AS malevolo (o mal configurato) può annunciare rotte per prefissi IP che non gli appartengono, deviando il traffico. Ad esempio, nel 2008 l’annuncio errato di una rotta per YouTube da parte di un ISP pakistano (nel tentativo di censurare YouTube localmente) propagò a livello globale, rendendo YouTube irraggiungibile per ore. In altri casi, attori malevoli hanno annunciato prefissi bancari o di criptovalute per intercettare dati. BGP hijack può portare a interruzione (se il traffico viene in un vicolo cieco) o Man-in-the-Middle (se il traffic hijacker lo inoltra verso la destinazione vera dopo averlo intercettato). Secondo analisi recenti, essendo BGP una tecnologia con ~35 anni di età, è “facile da manipolare per reinstradare il traffico Internet o addirittura isolare intere regioni”. Infatti, casi documentati mostrano come in situazioni geopolitiche (es. crisi Crimea/Ucraina), BGP sia stato usato intenzionalmente per deviare traffico di intere aree verso infrastrutture sotto controllo di governi, creando di fatto “frontiere digitali” coerenti con quelle militari.
Le contromisure emergenti sono: RPKI (Resource Public Key Infrastructure), un sistema di certificati digitali che associa prefissi IP e numeri AS a enti legittimi, permettendo ai router di verificare se un certo AS è autorizzato ad annunciare un certo prefisso. Implementare RPKI e filtri di validazione (droppare annunci BGP non validati) riduce i rischi di hijack accidentali e rende più difficile quelli malevoli (che richiederebbero compromissione dei certificati). Inoltre, buone pratiche come i filtri BCP 38 anti-spoofing e l’obbligo per gli ISP di filtrare annunci in ingresso da clienti che non corrispondono ai loro IP (route filtering) riducono la superficie di attacco. In ambito di sicurezza nazionale, è auspicabile una stretta collaborazione con gli operatori di rete per assicurare che tali misure siano adottate, dato che un attacco BGP può essere usato anche come vettore per isolare un paese o spostare traffico attraverso nodi di sorveglianza (si pensi a un hijack temporaneo che dirotta traffico europeo via AS in un altro continente per spiarlo, poi lo rilascia verso la destinazione – tattica rilevata in alcune analisi di routing).
Un altro rischio BGP è l’instabilità o errore di configurazione: BGP è complesso ed errori nelle politiche possono causare route leak (annuncio di rotte ricevute da un provider verso un altro provider quando non dovrebbe, saturando percorsi imprevisti) o flapping (rotte che oscillano ripetutamente su/giù causando overhead). Questi incidenti possono avere impatti collaterali di sicurezza: un route leak può congestionare link inattesi, rallentando comunicazioni critiche o firewall, oppure un flapping eccessivo potrebbe stressare i router fino a farli riavviare per carico (causando DoS su interi segmenti di rete).
Ruolo del responsabile della sicurezza su BGP: per un’organizzazione che potrebbe gestire proprie infrastrutture di rete, è cruciale avere visibilità BGP. Ciò include utilizzare servizi di monitoring (es. RouteViews, RIPE Atlas) che avvisino se i prefissi dell’organizzazione vengono annunciati da AS esterni (potenziale hijack in corso) o se route importanti spariscono. In caso di incidente BGP, il responsabile deve saper interfacciarsi con i Network Operator Groups e CERT/CSIRT di settore per coordinare una risposta (ad esempio, diffondere rapidamente la notizia di non accettare annunci da AS X, o contattare l’operatore responsabile dell’annuncio spurio).
Inoltre, la comprensione di BGP è importante per valutare la resilienza delle comunicazioni critiche: per servizi governativi essenziali, ci si può assicurare multihoming (connessione a più ISP con diverse rotte) e preferire percorsi che minimizzino passaggi in zone a rischio. Ad esempio, se un paese teme spionaggio, potrebbe voler monitorare se il suo traffico passa per AS di altri paesi non amici e magari accordarsi con gli ISP per restrizione di routing. Strumenti di tracciamento (traceroute a livello AS) aiutano a mappare i percorsi.
Riassumendo, BGP è un protocollo potente ma datato, core di Internet e allo stesso tempo punto debole sfruttabile. Lo sforzo collettivo di mettere in sicurezza BGP (attraverso RPKI, monitoring e cooperazione tra ISP) è in corso e i professionisti di sicurezza devono essere partecipi: conoscere gli incidenti storici, sostenere l’adozione di misure protettive e includere scenari di attacco BGP nei propri piani di rischio (specialmente in contesti di infrastrutture critiche dove un attacco di routing può significare blackout comunicativo).
Reti di elaboratori (Modello OSI)
Il modello OSI (Open Systems Interconnection) è un modello di riferimento concettuale, proposto dall’ISO (International Organization for Standardization), che suddivide le funzioni di rete in sette livelli astratti. Anche se Internet pratica quotidiana segue più da vicino il modello TCP/IP a 4-5 livelli, l’OSI rimane uno schema didattico e progettuale prezioso: fornisce un linguaggio comune per descrivere dove si collocano protocolli e apparecchiature e come le diverse parti di una comunicazione interagiscono. I sette livelli del modello OSI, dal più basso (fisico) al più alto (applicazione), sono i seguenti:
Livello 1: Fisico. Si occupa della trasmissione dei bit grezzi sul mezzo fisico di comunicazione. Definisce specifiche elettriche, meccaniche e funzionali per attivare, mantenere e disattivare collegamenti fisici. Ad esempio, stabilisce che forma d’onda e tensione rappresentano un “1” o uno “0”, il tipo di connettore e cavo (rame, fibra ottica), la modulazione usata in trasmissioni wireless, la sincronizzazione dei bit, etc.. Dispositivi tipici al livello fisico sono i repeater, gli hub Ethernet (che rigenerano il segnale su più porte) e i componenti come cavi, transceiver, antenne. Dal punto di vista della sicurezza, il livello fisico è spesso trascurato ma non privo di rischi: tapping su cavi (intercettazioni fisiche), interferenze elettromagnetiche intenzionali o accidentali e attacchi di jamming nel wireless (disturbo radio per negare il servizio) sono minacce di livello 1. Contromisure includono cablaggi schermati, monitoraggio di link (per rilevare disconnessioni o anomalie elettriche) e in ambienti critici l’uso di fibre ottiche (difficili da intercettare senza provocare perdite di segnale rilevabili).
Livello 2: Collegamento Dati. Fornisce il trasferimento dei dati tra due nodi adiacenti (collegati dallo stesso mezzo fisico) in modo affidabile, strutturando i bit in frame e implementando controlli di errore e controllo di flusso su ciascun collegamento. Qui troviamo protocolli come Ethernet (IEEE 802.3) per le LAN cablate, Wi-Fi (IEEE 802.11) per le LAN wireless, PPP per collegamenti punto-punto, HDLC, ecc. Il livello 2 utilizza indirizzi fisici (MAC address per Ethernet) per identificare le schede di rete sorgenti e destinazione su un segmento. Funzioni chiave includono l’error detection (es. CRC per individuare frame corrotti e scartarli) e a volte l’error recovery (es. in collegamenti PPP può esserci ritrasmissione). Switch e bridge operano a questo livello, instradando frame in base agli indirizzi MAC e segmentando collision domains. Dal punto di vista sicurezza, il livello data link presenta minacce come MAC flooding (in cui un attaccante inonda lo switch di frame con MAC fittizi, saturando la CAM table e facendolo passare in modalità hub, favorendo sniffing), spoofing di MAC (un dispositivo assume l’identità MAC di un altro, magari per bypassare filtri MAC ACL o dirottare traffico destinato al legittimo) e attacchi specifici di tecnologie: ad esempio, ARP poisoning (avvelenamento cache ARP) sfrutta il protocollo di risoluzione indirizzi (tra livello 2 e 3) per associare un MAC dell’attaccante all’IP della vittima, di fatto intercettando il traffico locale. Strumenti come ettercap facilitano questo attacco, che può essere mitigato con tecniche come ARP statici o protocolli di sicurezza come DHCP Snooping e Dynamic ARP Inspection sugli switch gestiti. Sul Wi-Fi, il livello 2 è dove operano misure di cifratura come WPA2/WPA3: la protezione delle trame radio con cifre come AES-CCMP avviene qui. Dunque, la robustezza del livello 2 wireless (chiavi forti, autenticazione 802.1X con EAP, ecc.) è essenziale contro sniffing e accessi non autorizzati.
Livello 3: Rete. È responsabile dell’instradamento (routing) dei pacchetti attraverso reti diverse, dal mittente finale al destinatario finale, potenzialmente passando per più nodi di commutazione (router). Il livello 3 introduce gli indirizzi logici (es. indirizzi IP) e si occupa di trovare percorsi e di gestire la congestione a livello di pacchetto. IP (Internet Protocol) è il protagonista (versione 4 e 6) a questo livello. Altri esempi includono protocolli legacy o specializzati come IPX, AppleTalk (quasi obsoleti) e protocolli di routing come ICMP potrebbe essere considerato tra 3 e 4 (di supporto al funzionamento di IP, es. con ping ed error message). I router operano al livello 3, guardando l’indirizzo di destinazione nei pacchetti IP e inoltrandoli secondo la routing table. La sicurezza a livello 3 coinvolge diversi aspetti: controllo degli accessi IP (liste di controllo accessi su router e firewall che permettono o bloccano traffico in base a IP sorgente/dest, protocollo e porta – benché la porta sia L4), protezione dell’integrità dei pacchetti (qui agisce ad esempio IPsec AH/ESP che aggiunge firma o cifratura a livello IP) e la robustezza contro attacchi di scansione e DoS basati su IP (ping of death, fragmentation attacks). Un amministratore deve implementare filtering appropriato (ad esempio: filtrare pacchetti in ingresso con IP sorgenti privati o palesemente spoofati – BCP 38, ingress filtering; bloccare protocolli non necessari come IPv6 se non in uso, o ICMP solo in modo controllato perché ICMP è utile per la diagnostica ma può essere abusato in tunneling o scansioni). Anche gli attacchi di tracciamento (es. traceroute abusato per mappare la rete) lavorano su livello 3/4 usando TTL manipolato; un SOC potrebbe rilevare e allertare se vede traceroute verso host interni, segno di ricognizione. In sintesi, il livello rete è dove si definiscono i confini della security perimeter: definire quali IP o segmenti possono comunicare, implementare segmentazione della rete (VLAN e routing intervlan con ACL) e applicare tecniche come network address translation (NAT) – che pur essendo nata per risparmiare IPv4, fornisce un effetto collaterale di mascheramento degli IP interni, aggiungendo oscurità verso l’esterno.
Livello 4: Trasporto. Offre comunicazione end-to-end affidabile o non affidabile tra processi applicativi su host differenti. Due protocolli cardine qui sono TCP (orientato alla connessione, affidabile, con controllo di flusso) e UDP (datagrammi non connessi, non garantiti). Il livello trasporto identifica anche le porte (numeri che distinguono i flussi applicativi: es. porta 80 per HTTP su TCP, 53 per DNS su UDP, ecc.), permettendo la multiplexing di più conversazioni sulla stessa connessione di rete. Qui troviamo anche concetti come segmento (TCP segment) o datagramma (UDP). Dal punto di vista sicurezza, sul livello 4 agiscono molti controlli nei firewall stateful, che monitorano lo stato delle connessioni TCP e possono bloccare tentativi anomali (ad esempio pacchetti TCP non appartenenti ad alcuna connessione nota). Il port scanning è una tecnica di ricognizione di livello 4: un attaccante invia tentativi di connessione su varie porte per scoprire quali servizi sono attivi; strumenti come nmap variano i tipi di pacchetto (SYN scan, ACK scan, UDP scan) per inferire regole firewall e servizi. Un analista deve saper interpretare log come “Dropped packet from X to Y: TCP flags SYN” e capire che è uno scan. Inoltre, attacchi DDoS spesso si manifestano su questo livello: SYN flood (già descritto), o saturazione di porte specifiche (es. attacco a un server web saturando la porta 80 con richieste incomplete). Difese includono meccanismi antidos sui firewall e anche a livello di sistema operativo (stack TCP robusti con backlog di connessioni ampia, cookies, ecc.). I protocolli di trasporto hanno anche implicazioni su performance e perciò su rilevamento anomalie: es. un flusso TCP legittimo ha una certa sincronia tra pacchetti e ack; se un flusso esce dalle statistiche usuali (troppi RST, troppi ritrasmissioni) potrebbe indicare un problema o un attacco in corso di blocco. A livello trasporto si implementa anche la sicurezza delle sessioni in alcuni casi: per es., TLS (il protocollo usato per HTTPS) in realtà risiede sopra TCP (livello 5 OSI se consideriamo session/present, o direttamente come parte dell’applicazione), ma concettualmente fornisce sicurezza a ciò che il trasporto trasmette. In un contesto OSI, potremmo dire che l’inizio handshake TLS è livello 5 sessione (instaura un canale) e la cifratura/decifratura è presentazione (livello 6). Comunque, il responsabile di sicurezza deve sapere che firewall di nuova generazione possono operare fino al livello 7, ma spesso regole efficaci si definiscono su combinazioni di criteri L3/L4 (IP/porta) per bloccare accessi a servizi indesiderati o limitare provenienze.
Livello 5: Sessione. Fornisce i meccanismi per controllare il dialogo tra due applicazioni, istituendo, gestendo e terminando sessioni di comunicazione. Una sessione è essenzialmente una comunicazione logica di lunga durata tra due entità, che può comprendere più scambi di dati. Funzioni tipiche del livello di sessione includono la gestione delle connessioni (apertura, autenticazione al livello di sessione, chiusura ordinata) e controllo del dialogo (chi può inviare in un dato momento, half-duplex vs full-duplex, sincronizzazione di checkpoint per riprendere trasferimenti interrotti). Nella pratica di Internet, il livello sessione non è molto distinto: protocolli come TLS/SSL possono essere visti come aggiungere una sessione sicura su TCP, o protocolli come NetBIOS session, RPC, PPTP ecc. definiscono sessioni sopra il trasporto. Dal punto di vista sicurezza, qui collochiamo concetti come autenticazione della sessione (per es., in TLS un client e server si autenticano e stabiliscono una sessione cifrata con ID di sessione), oppure gestione delle sessioni applicative (ad esempio i token di sessione HTTP per tenere traccia di un utente loggato su un sito – concettualmente livello 5/7). Le minacce includono il dirottamento di sessione (session hijacking), in cui un attaccante subentra in una sessione attiva rubando credenziali di sessione (es. cookie di autenticazione web non protetto) o per difetti del protocollo (un esempio storico: nel protocollo PPTP VPN c’erano weakness che permettevano di desincronizzare e prendere controllo della sessione). Un altro concetto di sessione è nel checkpointing: alcuni protocolli di trasferimento file lunghi implementano marker di sincronizzazione (per non ricominciare da capo se la sessione cade). Un attaccante potrebbe abusare del meccanismo di ripresa (resumption) se non ben protetto, per forzare trasferimenti incompleti o inserire dati. In contesti moderni, molti di questi dettagli sessione sono integrati nelle applicazioni (livello 7), quindi il livello 5 OSI è spesso citato in teoria più che implementato separatamente. Il coordinatore di sicurezza comunque deve assicurarsi che le sessioni, qualunque sia il contesto, siano protette: ad esempio, nelle applicazioni web la gestione sicura dei token di sessione (randomici, con scadenza, marcati HttpOnly e Secure se cookie) è cruciale per prevenire impersonificazione.
Livello 6: Presentazione. Si occupa della sintassi e semantica dei dati scambiati tra applicazioni. In pratica, fornisce trasformazioni di dati che permettono a sistemi con convenzioni diverse di comunicare. Ciò include conversioni di formato (esempio: codifica dei caratteri – convertire testo Unicode in ASCII se il destinatario supporta solo quello), serializzazione di strutture complesse in un formato standard (tipo JSON, XML, ASN.1), compressione (per ridurre la mole di dati da trasmettere) e cifratura per garantire confidenzialità. Il livello di presentazione è quindi dove i dati grezzi dell’applicazione vengono preparati per la trasmissione e viceversa all’arrivo vengono rielaborati in forma utilizzabile dall’app. Un esempio concreto: in una connessione HTTPS, il contenuto HTTP vero e proprio viene cifrato a livello presentazione (TLS) e poi passato come flusso cifrato al livello trasporto (TCP) per l’invio. Nella sicurezza informatica, il livello 6 è cruciale perché è dove avvengono crittografia/decrittografia e codifiche. Ad esempio, molti attacchi web come XSS, SQLi, ecc., sfruttano mancate conversioni di formato (un input utente che andava interpretato solo come testo viene invece eseguito come codice). Una robusta “presentazione” in un’applicazione web significa escaping appropriato di caratteri speciali quando dati non fidati vengono inseriti in HTML, SQL, XML, ecc., per prevenire l’esecuzione indesiderata – in altri termini, difese come output encoding per XSS o query parametrizzate (che separano i dati dalla sintassi SQL) attengono a questo concetto. Dal punto di vista delle comunicazioni di rete, standard come TLS garantiscono che i dati in presentazione siano cifrati end-to-end: un responsabile deve assicurarsi che i servizi critici usino protocolli sicuri (es. preferire FTPS/SFTP a FTP in chiaro, HTTPS a HTTP, SSH a Telnet, ecc.) cosicché anche se il traffico viene intercettato a livello inferiore, risulti incomprensibile. Inoltre, il livello presentazione include la gestione di certificati digitali e formati di scambio: competenze in PKI e negoziazione di protocolli (quali ciphersuite TLS sono consentite, usi di TLS 1.3 vs deprecazione di SSLv3/TLS1.0 insicuri) rientrano tra quelle richieste a un esperto di sicurezza per garantire che i dati “presentati” in rete siano sempre protetti secondo lo stato dell’arte.
Livello 7: Applicazione. È il livello più alto, quello con cui interagiscono direttamente le applicazioni software e, in ultima analisi, l’utente finale. Fornisce quindi i servizi di rete più vicini all’utilizzatore: protocolli di posta elettronica (SMTP per inviare, IMAP/POP3 per ricevere), web (HTTP/HTTPS), trasferimento file (FTP, SFTP), servizi directory (LDAP), accesso remoto (SSH, Telnet) e molti altri servizi specializzati (DNS stesso è considerato applicazione nel modello OSI, così come protocolli voce su IP come SIP/VoIP, etc.). Al livello applicazione si definiscono i formati dei messaggi di alto livello e le procedure di scambio specifiche di quello use case. Ad esempio, HTTP definisce come un client può richiedere una risorsa con un verbo (GET, POST, etc.) e come un server risponde con un codice di stato e eventuale contenuto; SMTP definisce i comandi per trasmettere email tra server; SSH definisce come incapsulare un terminale remoto sicuro. Dal punto di vista sicurezza, il livello applicazione è dove tipicamente risiedono le vulnerabilità logiche e di input più complesse: injection, buffer overflow applicativi, deserializzazione insicura, autenticazione debole, autorizzazioni errate e così via (molte delle categorie OWASP Top 10 per applicazioni web sono questioni di livello 7). Un responsabile per gli incidenti deve avere familiarità con i protocolli applicativi per riconoscere anomalie: es. traffico HTTP verso un server web che contiene comandi sospetti ( /admin/delete.php?id=1;DROP TABLE users) potrebbe indicare un attacco SQLi; oppure richieste LDAP malformate potrebbero segnalare un tentativo di exploit di Active Directory. Anche la modellazione delle minacce avviene in gran parte a livello applicazione: qui si chiede “cosa succede se un utente malintenzionato invia dati oltre i limiti?”, “cosa se effettua sequenze di API fuori ordine?”, etc. Ogni protocollo ha le sue particolarità: FTP ad esempio espone credenziali in chiaro se non è protetto e inoltre utilizza porte dinamiche (che i firewall devono gestire in modo speciale, con moduli helper, altrimenti può essere abusato per bypassare porte); SMTP può essere sfruttato per relay non autorizzati se non configurato bene (open relay) e per diffondere phishing/malware; HTTP è il veicolo di tantissimi attacchi, dai malware via download, al phishing via siti clone, fino alle exploit di librerie web.
Ai fini di prevenzione e gestione degli incidenti, è utile dotarsi di strumenti di Application Layer Security: WAF (Web Application Firewall) per analizzare il traffico HTTP e bloccare pattern malevoli noti (anche se non sostituisce il secure coding, è un utile layer difensivo), antivirus/antimalware gateway per controllare file trasferiti via protocolli applicativi (es. scanner SMTP per allegati email, o proxy HTTP con antimalware integrato) e sistemi di Data Loss Prevention (DLP) che analizzino il contenuto applicativo in uscita (es. per individuare stringhe che sembrano numeri di carta di credito o dati classificati e bloccarne l’esfiltrazione via email/web). Inoltre, la telemetria di livello 7 (log applicativi) è fondamentale in fase di risposta: i log di un server web (es. access log di Apache/Nginx) possono mostrare un pattern di exploit (decine di tentativi di accedere a wp-admin.php indicano un bot che cerca di violare WordPress), i log di un database possono mostrare query strane (tentativi di selezionare tabelle di sistema da un’app che non dovrebbe), i log di un server DNS possono indicare tunneling come detto. Un SOC ben organizzato correla eventi su più livelli: ad esempio, un alert IDS su un payload sospetto a livello 4+7 (un pacchetto TCP con dentro un comando SQL anomalo) incrociato con un log applicativo di errore database può confermare un tentativo di SQL injection riuscito o meno.
Integrazione e concetti trasversali: Una cosa importante da capire è che i livelli non sono completamente isolati: ogni livello aggiunge il suo overhead e le sue vulnerabilità possono propagarsi. Ad esempio, un attacco DDoS a livello 7 (come HTTP Flood, numerosissime richieste web) sfrutta comunque la connessione TCP sottostante: mitigarlo può richiedere azioni a livello 7 (rispondere con CAPTCHA, tarpit) ma anche a livello 4 (limitare connessioni per IP) e livello 3 (filtrare IP noti malevoli). Oppure, una falla a livello 2 come ARP poisoning può portare a Man-in-the-Middle che intercetta e poi manipola dati di livello 7 (inserendo script malevoli nel traffico web, se questo non è cifrato). Conoscere l’OSI aiuta a compartimentalizzare i problemi e a parlare con gli specialisti giusti: ad esempio, se si riscontra che “le email non arrivano a destinazione”, potrebbe essere un problema di livello 7 (misconfigurazione SMTP, o bloccate per contenuti), livello 3 (routing verso il mail server errato) o altro; il modello OSI offre un approccio per isolare: ping (L3), telnet porta 25 (L4), analisi logs SMTP (L7) e così via. Nella risoluzione di incidenti, spesso si “risale la pila OSI” per individuare dove esattamente risiede il fault o l’attacco.
In conclusione, il modello OSI con i suoi 7 livelli – Fisico, Collegamento dati, Rete, Trasporto, Sessione, Presentazione, Applicazione – è uno strumento concettuale che aiuta a progettare, proteggere e diagnosticare le reti di calcolatori. Ogni livello introduce considerazioni di sicurezza specifiche e un responsabile per la sicurezza informatica deve averne padronanza per implementare una strategia di difesa in profondità: multiple protezioni sovrapposte attraverso la pila, cosicché anche se un attacco aggira un livello (es. malware che viaggia cifrato su HTTPs – invisibile al firewall L7), venga intercettato a un altro (es. analisi comportamentale al livello applicazione endpoint, o decrittazione in un proxy per l’ispezione). Lo standard ISO/OSI stesso, pur teorico, ha generato protocolli e influenzato architetture – conoscere ad esempio che X.509 (certificati) nasce da standard OSI di presentazione, o che LDAP è figlio di X.500 (applicazione OSI), arricchisce la comprensione storica e pratica che torna utile quando si incrociano sistemi eterogenei (ad es. integrazione di vecchi sistemi mainframe o SCADA che a volte ancora usano stack particolari).
Fondamenti di algoritmi
Un algoritmo è una procedura definita, costituita da una sequenza finita di istruzioni, che risolve un problema o svolge un determinato compito. In informatica, gli algoritmi rappresentano le ricette operative per qualsiasi programma: dal semplice calcolo di una somma alla crittografia avanzata, tutto si riduce a passi elementari che il calcolatore esegue. Formalmente, si richiede che un algoritmo abbia alcune proprietà: finitezza (deve terminare in un numero finito di passi), determinismo (stessi input producono stessi output, a meno di componenti aleatorie volute), non ambiguità (ogni passo è definito in modo univoco, interpretabile senza dubbio) e generalità (risolve una classe di problemi, non un solo caso specifico).
Esempi di algoritmi classici includono: l’algoritmo di ordinamento (ordinare una lista di numeri o stringhe – con varianti famose come QuickSort, MergeSort, HeapSort, etc.), algoritmi di ricerca (trovare un elemento in una collezione – es. ricerca lineare vs ricerca binaria in una lista ordinata), algoritmi di grafi (cammini minimi, visite in profondità/ampiezza, ecc.), algoritmi di ottimizzazione (zaino, percorso più breve, flusso massimo) e tanti altri. Nella pratica quotidiana, un professionista di sicurezza può incontrare algoritmi ad esempio nell’analisi di performance di un sistema (sapere se una certa operazione è O(n) lineare o O(n^2) quadratica aiuta a capire se un attacco di stress potrebbe causare rallentamenti significativi), oppure nella comprensione di meccanismi crittografici (dove la solidità di un algoritmo di cifratura spesso si basa su problemi computazionalmente difficili, come la fattorizzazione dei grandi numeri primi per RSA).
Complessità computazionale: uno degli aspetti fondamentali nello studio degli algoritmi è la loro complessità, cioè la quantità di risorse (tempo di calcolo, spazio di memoria) che richiedono in funzione della dimensione dell’input. La complessità in termini di tempo viene di norma espressa tramite la notazione O-grande, che fornisce un limite superiore asintotico sulla crescita del costo computazionale al crescere di n (taglia input). Ad esempio, dire che un algoritmo è O(n log n) significa che per gestire input più grandi, il suo tempo cresce proporzionalmente a n log n. In generale, classifichiamo le complessità asintotiche in classi come: costante O(1), logaritmica O(log n), lineare O(n), quasi-lineare O(n log n), quadratica O(n^2), cubic O(n^3), …esponenziale O(2^n) e oltre. Chiaramente, algoritmi più efficienti sono preferibili – un problema risolvibile con un algoritmo O(n) sarà gestibile per input grandi molto meglio di uno O(n^2). Per contestualizzare: in un attacco di forza bruta, provare tutte le combinazioni di una password di lunghezza n può essere ~O(k^n) (esponenziale nel numero di caratteri se ogni posizione ha k possibilità), il che spiega perché aumentando lunghezza e complessità delle password la ricerca esaustiva diventa impraticabile.
Per un responsabile alla sicurezza, la teoria degli algoritmi ha ricadute pratiche. Un esempio evidente è nella crittografia: la sicurezza di molti algoritmi crittografici è legata alla complessità computazionale di certi problemi. RSA, ECC, Diffie-Hellman si basano sul fatto che alcuni problemi (fattorizzazione di interi grandi, logaritmo discreto in certi gruppi) sembrano richiedere tempo esponenziale con i migliori algoritmi noti: quindi, con chiavi abbastanza lunghe, la brute force diventa impossibile nei tempi dell’universo (a meno di progressi algoritmici o quantistici). Comprendere questo aiuta a scegliere parametri sicuri: ad esempio, sapere che il migliore algoritmo di fattorizzazione noto ha complessità sub-esponenziale (sì, c’è il Number Field Sieve che è circa O(exp( (64/9)^(1/3) * (log n)^(1/3) * (log log n)^(2/3) )) ), consente ai crittografi di stimare quanti bit di RSA servono (oggi almeno 2048-bit) per resistere X anni. Un altro esempio: gli algoritmi di hashing (SHA-256, SHA-3) sono progettati per essere veloci da calcolare ma non invertibili senza provare molte possibilità. La difficoltà di trovare collisioni in SHA-256 è legata a dover provare 2^128 operazioni (complessità bruteforce). Se un attaccante scoprisse un algoritmo molto migliore (es. O(2^64)), quell’hash non sarebbe più sicuro. Dunque, chi lavora in sicurezza deve seguire anche le scoperte nel mondo algoritmi (ad esempio, i recenti progressi su SHA-1 collisioni hanno reso questo hash deprecato). E ovviamente il calcolo quantistico promette di ridurre drasticamente la complessità di alcuni problemi: Shor’s algorithm porta la fattorizzazione a complessità polinomiale, distruggendo RSA/ECC una volta che avremo quantum computer abbastanza grandi.
Al di là della crittografia, l’analisi degli algoritmi è utile per ottimizzare le difese e attacchi. Dal lato difensivo: un SIEM che raccoglie log deve avere algoritmi di correlazione efficienti, altrimenti con milioni di eventi genererà ritardi – un buon coordinatore sa scegliere strumenti validi o architetture big data (es. utilizzare motori come Elasticsearch che usano algoritmi di ricerca efficaci). Dal lato offensivo: alcuni attacchi DoS sfruttano algorithmic complexity attacks, ad esempio l’HashDoS (inviare tanti input calibrati per provocare collisioni in una tabella hash usata dall’applicazione, degradando le look-up da O(1) a O(n) e bloccando il server) – questo fu dimostrato su Java, PHP e altri linguaggi, costringendo a migliorare gli algoritmi di hashing o introdurre randomizzazione. Un altro esempio sono i ReDoS (Regular Expression Denial of Service): usare input particolari per mandare in worst-case l’algoritmo di matching delle espressioni regolari (che in alcuni engine può diventare esponenziale). Questi sono attacchi sottili che richiedono comprensione di come un algoritmo risponde al worst-case.
Strutture dati e algoritmi: spesso insieme agli algoritmi si studiano le strutture dati (array, liste, pile, code, alberi, grafi, tabelle hash, ecc.), che influiscono sulle prestazioni. Una buona scelta di struttura può prevenire inefficienze – es: cercare elementi duplicati in un array fa O(n^2) naive, ma usando una hash set diventa O(n) mediamente. Nella sicurezza software, questo significa anche prevenire vulnerabilità di prestazioni: se un input controllato dall’utente potrebbe indurre il programma a usare un algoritmo quadratico, un attaccante può sfruttarlo per rallentarlo. Ad esempio, generare intenzionalmente situazioni pessime (come l’HashDoS citato). Dunque, parte del secure coding è anche evitare costrutti algoritmicamente rischiosi o porre limiti (ad esempio, limitare lunghezza massima di input per evitare loop troppo lunghi).
P vs NP e problemi intrattabili: un concetto teorico ma con implicazioni è la distinzione tra problemi in P (risolvibili in tempo polinomiale) e in NP (verificabili in polinomiale, ma non si conosce algoritmo polinomiale per risolverli). Molti problemi di ottimizzazione o ricerca combinatoria sono NP-difficili (come il Traveling Salesman, il Subset Sum, ecc.). Per la sicurezza, questo spiega perché certi obiettivi dell’attaccante sono difficili: ad esempio, craccare un cifrario robusto equivale a cercare nello spazio delle chiavi (che cresce esponenzialmente col numero di bit). Oppure, un software antivirus che voglia decidere in generale se un programma è malevolo va incontro al problema della fermata e questioni indecidibili; per questo gli antivirus usano euristiche imperfette – capire i limiti computazionali ci fa comprendere perché non esiste e probabilmente non esisterà mai “l’algoritmo perfetto” per distinguere malware da software legittimo in ogni caso (problema indecidibile, riducibile all’halting problem). Quindi si lavora per euristiche (firma, comportamento) sapendo che esisteranno falsi negativi/positivi.
Algoritmi distribuiti e fault tolerance: In un contesto come la sicurezza nazionale, con infrastrutture distribuite, è importante conoscere anche gli algoritmi per consenso distribuito (es. Paxos, Raft) e per gestione di guasti – questi sono algoritmi non banali che garantiscono consistenza e disponibilità su più nodi; la sicurezza di sistemi come blockchain, oppure di sistemi cluster per servizi critici, discende dalla solidità di tali algoritmi. Ad esempio, la robustezza di una blockchain dipende dall’algoritmo di consenso (Proof of Work è un “algoritmo” in senso lato con complessità regolata dalla difficoltà, BFT consensus ha tolleranza fino a f nodi corrotti se N > 3f, ecc.).
In sintesi, i fondamenti di algoritmi equipaggiano il professionista con un approccio analitico ai problemi: capire l’ordine di grandezza di un attacco brute-force, valutare l’impatto prestazionale di una misura di sicurezza (es. criptare tutto il traffico aggiunge overhead, ma di quanto?), scegliere strumenti in base alla scala (un SIEM con algoritmi subottimali funzionerà su 1k eventi al secondo ma non su 100k eps). La è quindi parte del bagaglio di un coordinatore, sebbene non debba implementare algoritmi da zero quotidianamente, deve saperne leggere i risultati e conversarci: ad esempio, comprendere un report che dice “la complessità computazionale di rompere AES-256 è di 2^254 operazioni, che con i mezzi attuali è impraticabile” oppure “un attacco di tipo meet-in-the-middle riduce la complessità su 2DES da 2^112 a 2^57, ecco perché 2DES non è considerato sicuro”. Senza basi sugli algoritmi, tali affermazioni sarebbero aride; con le basi, diventano guida all’azione (passare direttamente ad AES o 3DES perché 2DES è debole, ecc.). Dunque la padronanza degli algoritmi e della loro complessità permette di valutare rischi in modo quantificabile e di progettare contromisure efficaci.
Linguaggi di programmazione (imperativi, di scripting, orientati agli oggetti)
I linguaggi di programmazione sono gli strumenti con cui vengono implementati gli algoritmi e le funzionalità software. Esistono centinaia di linguaggi, ma essi possono essere classificati per paradigma in base allo stile con cui si descrivono le istruzioni e i dati. In questa sezione ci focalizziamo su tre categorie importanti: linguaggi imperativi, linguaggi di scripting e linguaggi orientati agli oggetti. Ognuno di questi paradigmi presenta caratteristiche peculiari, vantaggi, limitazioni e implicazioni per la sicurezza del codice prodotto.
Linguaggi imperativi (procedurali)
La programmazione imperativa è il paradigma classico in cui un programma è visto come una sequenza di istruzioni che modificano lo stato del programma stesso (variabili, strutture dati) per ottenere il risultato desiderato. In altre parole, l’attenzione è sul come fare le cose: si specificano esplicitamente i passi da seguire, in ordine, includendo strutture di controllo come assegnamenti, cicli ( for , while ), condizionali ( if / else ), chiamate di funzioni/procedure, ecc. La maggior parte dei linguaggi tradizionali rientrano in questo paradigma: linguaggi procedurali come C, Pascal, BASIC, Fortran (dove esistono procedure e funzioni come unità di modularizzazione) sono imperativi; anche il linguaggio Assembly (di basso livello) è imperativo puro, in quanto si scrivono istruzioni macchina che cambiano registri e memoria step-by-step. Persino linguaggi come Java o Python supportano uno stile imperativo (Python, ad esempio, pur essendo multi-paradigma, permette di scrivere codice procedurale imperativo). Caratteristiche tipiche di linguaggi imperativi/procedurali includono la gestione esplicita della memoria (in C, ad esempio, con malloc / free o lo stack frame delle funzioni), l’uso di variabili mutate nel corso dell’esecuzione e un flusso di controllo che può usare costrutti come goto (nei casi più base) o strutture strutturate. Il codice imperativo rispecchia l’architettura di von Neumann: infatti questi linguaggi sono “vicini al modo in cui lavora l’elaboratore”, aggiornando locazioni di memoria e eseguendo istruzioni in sequenza.
Implicazioni per la sicurezza: nei linguaggi imperativi a basso livello (es. C, C++, assembler) sta l’origine di molte vulnerabilità classiche, proprio perché lasciano molto controllo (e responsabilità) al programmatore. Ad esempio, la gestione manuale della memoria in C/C++ è fonte di bug quali buffer overflow, use-after-free, double free, integer overflow e così via, che se non prevenuti portano ad exploit di memoria e code execution arbitraria. Un responsabile della sicurezza deve conoscere bene questi rischi: ad esempio, l’attacco stack buffer overflow sfrutta il fatto che in C si possono scrivere dati fuori dai limiti di un array, andando a sovrascrivere il return address di funzione nello stack; mitigazioni come canary, ASLR, NX bit sono stati sviluppati per attutire il problema, ma la vera soluzione è scrivere codice robusto (o usare linguaggi che prevengono out-of-bounds, come Java o Rust). Nei contesti dove la performance e il controllo spingono a usare C/C++ (kernel OS, driver, sistemi embedded, highperformance computing), è cruciale adottare standard di codice sicuro (es. CERT C Coding Standard) e strumenti di analisi (sanitizer, static analysis) per ridurre i bug imperativi.
Nei linguaggi imperativi di più alto livello (es. Java, che è orientato agli oggetti ma si può vedere come imperativo nel flusso; o Python se scrivi script procedurali), molti errori di memoria sono evitati (garbage collector, check runtime su array, ecc.), ma persistono problemi come la gestione delle condizioni di errore, la concorrenza (race conditions se thread paralleli accedono a variabili condivise), etc. Il paradigma imperativo incoraggia l’uso di stato mutabile e questo è terreno di race condition e TOCTOU (Time-of-check to time-of-use) bugs: ad esempio, un programma imperativo multi-thread potrebbe controllare l’esistenza di un file e poi aprirlo; se tra check e open passa tempo e un attaccante cambia il file (symlink attack), abbiamo un TOCTOU bug. Un responsabile deve sapere che certe classi di vulnerabilità (soprattutto in codice multi-thread o multi-processo) derivano dalla difficoltà di ragionare su stato mutabile e tempi di esecuzione – ecco perché paradigmi alternativi (es. la programmazione funzionale, che evita stato mutabile) vengono talvolta adottati per ridurre bug, ma la maggioranza del codice rimane imperativo.
In campo offensivo, conoscere la natura imperativa dei programmi aiuta a fare reverse engineering: ad esempio, i malware scritti in C/C++ compilano in assembly macchina e un analista dovrà interpretare quell’assembly come un flusso di operazioni (imperative) per capire cosa fa il malware. Saper leggere pseudocodice imperativo o flusso di un binario è competenza essenziale in analisi malware/forense.
Esempi di linguaggi imperativi popolari: C (usato per kernel, sistemi operativi, software di rete; critico per exploit), C++ (che aggiunge oggetti ma resta principalmente imperativo, usato in applicativi veloci, anche in diversi malware avanzati), Ada (in ambito aerospaziale, focus su sicurezza e affidabilità), Go (Google Go, imperativo concurrent, con gestione memoria automatica e forte supporto al multithread – spesso usato per strumenti di rete e cloud, la sua semplicità riduce alcune classi di bug rispetto a C) e tanti altri incl. Rust (che pur supportando vari stili viene spesso usato in modo imperativo ma “memory safe” grazie al suo sistema di proprietà).
Linguaggi di scripting
Un linguaggio di scripting è tipicamente un linguaggio interpretato, di alto livello, pensato per automatizzare compiti in un ambiente runtime esistente. Il termine deriva dal fatto che inizialmente questi linguaggi erano usati per scrivere script (copioni) che eseguono operazioni su sistemi operativi o applicazioni, invece che per sviluppare applicazioni stand-alone complesse. Caratteristiche comuni dei linguaggi di scripting includono: tipizzazione dinamica (non occorre dichiarare esplicitamente il tipo delle variabili), gestione automatica della memoria (garbage collection), sintassi semplice e concisa, e disponibilità di un ambiente interpretativo (shell, REPL) dove eseguire i comandi al volo. Esempi classici sono bash/sh (scripting di shell Unix), JavaScript originariamente scripting client-side per i browser, oggi grazie a Node.js usato anche lato server), Python, Perl, Ruby, PHP, PowerShell (scripting avanzato su Windows), ecc. Questi linguaggi spesso interagiscono con un sistema più grande: ad esempio, JavaScript in una pagina web manipola l’HTML/CSS e il browser funge da runtime; Python può essere usato come script per automazione di task di sistema, o incorporato in applicazioni; PHP è un linguaggio di scripting lato server per generare contenuti web dinamici; Bash orchestrа comandi del sistema operativo e programmi.
Il vantaggio dei linguaggi di scripting è la produttività e la facilità d’uso: permettono di sviluppare rapidamente funzionalità senza gestire i dettagli di basso livello (gestione memoria, compilazione). Questo li rende ideali per la scrittura di strumenti di automazione, estrazione di dati, prototipazione, e (nel nostro contesto) per molti script e tool di sicurezza. Un analista di sicurezza scrive comunemente script Python o Bash per analizzare log, per eseguire scansioni personalizzate, per automatizzare reazioni a incidenti (es. uno script che disattiva automaticamente un account sospetto su più sistemi, integrandosi via API).
Implicazioni per la sicurezza: Da un lato, usando linguaggi di scripting si evitano molte vulnerabilità tipiche del C (buffer overflow, ecc.), quindi per script e tool interni spesso si preferisce Python o PowerShell per ridurre rischi di bug memory corruption. Dall’altro lato, i linguaggi di scripting portano sfide proprie: essendo spesso interpretati, il codice può essere più facilmente letto/modificato da un attaccante se trova gli script sul sistema (a meno di offuscazioni); e poiché molti sono usati in contesti di elevati privilegi (si pensi a script Bash lanciati come root per manutenzioni, o script PowerShell per amministrazione di dominio), diventano bersagli: gli attaccanti possono tentare di alterare script esistenti (supply chain, se uno script viene scaricato da internet e poi eseguito con fiducia – come a volte succede con script di installazione), oppure usarli a proprio vantaggio (es. se un webserver permette di caricare ed eseguire file PHP, l’attaccante può caricare una web shell PHP, sfruttando il linguaggio di scripting del server per eseguire comandi arbitrari sul sistema). Ciò sottolinea la necessità di trattare gli script come codice a tutti gli effetti: revisionare la sicurezza, proteggerli con controlli di integrità, limitarne i permessi di esecuzione, ecc.
Nei sistemi, spesso i linguaggi di scripting fungono da collante: ad esempio, un attaccante che abbia compromesso un server Linux potrebbe scrivere uno script bash per mantenere la persistenza (inserendolo magari in /etc/init.d per avviarsi al boot) o per esfiltrare dati periodicamente. Dunque, chi gestisce la sicurezza deve monitorare non solo eseguibili compilati ma anche i file di script, e utilizzare strumenti tipo OSSEC o Tripwire per notare modifiche anomale a script chiave. Le applicazioni web scritte in linguaggi di scripting (PHP, Python via Django/Flask, JavaScript via Node.js) ereditano i rischi di vulnerabilità applicative (XSS, injection, etc.), con la differenza che essendo i linguaggi spesso molto dinamici può essere più facile introdurre errori se non si seguono regole (es. in PHP, un tempo la registrazione globale delle variabili portava a vulnerabilità se non attenta; in Node.js, la presenza di un ricco ecosistema di package richiede attenzione alla supply chain e a aggiornare le dipendenze per evitare moduli malevoli).
Esempi pratici in scenario di sicurezza: uno script Python può essere scritto per analizzare i pacchetti di rete (usando Scapy) e rilevare un pattern di scansione, inviando alert. Oppure script Bash vengono usati negli SIEM per parsare formati di log e normalizzarli. Con PowerShell, un team di incident response può interrogare in modo massivo tutte le macchine di un dominio cercando indicatori di compromissione – infatti, oggi gli attaccanti stessi usano PowerShell per i loro scopi (PowerShell Empire e altri framework di post- exploitation): ciò perché con script si integrano nativamente nell’ambiente senza portare eseguibili che possano essere bloccati da whitelist. Un reaponsabile deve essere consapevole di queste tattiche e, ad esempio, abilitare PowerShell Logging e Constrained Language Mode su host Windows per avere visibilità e limitare l’uso malevolo.
In sintesi, i linguaggi di scripting sono potenti e flessibili; per la difesa informatica sono armi essenziali (per automazione e integrazione), ma vanno gestiti con regole di sicurezza come qualsiasi codice: controllo delle entrate (validazione input negli script), least privilege (non far girare script con privilegi oltre il necessario), mantenimento (aggiornare le versioni interpreter – molte falle in PHP/Python stesso corrette con patch), e rilevamento di abuso (monitorare esecuzioni anomale, come un utente non amministrativo che improvvisamente lancia script PowerShell con comandi di dumping credenziali).
Linguaggi orientati agli oggetti (OOP)
La programmazione orientata agli oggetti (Object-Oriented Programming, OOP) è un paradigma in cui il software viene modellato come un insieme di oggetti che interagiscono tra loro scambiandosi messaggi (chiamando metodi l’uno dell’altro). Un oggetto incapsula stato (dati, sotto forma di attributi/variabili) e comportamento (funzionalità, sotto forma di metodi/funzioni). I linguaggi OOP offrono costrutti come classi (definizioni generiche da cui istanziare oggetti concreti), ereditarietà (una classe può derivare da un’altra ereditando attributi e metodi, consentendo specializzazione e riuso del codice), polimorfismo (il fatto che chiamate a metodi possano riferirsi a implementazioni diverse in classi diverse, tipicamente via overriding – es. diversi oggetti tipo Figura con metodo disegna() implementato diversamente in Cerchio, Quadrato), e incapsulamento (detto sopra: la capacità di nascondere i dettagli interni di un oggetto e offrire solo interfacce pubbliche – spesso con modificatori di accesso come public/private/protected).
L’OOP nasce per gestire meglio la complessità di grandi progetti software, modellando entità vicine al dominio reale e promuovendo modularità e riusabilità. Ad esempio, in un sistema bancario si potrebbero avere classi Conto, Transazione, Cliente con relazioni di composizione e specializzazione (un ContoCorrente estende Conto aggiungendo un fido, etc.). Linguaggi strettamente OOP includono Java, C#, C++ (ibrido, multi-paradigma ma con forte supporto OOP), Python (multi-paradigma ma con OOP completo), Ruby, JavaScript (che in realtà è basato su prototipi, ma concettualmente OOP), ecc. Oggi, OOP è forse il paradigma dominante nello sviluppo di applicazioni enterprise.
Implicazioni per la sicurezza: la programmazione a oggetti porta benefici di organizzazione, ma introduce anche superfici di attacco peculiari. Ad esempio, la presenza di gerarchie di classi e funzioni virtuali apre il fianco a attacchi come l’overwrite di puntatori virtuali in exploit memory corruption (in C++ un oggetto ha un vtable pointer – se un buffer overflow sovrascrive quel puntatore, un attaccante può far eseguire codice arbitrario quando il programma chiamerà un metodo virtuale dell’oggetto). Questa è una considerazione bassa, valida solo in linguaggi non memory-safe (C++): mitigazioni come Control Flow Guard di Microsoft cercano proprio di impedire salto a vtable rogue.
Dal punto di vista di design, l’OOP a volte incoraggia un’eccessiva fiducia sugli oggetti – ad esempio, concetti come l’esecuzione di codice mobile: Java Applet, ActiveX, .NET assemblies, tutti casi in cui oggetti provenienti da terze parti vengono eseguiti localmente, con meccanismi di sandbox vari (Java aveva il security manager per applet, ActiveX si basava su firme digitali – con noti problemi se l’utente autorizzava un controllo malevolo). Questo scenario di mobile code necessita che i runtime siano robusti nel far rispettare i confini (spesso non lo furono, portando a deprecazione di tali tecnologie).
Un altro punto: i framework ad oggetti (tipici in Java, C#) che fanno ampio uso di riflessione e serializzazione. La serializzazione di oggetti è la capacità di convertire un oggetto in una forma (tipicamente binaria o testuale) per salvarlo o trasmetterlo, e poi ricostruirlo. Questo meccanismo ha portato a exploit come le deserialization vulnerabilities: se un’app accetta da input un oggetto serializzato (ad esempio, un token di sessione Java serializzato inviato nel cookie) un attaccante potrebbe manipolarlo per far istanziare oggetti malevoli o con stati inconsistenze. Ci sono state grosse vulnerabilità (es. CVE di Apache Commons-Collections e altri, dove un oggetto opportunamente costruito portava all’esecuzione di comandi arbitrari durante la deserializzazione, perché la classe aveva blocchi statici o metodi finalize con chiamate pericolose). Un responsabile deve conoscere questi pattern: ad esempio, in pen test su applicazioni Java enterprise, la deserializzazione non sicura è un must-check. La best practice è evitare la deserializzazione di oggetti da fonti non fidate, o usare formati sicuri (JSON, protocolli con schema), o whitelisting di classi deserializzabili.
Controllo degli accessi a oggetti: OOP a volte induce a pensare che i controlli possano essere fatti a livello di oggetto, ma in ambienti multi-utente/multi-tenant non basta. Ad esempio, in un’app web OOP potrebbe esserci metodo Documento.approva(); ma bisogna assicurarsi a livello applicativo che l’utente X possa approvare solo i documenti di sua competenza. Ciò porta a vulnerabilità come Insecure Direct Object Reference (IDOR): se l’app espone un endpoint /documento/approva?id=123 che chiama internamente doc.approva(), un utente malintenzionato potrebbe fornire un id di un documento che non dovrebbe poter modificare e se manca il controllo, l’oggetto viene comunque recuperato e il metodo invocato (violazione autorizzazione). L’approccio OOP puro a volte fa sottovalutare questo – perché a livello di codice, chiamare il metodo è lecito, ma manca il contesto di sicurezza. Quindi, un principio: integrare controlli di autorizzazione in tutti i metodi sensibili, oppure usare un framework di sicurezza (es. Spring Security) che si integri con l’OOP (annotation tipo @PreAuthorize su metodi, ecc.).
Benefici OOP per la sicurezza: d’altro canto, se ben applicato, OOP migliora la sicurezza del codice: l’incapsulamento può prevenire accessi indesiderati – se tutti gli campi sono private e l’oggetto valida i dati tramite setter, è più difficile corrompere lo stato. L’ereditarietà e polimorfismo possono favorire la scrittura di checker di sicurezza generici: ad esempio, una classe base Utente con metodo virtuale haPermesso(azione) può essere implementata diversamente in UtenteStandard e Admin, permettendo all’app di chiedere genericamente utente.haPermesso("DELETE_USER") senza conoscere la classe concreta – design pulito che centralizza logica di auth. Tuttavia, se un attaccante riesce a far istanziare una sottoclasse controllata (vedi problema deserialization su classpath), quell’interfaccia generica potrebbe rispondere “sì ho permesso” falsamente. Perciò la riflessione insegna: l’OOP va usato con coscienza e meccanismi magici come riflessione, dependency injection, ecc. vanno vigilati. Ad esempio, i container di inversion of control (Spring, etc.) automaticamente viranano dipendenze tra oggetti; se configurati male, potrebbero esporre bean sensibili su canali remoti (vedi ad es. JMX misconfigurato, o endpoint actuator in Spring Boot esposti senza auth, che permettono di manipolare runtime).
In termini di linguaggi concreti: Java e C# sono fortemente tipizzati e gestiti, riducono molti errori (no buffer overflow classici), ma ricordiamo incidenti come Log4Shell (una vulnerabilità in un logger che attraverso un lookup JNDI permetteva di scaricare un oggetto remoto – combinazione di serializzazione, rete e riflessione). Dunque, anche se il linguaggio previene certi bug, rimane la superficie dei runtime environment (JVM, .NET) e delle librerie di base. C++ aggiunge OOP al C ma mantiene la pericolosità del controllo manuale: così somma rischi (memory + OOP). Sviluppatori esperti possono scrivere codice sicuro, e moderne guidelines (C++ Core Guidelines) spingono a usare costrutti sicuri (smart pointer invece di raw pointer, etc.), ma molto codice legacy è vulnerabile. Python, JavaScript, PHP, Ruby supportano OOP ma in modo dinamico: qui la flessibilità è massima (es. in Python puoi aggiungere attributi a runtime agli oggetti, in JavaScript modificare prototipi al volo), e questo dinamismo può essere sfruttato malevolmente. Ad esempio, Prototype Pollution in JavaScript: se una libreria non isola bene i dati, un attaccante può iniettare proprietà nell’Object prototype globale, influenzando tutti gli oggetti (impatto a cascata su app intera). Ciò evidenzia che la surface di errori si sposta: meno memory corruption, più logiche e inconsistenze.
Paradigmi misti: molti team oggi adottano linguaggi multi-paradigma (es. Python, JavaScript) o abbracciano stili come la programmazione funzionale all’interno di contesti OOP (es. metodi immutabili, uso di lambda e stream in Java). La programmazione funzionale riduce certi bug (immutatibilità -> no race, no side effects difficili), ma non sempre è praticabile da sola (sistemi I/O, UI etc. spesso sono più facilmente espressi con oggetti). Tuttavia, un responsabile dovrebbe promuovere “il giusto strumento per il lavoro”: in componenti dove la robustezza è critica, valutare linguaggi memory-safe (Java, C#) o addirittura “provably safe” (es. Rust in sistemi), oppure script come Python per prototipi e analisi rapida sapendo che saranno un po’ più lenti. Per parti performance-critical ma delicate, considerare tecniche di verifica (es. strumenti di static analysis, o addirittura approcci formali se giustificato, come SPARK/Ada per software militare).
Sicurezza e ciclo di vita del software: indipendentemente dal linguaggio o paradigma, contano i processi: code review, static analysis, fuzzing, patching, gestione dipendenze (questo soprattutto in scripting: pip/npm composer – supply chain risk). Un responsabile dovrebbe assicurarsi che i team di sviluppo seguano secure coding guidelines e che ogni linguaggio usato abbia i suoi checker (es. linters, SonarQube ruleset per Java, ESLint/Retire.js per JS, Bandit per Python, PHPStan per PHP, ecc.).
In conclusione, comprendere i vari tipi di linguaggi e paradigmi consente a un responsabile della sicurezza di dialogare efficacemente con gli sviluppatori e valutare i rischi del software in esame. Ad esempio, se un nuovo sistema da proteggere è scritto in C++ con moduli Python embedded (come a volte succede in tool scientifici), egli saprà che deve considerare sia vulnerabilità a basso livello (C++) sia di alto livello (injection possibili in Python eval? ecc.). Se invece la sua organizzazione passa a microservizi in Node.js e Go, studierà gli specifici pitfalls (Prototype pollution, moduli npm malevoli, vs concurrency issues e memory usage in Go). In definitiva, la diversità di linguaggi riflette la diversità di problemi da risolvere; per la sicurezza informatica, ogni linguaggio/paradigma aggiunge un tassello: conoscendoli, si può implementare difese profonde (ad esempio: firewall WAF che riconosce attacchi comuni in PHP vs in Node), e soprattutto prevenire incidenti formando i team di sviluppo sulle giuste pratiche per quel contesto (ad es., per Java: “attenti alla deserializzazione di oggetti”; per C: “usa snprintf invece di sprintf per prevenire overflow”; per JavaScript: “valida bene input prima di usarli in DOM manipulations per evitare XSS”, e così via). Un professionista completo di sicurezza sa quindi muoversi trasversalmente tra il codice, individuando pattern pericolosi e suggerendo soluzioni appropriate al paradigma in uso.